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Ricerca scientifica

Bosone di Higgs, intrigo internazionale

lhc_topics.395La macchina più grande del mondo per cercare la più piccola delle particelle. Il fisico Maiani: «Questa è una storia a lieto fine, io vi racconto perché si è conclusa con un successo»

Federico Tulli, Left 17/2013

La scoperta annunciata dai ricercatori del Cern a luglio del 2012, in base alla quale il superacceleratore di particelle Lhc avrebbe stanato il bosone di Higgs, è un momento storico paragonabile allo sbarco sulla Luna. Mai prima di allora era stato possibile riprodurre e osservare in laboratorio il “comportamento” della più piccola delle particelle subatomiche esistenti in natura. Vale a dire uno degli elementi che 13,6 miliardi di anni fa, infinitesime frazioni di secondo dopo il Big bang, hanno avuto un ruolo chiave nella formazione dell’universo conosciuto. Questa particella elementare, madre di tutte le particelle secondo la teoria fisica del Modello standard e inseguita da quasi 50 anni, è stata replicata dai ricercatori impegnati nel tunnel di 27 km costruito 100 metri sotto terra nelle campagne vicino Ginevra. Ma la storia del bosone teorizzato dal fisico scozzese Higgs nel 1964 non è solo una storia di scienza, avendo visto intersecarsi tra loro le vite di alcuni tra i più grandi scienziati del XX secolo, con eventi politici, storici ed economici di portata mondiale.

Questa sfida, tra le più impegnative mai affrontate nella storia della ricerca, nasce come detto a metà anni Sessanta con l’intuizione di Higgs, ma affonda le sue radici in una delle tragedie che hanno cambiato il corso della storia umana. Tutto ha inizio durante la II guerra mondiale quando un fisico austriaco fatto prigioniero dai nazisti riesce a fuggire in maniera a dir poco rocambolesca, fingendosi morto dopo un conflitto a fuoco, scampando così all’Olocausto. Quel ricercatore poco più che ventenne si chiamava Bruno Touschek. Circa dieci anni dopo, nel 1954, ottiene un posto all’Istituto nazionale di fisica nucleare e una cattedra temporanea alla Sapienza di Roma. Ed è qui nel 1960 che teorizza e propone la costruzione di un “anello magnetico” in cui far correre e successivamente collidere una particella e la propria antiparticella. In pratica la macchina antesignana dei moderni acceleratori che hanno aperto la strada al Large hedron collider (Lhc) di Ginevra.

maianiLuciano Maiani muoveva in quegli anni, in quella stessa università, i suoi primi passi da fisico. Oggi è professore emerito alla Sapienza, dopo essere stato direttore dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (tra gli istituti più presenti negli esperimenti di Lhc), direttore generale del Cern e presidente del Consiglio nazionale delle ricerche. La sua vita da scienziato si è sviluppata di pari passo con la ricerca della madre di tutte le particelle e ora la racconta nel libro scritto con il giornalista Romeo Bassoli, A caccia del bosone di Higgs. Magneti, governi, scienziati e particelle nell’impresa scientifica del secolo (edito da Mondadori università che il 18 maggio alle 14:30 presenterà il saggio al Salone del libro di Torino). Al genio di Touschek sono dedicate le prime toccanti pagine di questo sorprendente volumetto di 200 pagine. Leggendolo si ha la sensazione di ritrovarsi dentro la sceneggiatura di un gran bel film, circondati da personaggi reali che hanno fatto la storia della fisica del XX secolo: Fermi, Cabibbo, Rubbia (Nobel nel 1984 per aver scoperto il bosone intermedio, altro momento di svolta nella caccia alla particella di Higgs), lo stesso Maiani solo per citare gli italiani. «Quella del bosone di Higgs è una storia a lieto fine, ma non è affatto un romanzo» dice a Left Maiani. «Forse – aggiunge – le storie a lieto fine destano meno attenzione delle denunce, degli allarmi. Io spiego perché si è conclusa con un successo: certamente non perché è sceso dall’alto un deus ex machina, ma perché le persone che l’hanno vissuta avevano idee ben chiare». L’ex direttore del Cern non vuole spiegare la fisica nei dettagli. Vuole raccontare questa storia: «Un mix di scienza fatta da scienziati, che hanno saputo coniugare la ricerca con il management, con le relazioni industriali, con quelle politiche, navigando in mezzo alla Guerra fredda, alla caduta del Muro e alla riunificazione della Germania, guidati dal progetto di completare la Teoria standard che prevede l’esistenza del bosone di Higgs». E ci sono riusciti, stando ai primi risultati degli esperimenti Atlas e Cms coordinati dai fisici italiani Fabiola Gianotti e Guido Tonelli, divulgati tre mesi fa. Risultati che secondo Rolf Heuer, il direttore del Cern, saranno definitivi entro l’estate prossima, quando si saprà con certezza se la particella scoperta nel 2012 è proprio il bosone teorizzato 40 anni fa. L’alternativa (considerata remota alla luce di Atlas e Cms ) è che si si tratti di una particella elementare della stessa famiglia ma diversa al punto di dover rivedere la teoria. «I primi dati – ribadisce Maiani – ci dicono che siamo sulla strada giusta. Ma noi fisici siamo sospettosi e vogliamo sempre andare a vedere fino in fondo». Anche perché come spiega la teoria dominante, il modello standard descrive solo il 5 per cento dell’universo originato dal Big Bang. Sempre a febbraio Lhc ha spento i motori ed è entrato in manutenzione. Nel 2015 si ripresenterà ancora più potente agli scienziati e ai tecnici del Cern – una babilonia di oltre 10mila persone provenienti da ogni angolo del pianeta. Centinaia di loro parlano italiano. E non è un particolare da sottovalutare.

Secondo Maiani siamo di fronte a una storia profondamente legata alle sorti dell’Europa politica: «Basandosi su un terreno molto solido che è quello della fisica delle particelle europea, i governi Ue che sostengono il Cern, la diplomazia, e poi i tecnici, gli scienziati, gli ingegneri sono riusciti a compiere un’impresa straordinaria». Un’impresa fallita dagli Stati Uniti. «Senza questo lavoro d’equipe – osserva Maiani -, la fisica europea sarebbe sempre rimasta satellite degli americani. L’idea lanciata nell’immediato dopoguerra dal fisico Edoardo Amaldi (che chiamò Touschek a Roma) e da altri, cioè che l’Europa dovesse unire le forze scientifiche per poter competere con le grandi potenze, si è rivelata vincente. E in questi tempi nei quali si guarda all’Unione come l’origine di tutti i mali sociali, l’esito della caccia al bosone di Higgs assume una valenza particolare».

Pensando, oggi, al pessimo rapporto delle nostre istituzioni con la ricerca di base e soprattutto con l’idea di una programmazione a lungo termine, ci si chiede come sia stato possibile partecipare a un’opera così straordinaria e complessa. «La speranza è che questa storia non sia così unica. Il concetto di programmazione ha sempre ispirato l’Infn. Un istituto di ricerca che è stato reso possibile da politici lungimiranti, tra cui spicca Sandro Pertini. Noi – spiega Maiani – abbiamo navigato su questa onda. E l’Infn ha sempre speso bene i propri soldi, creando il laboratorio del Gran Sasso, quello di Frascati e partecipando all’esperimento del Cern-Lhc. Fino a 15 anni fa il Cern “parlava” in pratica solo francese. Oggi dentro Lhc c’è un contributo italiano che è confrontabile con quello di Parigi». Ma la sensibilità verso la cultura scientifica in Italia non è più quella di 40 anni fa. Sebbene sia noto che dalle ricerca fondamentale del Cern siano scaturite alcune innovazioni che ci hanno cambiato la vita – il Www è nato lì – , la “cura” pensata dagli ultimi governi italiani per affrontare la crisi non induce all’ottimismo. «Non è possibile – osserva Maiani – pensare a una ripresa che non sia basata sul finanziamento del mondo scientifico, che peraltro in questo momento è allo stremo. Io ho vissuto anche come presidente del Cnr una lunga storia di erosione delle risorse, non solo economica. Sono state intaccate le aspettative. Cioè è stata lesa l’immagine della ricerca intesa come il punto centrale dell’innovazione. E quando parlo di ricerca intendo tutta la ricerca». Vale a dire? «Basti dire delle staminali e del decreto che ha autorizzato l’impiego del metodo Stamina sebbene non ci sia l’evidenza scientifica che funzioni. Così passa il messaggio che è lecito ignorare la realtà scientifica».

L’ex direttore del Cern ritiene che questo atteggiamento antiscientifico attraversi tutti gli strati della società italiana e che sia in parte dovuto alla disinformazione. «Sul Giornale è uscito un articolo che accusava il ministro di aver finanziato quattro enti scientifici per i quali era stata proposta la soppressione. Qui c’è un equivoco pericolosissimo. Nessuno aveva detto che quegli enti fossero inutili, nel senso che facessero cose inutili. L’idea era che la scienza si sarebbe organizzata meglio incorporandoli altrove. Qui i ricercatori avrebbero continuato il proprio lavoro. Pensare alle spese di ricerca come del denaro gettato al vento è diventato molto comune ed è tipico dei momenti di crisi. Penso che sia molto pericoloso, soprattutto per la nostra società. Darwin disse anche cose inesatte, ma negare l’evoluzionismo significa negare che noi oggi vediamo il virus dell’aviaria evolvere nel tempo per via della selezione naturale. E se non avessimo gli strumenti per capire questo non avremmo gli strumenti per difenderci».

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
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