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Scienza

Ricerca bandita

Manifestazione per promuovere le cure con le cellule staminaliLa rivista Nature scopre che il “metodo Stamina” non è originale e si basa su dati errati. Un decreto ad hoc e tre milioni di fondi pubblici per una sperimentazione già bocciata negli Stati Uniti

Federico Tulli, Left 26/2013

Oltre a una diagnosi medica senza appello, la vicenda “politica” di Stefano Borgonovo è molto simile a quella di Luca Coscioni, Piergiorgio Welby, Giovanni Nuvoli e altri. Dal 2008, dopo il “verdetto” di sclerosi laterale amiotrofica (Sla), l’ex calciatore allora 44enne si è impegnato senza risparmiare energie fisiche e mentali in una opera di sensibilizzazione e denuncia riguardo i diritti e la dignità negati a chi è affetto da patologie neurodegenerative, consapevole del fatto che altri avrebbero beneficiato dei risultati della sua battaglia. Diritti che vanno da un’assistenza pubblica degna di questo nome, alle cure palliative. Per non dire poi della scarsa cultura scientifica dei politici, resa palese dai tagli dei fondi alla ricerca o da fondi invece elargiti a false ricerche. E poi c’è il vuoto legislativo sul testamento biologico, che nega la possibilità di scegliere per sé stessi un fine vita dignitoso evitando trattamenti medici oramai inutili e insostenibili sofferenze. Borgonovo è morto a fine giugno e ci si chiede quale sia oggi il livello di sensibilità politica e istituzionale rispetto agli anni in cui Coscioni e Welby, che se ne sono andati nel 2006, hanno avviato le loro battaglie. Stando a quello che si vede in giro lo scenario è denso di contraddizioni. È quanto meno singolare, ad esempio, che a richiamare lo Stato ai propri doveri costituzionali debba essere ancora chi vive sulla propria pelle malattie come la Sla o la distrofia muscolare. «Grazie a persone come loro l’attenzione è certamente aumentata ma siamo lontani da traguardi accettabili» osserva a Left Elena Cattaneo, direttore del Centro di Ricerca sulle cellule staminali alla Università degli Studi di Milano. «Anche io – aggiunge – vorrei un’attenzione maggiore alle situazioni familiari, ogni nucleo è una storia a sé. Mentre la ricerca studia e avanza, la società dovrebbe garantire il meglio delle cure palliative e dell’assistenza psicologica e umana. Molto spesso queste azioni sono il frutto di iniziative individuali e collettive di malati di Sla oppure di Corea di Huntington che conosco meglio, e dei loro familiari». In questo contesto che rimanda un senso di gelido distacco dello Stato nei confronti dei propri cittadini spicca il controverso caso della Stamina Foundation, a cui invece sono state aperte diverse porte con tanto di decreto ministeriale ad hoc e uno stanziamento pubblico di tre milioni. Denaro pubblico per una sperimentazione fondata sul trapianto di cellule staminali mesenchimali, al costo di 50-60mila euro a trattamento, per la presunta cura di malattie che vanno, si legge sul sito della Fondazione, dalla Sclerosi multipla, al Parkinson, all’Alzheimer alle lesioni spinali e altre.

Un’inchiesta di Nature ha rivelato questa settimana che il “metodo Stamina” di Davide Vannoni, laureato in lettere e filosofia e presidente della Fondazione, è basato su dati errati e ricalca una ricerca pubblicata nel 2003 da un’equipe dell’università ucraina di Kharkov. La rivista ripercorre la storia della richiesta del brevetto, presentata da Stamina nel 2010 negli Stati Uniti, e rileva che i dati sui quali si basava «erano stati duplicati da articoli pubblicati in precedenza e non attinenti». In sintesi l’accusa è di plagio. «La comunità scientifica ha sempre saputo dell’inesistenza del “metodo” Stamina – osserva Cattaneo – perché non esiste prova scientifica che sia possibile convertire in un neurone una cellula che fa osso. E non è possibile che questo sia terapeutico. Nature fornisce anche le prove di falsificazioni. Una delle foto copiate è descritta come il risultato del trattamento Stamina, rivendicato sempre come originale e quindi diverso da quello ucraino (di cui nessuno scienziato al mondo si era mai accorto per la sua inconsistenza scientifica)». Il primo luglio Vannoni avrebbe dovuto presentare il “motodo” al comitato di esperti nominato dal governo per valutarne l’efficacia, ma ha chiesto la proroga di una settimana. «Adesso afferma di aver sempre lavorato con gli ucraini – sottolinea Cattaneo -. Ma non ha mai riferito che alcune informazioni erano copiate da loro. Il governo aveva il diritto di sapere che il metodo non è “Stamina” ma “Kharkov”». Comunque si giri questa storia emerge una sola cosa. «C’è una sperimentazione che aveva anche il compito di consentire ad altri la replica. Ma ora sappiamo che il “metodo” Stamina non esiste e sarebbe grave dare seguito a una legge basata sul nulla. Andrebbe spiegato ai malati perché soldi pubblici vengono spesi così invece di offrire loro trattamenti palliativi e migliore assistenza». Un difetto di trasparenza che rischia di provocare atroci delusioni e coinvolge anche il mondo dell’informazione. E un pericolo sempre presente. Di recente il biologo Angelo Vescovi, direttore scientifico di Neurothon (fondazione presieduta dal vescovo di Terni, Vincenzo Paglia) ha annunciato che i primi test di trapianto di cellule staminali su sei pazienti affetti da Sla hanno dato esiti positivi. Nel senso che non ci sono stati effetti collaterali. Molti giornali hanno invece subito parlato di possibilità di cura della Sla. «Penso sia molto sbagliato annunciare l’avvio o la fine di sperimentazioni che sono solo in fase uno» chiosa Cattaneo. «Penso che uno scienziato debba lavorare, produrre dati, renderli visibili e poi parlare. La visibilità dei dati scientifici è tutto, come dimostra il caso Stamina, perché permette ad altri di verificarne il valore».

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
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