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Ricerca scientifica, Salute

Lo stop alla sperimentazione animale? Una legge disumana

La norma anti vivisezione in discussione alla Camera introduce paletti che avranno gravi ricadute sulla nostra salute. Gli scienziati spiegano perché

Divieto assoluto di test scientifici su cani, gatti e primati e dei trapianti fra specie diverse (xenotrapianti). Introduzione di una norma già ribattezzata “Green Hill”, dall’allevamento di cani beagle scoperto in provincia di Brescia: si proibisce cioè sul suolo italiano l’allevamento di animali destinati agli esperimenti. Vietate alcune pratiche comuni come i test per droghe, alcol, tabacco, armi. Obbligo di anestesia e analgesia nel caso in cui gli esperimenti dovessero risultare particolarmente dolorosi. Incentivi a nuovi metodi di ricerca alternativi alla sperimentazione animale. Questo in sintesi è l’articolo 13 della legge sulla sperimentazione animale approvato dalla Camera il 31 luglio nel rispetto dell’obbligo di recepire la Direttiva Ue sul tema.

Il passaggio alla Camera è stato accolto con sconcerto dalla comunità scientifica convinta che sia messa seriamente a rischio la possibilità di eseguire test pre clinici sugli animali e con essa la ricerca per la cura dell’Hiv, del cancro, delle malattie genetiche. Per non dire della medicina personalizzata e di quella rigenerativa che utilizzano cellule staminali da iniettare in cavie animali. Il divieto agli xenotrapianti, ad esempio, causerà il blocco di ricerche in campo oncologico: iniettando cellule tumorali nella cavia si può seguirne lo sviluppo, testarvi nuovi farmaci o migliorare i protocolli attuali, fino ad arrivare in futuro alle terapie personalizzate. La ricerca di base, che studia i meccanismi cellulari a capo delle malattie, perderebbe una tecnica essenziale utilizzata quotidianamente. Questa denuncia ha scatenato una dura polemica con gli animalisti – qui in Italia capeggiati tra gli altri dall’ex ministro del Turismo Michela Brambilla -, che come spesso accade polarizza l’attenzione dei media molto più del merito della discussione. È quindi passato in secondo piano il fatto che la Direttiva Ue sia molto meno restrittiva della legge italiana. Motivo per cui le organizzazioni anti-vivisezione sono ancora sul piede di guerra. Tant’è che il 31 ottobre scorso hanno depositato un milione di firme alla Commissione europea per chiedere una normativa che metta fine alla pratica della vivisezione in Europa, sulla scia del definitivo stop ai test sugli animali per i prodotti di cosmesi in vigore da marzo 2013.

Quali potrebbero essere le conseguenze di questa logica che, nel nome di una condivisibile tutela del benessere animale, mette sullo stesso piano la produzione di un rossetto e la battaglia contro i tumori e l’Aids? Si può davvero fare a meno dell’impiego di animali in laboratorio sostituendoli con metodi alternativi, come sostengono i fautori dell’articolo 13? Quali sarebbero le reali conseguenze sulla salute delle persone se entrasse in vigore la norma appena descritta? Left ha rivolto queste domande alla biologa dell’Università di Milano Elisabetta Dejana.

«All’interno degli stabulari italiani gli animali sono trattati meglio che altrove» premette Dejana che dirige il programma di ricerca “Il sistema vascolare del cancro” all’Ifom (Istituto FIRC di Oncologia Molecolare). «La normativa Ue – aggiunge – è molto rigorosa poiché frutto di almeno vent’anni di dibattiti tra le forze politiche, i ricercatori ed i gruppi animalisti. Dibattito che in Italia non c’è stato e questo porta oggi a confondere la ricerca con la vivisezione. Con un ulteriore inasprimento delle restrizioni l’Italia potrebbe restare fuori dal mondo della ricerca con gravi ricadute anche in campo clinico. Quindi sulla salute dei cittadini». Il tempo per rimediare ci sarebbe. Come spiega il movimento di ricercatori italiani Pro-Test – che il 19 settembre ha manifestato davanti al Parlamento per sensibilizzare le istituzioni – il procedimento approvato non è una norma che definisce i termini di recepimento della direttiva. Ma è una legge che delega il governo a scrivere il decreto di attuazione della direttiva 2010/63/Ue. Il testo, che dovrà quindi ripassare in parlamento per l’approvazione finale, è ora in discussione alla Commissione politiche dell’Ue della Camera, comprensivo degli emendamenti che limitano in maniera grave la ricerca medica. E che peraltro rappresentano un’infrazione che può costare all’Italia 40 milioni di euro se la conversione definitiva non dovesse arrivare nei termini previsti. L’articolo 2 della direttiva infatti concede agli Stati di mantenere regolamenti più restrittivi solo se essi erano già in vigore a novembre 2010, ma non permette di introdurne di nuovi.

Tra i passaggi messi all’indice c’è quello che si fonda sull’idea che l’uso degli animali sia inutile perché non si possono riprodurre risposte identiche agli esseri umani. «L’uso degli animali – osserva la biologa – si è ridotto di almeno il 50 per cento negli ultimi anni e nel 95 per cento dei casi quando si parla di cavie ci si riferisce a topolini, pesci (Zebra fish), rane e moscerini della frutta. L’uso dei cani per lo studio di malattie cardiovascolari è stato molto ridotto e sostituito dall’impiego di maialini che hanno un sistema vascolare cardiaco più simile a quello umano. I gatti non sono più usati da decenni. E anche le scimmie sono usate molto raramente. Ma il loro utilizzo è insostituibile nelle ricerche sull’Aids perché il virus Hiv infetta solo l’uomo e i primati. Essenzialmente tutti i trattamenti in grado di curare o di lenire le principali malattie dell’uomo come i tumori, le malattie cardiovascolari, infettive o genetiche, derivano dalla ricerca sugli animali».

Anche l’impiego di tecniche diverse dall’uso di cavie animali non sembra una alternativa percorribile fino in fondo. «Chi ha scritto quella norma sembra non sapere che la ricerca in Oncologia si serve già di lieviti, cellule in cultura, strumenti biochimici e bioinformatici. Basta seguire la letteratura per capire come sia nell’interesse di tutti, quando possibile, usare altri mezzi. Tuttavia ci sono condizioni in cui questo non è possibile. Come si può riprodurre artificialmente il processo complesso della proliferazione tumorale o delle metastasi? Come si può riprodurre un infarto del miocardio? Sono malattie d’organo in cui concorrono diverse cellule e processi biochimici che non si possono, almeno per ora, riprodurre in maniera attendibile con metodi alternativi».

Nel 2012 il Nobel per la medicina è stato assegnato a Shinya Yamanaka. Lo scienziato giapponese è riuscito per primo a riprogrammare cellule staminali adulte di topo fino a farle diventare pluripotenti (le cosiddette Ips: staminali pluripotenti indotte), rendendole simili in questo modo alle preziose caratteristiche delle cellule embrionali (totipotenti) che come è noto essendo indifferenziate sono in grado di dar “vita” a qualsiasi tessuto. Si deve a lui il salto di paradigma che hanno compiuto la medicina rigenerativa e quella personalizzata. Se Yamanaka si trovasse oggi in Italia, il divieto degli xenotrapianti gli impedirebbe di lavorare. Si è accennato all’inizio al blocco che potrebbe subire la ricerca in campo oncologico. Non è l’unico.

«Vietare il trapianto di organi o cellule da una specie all’altra è un aspetto molto grave di questo emendamento con conseguenze decisive per la ricerca e la cura di molte patologie umane. Le cellule staminali sono in grado di rigenerare diversi tipi di tessuti come il cuore o cellule nervose e muscolari. In alcune condizioni sperimentali si possono utilizzare staminali di altre specie che, dopo l’impianto, permetterebbero di curare tessuti malati ad esempio in caso di malattie nervose degenerative come il Parkinson o l’Alzeimer. Oppure muscolari, come la distrofia di Duchenne». Ma ancor più grave ed immediate sarebbero le conseguenze su decine di migliaia di malati di cuore. «Oggi in Italia sono impiantate 300mila valvole cardiache di origine suina e 400mila di origine bovina – racconta Dejana -. Vengono utilizzate per sostituire le valvole cardiache danneggiate, salvando la vita ai pazienti. Rispetto ai vecchi modelli in metallo garantiscono una migliore efficacia e una migliore qualità di vita, evitando l’utilizzo di anticoagulanti orali e riducendo il rischio di ictus e la formazione di trombi. L’emendamento “italiano” impedirebbe di proseguire nella ricerca e migliorare ulteriormente questo tipo di cure».

 In psichiatria non ha senso la seprimentazione animale

I test con cavie animali, secondo i fautori della legge anti-vivisezione, non si possono riprodurre risposte identiche a quelle degli esseri umani. Per questo, dicono, l’uso di animali è inutile. La biologa Dejana ha delineato lo scenario che si verrebbe a creare nella ricerca sulle malattie organiche. Left ha chiesto a Paolo Fiori Nastro, docente di psichiatria alla Sapienza di Roma, di fare altrettanto riguardo le malattie mentali. «L’impiego degli animali nella ricerca psichiatrica – spiega Fiori Nastro – parte dall’idea che la manifestazione comportamentale sia l’aspetto preponderante della malattia e che questa sia di matrice organica. Per cui la cavia diventa una brutta copia dell’uomo. Questa idea è nata con la psichiatria, non è nuova. Ma tale ipotesi eziologica non è mai  stata confermata». Tutto ruota intorno a una corrente di pensiero particolarmente sviluppata negli Stati Uniti che arbitrariamente ha modificato l’ipotesi in certezza, inoculandola nel pensare comune. «Qualunque cosa una persona pensi o provi deve avere un corrispettivo biologico, così come è ovvio che ci possano essere manifestazioni organiche in chi presenta sintomi psichiatrici. Ma non è qui la matrice della malattia che è generata dall’“incontro” tra la realtà interna individuale e l’ambiente esterno». Secondo Fiori Nastro, l’impostazione “americana” si limita a osservare i sintomi evidenti e ciò comporta un uso improprio di farmaci: «L’aspetto più deleterio è quando si usano in soggetti molto giovani», a discapito della psicoterapia che invece valuta «il significato del messaggio proposto dal paziente». «Dati scientifici dimostrano peraltro che l’ipotesi biologica aumenta la distanza tra società e malati. Difatti lo stigma colpisce soprattutto gli schizofrenici, per i quali prevale l’ipotesi biologica, e meno i depressi perché è buon senso comune pensare che una depressione sopraggiunga per tanti motivi non biologici. Laddove si pensa che la causa sia biologica la gente isola il malato mentale e i pazienti si allontanano dal servizio psichiatrico».

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
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