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Cultura, Ricerca scientifica

La lingua madre delle scienze

arabiL’epoca d’oro degli intellettuali arabi che oltre mille anni a Bagdad fa tradussero i testi greci di matematica, medicina e astronomia, ponendo le basi per lo sviluppo scientifico moderno.  Intervista al fisico Jim Al-Khalili. «Un punto di snodo fondamentale per la trasmissione dei manoscritti è stata nel Duecento la corte di Federico II in Sicilia»

di Federico Tulli 

Il pensiero scientifico e culturale occidentale è in debito, ben più di quanto comunemente si pensi, con ciò che realizzarono oltre mille anni fa gli scienziati e i pensatori del mondo arabo. Nella storia della scienza si è soliti mostrare una linea temporale che, nel periodo compreso tra la grande civiltà classica greco-latina e il Rinascimento europeo, elusivamente descritto come Età Oscura, non mostra alcun progresso significativo in campo scientifico. Si omette così, troppo spesso, di dire che per 700 anni la lingua internazionale della scienza fu l’arabo.Tutto ha inizio durante il IX secolo quando il califfo abbaside di Bagdad, Abu Jafar Abdullah al-Mamun, crea uno dei centri di studio più imponenti che la storia umana abbia mai conosciuto, noto col nome di Bayt al-Hikma, La casa della saggezza. Qui numerosi intellettuali lavorarono alla traduzione e al commento di opere greche e indiane di matematica, medicina e astronomia, ponendo le basi per lo sviluppo della scienza moderna. Jim Al-Khalili, docente di fisica teorica alla University of Surrey di Londra, che in quei luoghi è nato e cresciuto prima di trasferirsi in Inghilterra nel 1979 due settimane prima dell’ascesa al potere di Saddam Hussein, ha ripercorso questa straordinaria avventura culturale nel suo nuovo saggio La casa della saggezza (Bollati Boringhieri). Svelando, da fine divulgatore scientifico, i nomi dei protagonisti di questa epopea: Abu Rayhan al-Biruni, Ibn al-Shatir, al-Khwarizmi, Ibn al-Haytham, al-Razi ed altri ancora.

Left ha rivolto alcune domande ad Al-Khalili in occasione del Festivaletteratura di Mantova durante il quale è stato protagonista di due appassionati incontri. «È un fatto documentato – racconta Al-Khalili – che dal XII al XVII secolo e oltre, scienziati e artisti occidentali studiarono a fondo i testi di medicina, di ottica di matematica provenienti dal mondo arabo. Dove ad esempio per la prima volta fu sistematizzato un sistema di numeri che permetteva di contare da zero a infinito. Un punto di snodo fondamentale per la trasmissione dei manoscritti della scienza araba è stata nel Duecento la corte di Federico II in Sicilia, ma anche la penetrazione araba nel sud della Spagna aveva prodotto una capillare diffusione della tradizione araba e dell’islam».

Riepilogo novita  estiva 2013_Layout 1Alla luce del contributo dato dalla scienza araba alla realizzazione dell’identità culturale occidentale, si può ipotizzare che questo apporto sia stato negato dalle società europee?

Non direi che è stato negato, ma più semplicemente dimenticato. Con il Rinascimento, seguito dalla rivoluzione scientifica guidata da Copernico e Galileo, l’Europa è progredita molto velocemente e in un certo senso ha reinventato la propria identità culturale, distruggendo gran parte di ciò che è venuto prima. Nonostante ciò parole antichissime restano ancora oggi quasi uguali nel linguaggio della scienza moderna. Parlo di parole come algebra, come algoritmo, come sostanza alcalina. Non ci sarebbe la matematica senza algebra, non ci sarebbero i computer senza algoritmi, non ci sarebbe la chimica senza il termine alcalino. E non ci sarebbe stata una moderna astronomia se gli arabi non avessero corretto gli errori di Tolomeo, tracciando così mappe per la navigazione assai precise.

In Paesi come la Spagna, l’influenza araba è andata oltre la scienza.

Il contributo è stato vastissimo. Durante il Medioevo, nel corso di centinaia di anni, centinaia di testi arabi furono tradotti in latino, in particolare in città come Toledo, Granada e Cordoba. Da lì sono stati diffusi in tutta Europa. Non si trattava solo di traduzioni in arabo di testi della Grecia “antica” – sebbene in molti casi, i classici tra cui Aristotele, Galeno, Tolomeo ed Euclide, arrivano in Europa solo attraverso le loro versioni in arabo. C’erano anche numerosi testi originali in arabo che hanno inciso profondamente sulla cultura occidentale e il progresso scientifico.

Ci faccia qualche esempio.

Penso al Libro di Ottica di Ibn al-Haytham, tradotto prima in latino e poi dal latino in italiano “comune”, rendendolo accessibile a un numero molto più ampio di persone tra cui diversi artisti rinascimentali come Leon Battista Alberti e Lorenzo Ghiberti e, indirettamente, il pittore olandese, Jan Vermeer. Tutti hanno fatto uso delle sue tesi sulla prospettiva per creare l’illusione della profondità tridimensionale su tela e nelle sculture. Lo stesso Leonardo, che aveva una ricca collezione di manoscritti, si interessò alla tradizione araba. E penso alle tabelle astronomiche di al-Farghani (Alfraganus), che hanno influenzato enormemente Dante. Deriva da al-Farghani la maggior parte delle conoscenze astronomiche che il poeta fiorentino include nella sua Divina Commedia. Per non dire di Cristoforo Colombo che ha preso spunto dai suoi calcoli sulla circonferenza della Terra per convincere i reali di Spagna a finanziare il suo famoso viaggio. Storie simili possono essere trovate in medicina, astronomia, ingegneria, matematica e geografia.

Venendo all’oggi e alle questioni di bioetica, molti Paesi arabi e di religione islamica sembrano più avanzati – scientificamente parlando – rispetto a nazioni di tradizione cattolica. Pensiamo in particolare alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Inoltre nell’islam il feto non è considerato un essere umano.

Ritengo che alcuni Paesi islamici, come l’Iran, siano in grado di svolgere più facilmente rispetto all’Italia attività di ricerca sulle cellule staminali per una semplice questione di fortuna. Nel senso che la loro particolare interpretazione religiosa della sacralità della vita è diversa da quella cattolica. Essi credono che l’anima entri nel feto di 40 giorni dopo la fecondazione. E questo non vuol dire che il loro pensiero scientifico sia più evoluto, perché non è un pensiero.

Lei si definisce un “tenero ateo”. Ritiene possibile essere un bravo scienziato avendo la mente piena di dogmi religiosi?

Molto dipende dall’ambito scientifico nel quale si lavora. Per esempio, può il biologo essere un creazionista? Certamente no. Il concetto basilare in biologia è la selezione naturale delle specie teorizzata da Darwin. Non si può al tempo stesso credere che l’evoluzione sia corretta e che la Terra sia stata creata 6000 anni fa. Tuttavia se mi chiede: può essere creazionista chi condivide la Teoria delle stringhe (teoria che tenta di conciliare la meccanica quantistica con la Relatività generale formulata da Einstein, ndr), posso risponde di sì in via di principio. Sarei però deluso se qualcuno abbastanza intelligente da capire la Teoria delle stringhe arrivasse a credere nel creazionismo. Ma sul piano pratico quella teoria e l’idea di un Disegno intelligente possono non confliggere. Naturalmente, la fiducia nella scienza comporta l’adesione a una visione del mondo per cui l’universo è intelligibile tramite leggi e principi profondamente basilari che scaturiscono dalla logica e dalla deduzione e che sono comprensibili dalla mente umana. Pertanto, dovendo rispondere alla domanda se tutto ciò sia compatibile col credere che esista un essere soprannaturale che non ha bisogno di essere dimostrato, allora rispondo: no.

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
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