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Cultura, Ricerca scientifica

L’universo di Margherita Hack

margherita_hack-250x200di Federico Tulli

Passione per la ricerca, rifiuto dei dogmi, impegno civile e grande umanità. Così Pietro Greco ricorda la grande astrofisica. In un volume che inaugura una nuova collana de L’Asino d’oro dedicata alle donne di scienza e cultura

La Costituzione, la cultura, l’istruzione, il lavoro, l’integrazione, il testamento biologico, l’ambiente, la ricerca scientifica e la politica, con aspre critiche, senza tanti giri di parole, ai potenti. Con coraggio, intelligenza, coerenza e fermezza Margherita Hack ha continuato a rimanere sé stessa, scrivendo e rispondendo alle domande di giornalisti e persone comuni, fino a pochi giorni prima della morte, avvenuta il 29 giugno 2013. Aveva 91 anni.

«Come è nato l’universo?» le ha chiesto un bimbo di sette anni pochi giorni prima. «Non lo so. Non tutto ha una risposta» replicò lei. «Sappiamo molte cose dell’universo: come è fatto, come cambia. Conosciamo la vita delle stelle, sappiamo di che cosa sono fatte. Ma non sappiamo come tutto è cominciato. Sappiamo che esiste, e lo assumiamo come un fatto. L’astrofisica parte dai fatti. Poi c’è la religione, dio, le spiegazioni. Ma la scienza conosce solo i fatti, non cerca di spiegare ciò che non conosce. Abbiamo dei fatti e su quelli dobbiamo studiare». Poi, dopo una breve pausa, sorridendo: «Da bambina non pensavo alle stelle, pensavo a giocare». In poche battute Hack aveva soddisfatto la curiosità di un bambino e riassunto un secolo di storia dell’astrofisica. Umanità, intelligenza, competenza: la sua spina dorsale.  Rifiutando a pelle l’imposizione del ruolo tradizionale di moglie e madre, assegnato alle donne dalla società in cui è nata e cresciuta, se avesse realizzato le sue ricerche e rivendicato i propri diritti al tempo di Ipazia di Alessandria, Margherita Hack probabilmente avrebbe fatto la stessa terribile fine. O forse no. Sebbene fosse nata nel 1922, formandosi nelle scuole dell’era fascista, e nonostante ancora oggi l’idea cattolica riguardo l’identità femminile non si discosti da quella che nel V secolo armò la mano degli assassini dell’astronoma e filosofa Ipazia, l’astrofisica e libera pensatrice Margherita Hack, ha sempre trovato il modo di sottrarsi alla morsa letale. Con un’arma invincibile: l’ironia. Hack era consapevole di questa sua forza. «Il bosone di Higgs? Io lo chiamo addirittura dio» disse, ridendo, a chi scrive nel commentare la fantastica scoperta del Cern di Ginevra nell’estate del 2012. Ma lei, domandai, non ha paura di affermare certe cose? «Io sono atea, non penso ci voglia un gran coraggio. Ai tempi di Galileo forse ci voleva il coraggio. Oggi nessuno mi manderà al rogo». Questa era Margherita Hack. Ma ovviamente non solo questa è stata la splendida scienziata e divulgatrice scientifica di fama mondiale.

profilo di donna hack«Scienziata militante» la definisce Pietro Greco nel suo nuovo preziosissimo pamphlet intitolato sobriamente Margherita Hack (L’Asino d’oro edizioni). Un agile libricino che non è una semplice biografia e nemmeno “solo” un ritratto a 360 gradi di questa donna, la cui figura si è stagliata lungo tutto l’arco della storia democratica d’Italia. Una donna che ha contribuito alla costruzione di una nuova visione dell’universo e ha trasformato l’Osservatorio astronomico di Trieste in un centro di valore internazionale. E che si è impegnata per la diffusione delle nuove scoperte e delle conoscenze scientifiche, convinta del loro essere fonte di progresso civile, culturale e intellettuale per tutti. «L’astrofisica Margherita Hack – scrive Greco – ha chiaro il suo rapporto con la politica: gli scienziati fanno parte della società. Ed è loro compito partecipare alla vita pubblica» diceva.  Suo ammiratore e amico, Greco, da rigoroso giornalista scientifico, rivela in ogni dettaglio la poliedricità della identità umana e intellettuale dell’astrofisica toscana. Dal rapporto con due genitori speciali, a quello di una vita con il marito Aldo, alla passione per lo sport e per gli animali cui si dedica con naturalezza tra una conferenza e l’altra, tra un libro e l’altro, tra una scoperta e l’altra. Al tempo stesso, e qui sta la grande forza di questo libro, presentando in un intreccio inestricabile il percorso della scienziata e quello dell’astrofisica, Greco ricostruisce con la sua penna leggerissima l’evoluzione di questa affascinante disciplina. A partire dal salto di paradigma avvenuto nel 1917 con la Teoria della relatività di Einstein.

Eretica, toscanaccia fino al midollo seppur innamoratissima della ruvida Trieste, arguta e sempre impegnata in battaglie per la difesa di diritti inalienabili, consapevole del rischio che correva per i problemi cardiaci, Hack rifiutò di sottoporsi a un intervento chirurgico. Sarebbe stato solo «accanimento terapeutico». Decidendo di finire i suoi giorni stanca, con il bastone o le stampelle ma lucida, indomita, autonoma. Libera. Così come è vissuta.

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Profilo di donne

Margherita Hack, di Pietro Greco, in libreria per L’Asino d’oro inaugura la collana Profilo di donna, che narra le vicende di personalità femminili emergenti in diversi campi dell’arte e del sapere umano. Il filo conduttore della collana di cui Greco cura la sezione scientifica, è l’emergenza di un’identità femminile che in campo scientifico ha portato e contribuito a scoperte decisive per il progresso e la conoscenza, nonostante ostilità, mistificazioni, luoghi comuni, furti di idee che hanno contrassegnato la storia delle donne nella ricerca: fin dall’antico passato intelligenza, intuito e resistenza sono alla base di risultati spesso rivoluzionari. Entro la prima metà del 2014 in Profilo di donna usciranno, Rita Levi Montalcini di Cristina Pulcinelli e Tina Simoniello, e Lisa Meitner di Pietro Greco. A seguire, Trotula de Ruggiero, Marie Curie, Maria Montessori, Barbara McClintock e Rosalind Franklin.

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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