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Società

Mafia, P2, stragi, omicidio Moro: la doppia vita dello statista Andreotti

andremoroMagistrato negli anni di piombo, Imposimato ricostruisce in due libri la storia della strategia della tensione. Di cui il divo Giulio fu protagonista e corresponsabile

Federico Tulli, Cronache Laiche

«Un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana… indifferente, livido, assente, chiuso nel suo cupo “sogno” di gloria. [..] Lei durerà un po’ più, un po’ meno [di me, ndr], ma passerà senza lasciare traccia. Passerà alla triste cronaca, soprattutto ora, che le si addice». Così scriveva Aldo Moro di Giulio Andreotti, nel suo memoriale trovato in un covo Br di via Monte Nevoso a Milano (1 ottobre 1978), durante i 55 giorni di prigionia che a maggio del 1978 si conclusero con l’omicidio del principale interlocutore – sulla sponda Dc – del compromesso storico con il Pci ideato da Berlinguer.

La strage di via Fani per rapire Moro e il ritrovamento del suo cadavere accanto a Botteghe oscure in via Caetani, fu il momento centrale della cosiddetta strategia della tensione. Che va dalla strage di Portella della Ginestra avvenuta il Primo maggio 1947, passa per le bombe in piazza Fontana (1969), piazza della Loggia e sul treno Italicus (1974), fino al tritolo che nel 1992 interruppe drammaticamente la battaglia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino contro la mafia. Ferdinando Imposimato è stato giudice istruttore in alcuni dei più importanti casi che destabilizzarono l’opinione pubblica in quegli anni, gli “anni di piombo”, compreso il rapimento di Moro. E dopo aver pubblicato nel 2012 La Repubblica delle stragi impunite, un corposo libro-dossier che ricostruisce in maniera capillare la storia di un Paese burattino (l’Italia), le cui sorti politiche per almeno 50 anni sono state decise da un Paese burattinaio (gli Stati Uniti) deciso a far valere la propria supremazia mondiale – alimentando una guerra non dichiarata in un Paese che per Costituzione «ripudia la guerra», finanziando gruppi terroristici, corrompendo uomini delle istituzioni, facendone uccidere altri – ricostruisce oggi, sempre per Newton Compton, I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia. Il libro è uscito il 9 maggio scorso, a 35 anni dall’omicidio di Moro, pochi giorni dopo la morte di Andreotti.

impo1Sulla base di nuove testimonianze esclusive e documenti inediti, Imposimato – che sul caso Moro non ha «mai smesso di indagare» – ricostruisce l’agghiacciante scenario del sequestro, facendo nomi e cognomi dei personaggi illustri ai quali va imputata non solo la responsabilità politica e morale della morte del presidente Dc, ma anche la prima violenta picconata al vincolo di fiducia che legava l’opinione pubblica italiana alle istituzioni. Vincolo che oggi appare irrimediabilmente incrinato.

In tutto questo, secondo Imposimato, c’è stato un uomo politico che ha svolto un ruolo di primo piano: «Giulio Andreotti – racconta a Cronache Laiche – non fu un grande statista, come sostengono molti suoi ex vassalli e cortigiani e purtroppo anche uomini delle istituzioni. E come sembra di capire dalla sibillina locuzione del Presidente Giorgio Napolitano, che porta al divo Giulio “il saluto della Repubblica”. Credo – aggiunge Imposimato – che il primo diritto-dovere degli italiani sia quello di conoscere la verità su questo personaggio, anche oltre le sentenze assolutorie e gli ipocriti incensamenti ufficiali».

impo2Giulio Andreotti, ricorda l’ex magistrato dell’omicidio di Bachelet e dell’attentato a Giovanni Paolo II, «è il primo responsabile del disastro dei conti pubblici, che stiamo pagando amaramente, era legato al maresciallo fascista Rodolfo Graziani che abbracciò e salutò pubblicamente; fu amico ed estimatore del mafioso Michele Sindona, condannato come mandante dell’assassinio di Giorgio Ambrosoli, l’avvocato liquidatore del fallimento del banchiere siciliano. Ebbe l’ardire di commentare il barbaro omicidio di Ambrosoli con un cinico “se l’è cercata”. Non solo: egli ricattò tutti i beneficiari delle sue donazioni, politici e principi della Chiesa, minacciando di rivelare i loro conti all’estero, come accertai nel corso di un processo per estorsione contro di lui». Già questo basterebbe a descrivere la statura morale e politica del personaggio. Ma c’è di più: vale a dire P2 e mafia. «Andreotti – come testimoniato dalla segretaria di Licio Gelli, Nara Lazzerini – fu seguace e sodale del venerabile aretino, di cui raccolse le indicazioni nella nomina di importanti vertici dello Stato e dei servizi segreti. Non ebbe remore a incontrare Sindona mentre era latitante, anzi lo definì “salvatore della lira”, mentre costui frodava milioni di risparmiatori, facendo fallire le sue banche, attraverso le quali riciclava il danaro sporco di origine mafiosa. Il divo Giulio ebbe intensi rapporti con esponenti di Cosa Nostra, frequentando per anni mafiosi siciliani del calibro di Stefano Bontade, capo della cupola, come testimoniato da Leonardo Messina, Gaspare Mutolo, Francesco Marino Mannoia. E da Tommaso Buscetta, il quale accusò Andreotti di essere stato il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli».

Ma, come filtra anche dalle dure parole di Aldo Moro, Giulio Andreotti è stato anche una concausa del suo omicidio. Chiediamo a Imposimato come mai è convinto di questo. «Il 16 marzo 1978 da presidente del Consiglio istituì, assieme a Francesco Cossiga, un “comitato di crisi” per la gestione del sequestro Moro. Questa squadra era composta da uomini della P2, ostili a Moro e al Compromesso storico. Il comitato – conclude Imposimato – agì per interferire nelle decisioni della magistratura, impedendo l’esecuzione di ordini di cattura e di perquisizione, escludendo dalle indagini la Procura della Repubblica e l’Ufficio Istruzione di Roma, che tenne all’oscuro di importanti notizie acquisite nel corso dei 55 giorni, tra cui la scoperta della prigione di Aldo Moro». Scoperta avvenuta alcuni giorni prima che Mario Moretti uccidesse il presidente Dc con una sventagliata della sua mitraglietta Skorpion.

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
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