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Società

Italiani di fatto

stranieri-nuoviSono nati in Italia da genitori stranieri. Sono più di un milione, ma è come se non esistessero. Adesso uno di loro siede a Montecitorio. Dove è già arrivato il ddl sul diritto di cittadinanza. Parla il giovane deputato Pd Khalid Chaouki

Federico Tulli, Left 16/2013

Da Casablanca, Marocco, a Palazzo Montecitorio, Italia. Passando per una rosticceria-kebab a Reggio Emilia. Prima di Khalid Chaouki mai il figlio di cittadini immigrati era stato eletto nel nostro Parlamento. Nato nel 1983 sulla costa atlantica del grande Paese nord africano, Chaouki è arrivato in Italia all’età di 9 anni insieme alla madre e ai tre fratelli per raggiungere il padre partito due anni prima con in tasca pochi soldi e il sogno di avviare un’attività che gli consentisse di sistemare la famiglia. Realizzando progetti di vita che in Marocco erano impraticabili. Prima tappezziere a Palermo, poi operaio in una fonderia a Parma, infine proprietario di un fast-food “etnico” a Reggio Emilia, la storia del padre di Khalid è simile a quella di migliaia di connazionali e di persone straniere in genere che entrarono in Italia utilizzando la porta aperta dalla legge Martelli del 1990. Anche la storia Chaouki almeno fino ai 18 anni è stata simile a quella dei suoi coetanei 2G, acronimo usato per gli immigrati di seconda generazione. «In Italia sono oltre un milione» racconta a Left «ma è come se per le istituzioni non esistessero. Pur essendo nati e cresciuti qui, non hanno diritto alla cittadinanza». Si può richiedere solo con la maggiore età. E non sempre la si ottiene: con le leggi attuali compiuti 18 anni il rischio di espulsione è quotidiano, la precarietà è una condizione costante. Nel 2001 la vicenda personale di Chouki ha preso una improvvisa svolta. «Circa due settimane dopo l’11 settembre ho fondato i Giovani musulmani d’Italia, un gruppo di ragazzi che come me sentivano la necessità di creare un ponte di dialogo con la società in cui vivevamo, eliminando i pregiudizi reciproci». Affondano in questa esperienza le radici di un percorso che tra le diverse tappe lo ha visto componente della consulta islamica presso due diversi ministri dell’Interno (Pisanu e Amato), e che alle Politiche di febbraio lo ha portato fin dentro la Camera come deputato del Partito democratico responsabile dei temi sull’immigrazione. Proprio in quegli stessi giorni i suoi genitori, ormai cittadini italiani, nell’impossibilità di sostenere il peso della crisi si preparavano a emigrare di nuovo. Dopo 23 anni di sacrifici e di progetti, a marzo hanno dovuto vendere l’attività commerciale. «Oggi sono a Charleroi, in Belgio. E questa per me non è solo una profonda ferita personale. Come loro se ne stanno andando migliaia di “nuovi italiani” di prima generazione. Viviamo in un Paese che ormai non può più garantire i servizi minimi. E agli immigrati manca la rete familiare che con i suoi risparmi consente agli italiani in difficoltà di affrontare in qualche modo l’emergenza». Chaouki vive con la moglie Khalida e i due figli a Roma. Si è sposato a 20 anni, poco prima di entrare all’Ansa Med – erano i tempi della guerra in Iraq – dove ha fatto tutta la trafila fino a diventare giornalista professionista.

Khalid Chaouki, deputato, responsabile immigrazione Pd

Khalid Chaouki, deputato, responsabile immigrazione Pd

Lei da credente islamico è dentro un’istituzione dove i non cattolici si contano sulle dita di una mano. Ora comincia il difficile.

Non è detto. Da bambino i miei mi mandarono a Belluno in collegio. Era l’unico modo per mantenerci tutti. La scuola era cattolica e gestita da suore, io ero l’unico bimbo musulmano su trecento alunni. Mia madre aveva il terrore che mi convertissero al cattolicesimo. Non andò così, anzi la mia visione laica dei rapporti nacque da quella esperienza. Fu grazie alla superiora che “difese” la mia libertà di culto che pensai alla possibilità di dialogare con una cultura diversa e iniziai perdere i miei pregiudizi. Accadde lo stesso a mia madre.

Il 21 marzo, rispettando una promessa fatta in campagna elettorale Pierluigi Bersani ha depositato alla Camera il primo disegno di legge targato Partito democratico,“sull’acquisto della cittadinanza”. Oltre a quella del leader Pd, porta la sua firma, di Speranza e della Kyenge, deputata di origini congolesi. Dignità della persona, diritto di cittadinanza e diritto di voto sono i pilastri del ddl. In mezzo ai disastri della crisi economica c’è chi ha storto il naso, anche all’interno del vostro partito.

Bersani è stato coraggioso perché questo tema non porta voti. Abbiamo la fortuna di un segretario che ha preso a cuore il tema della “cittadinanza” e ha compreso l’importanza non solo simbolica di questa battaglia culturale. Giustamente ci sono tanti altri problemi, come la disoccupazione, che vengono considerati prioritari rispetto al riconoscimento di un diritto. Ma è in atto una rivoluzione che riguarda l’Italia a partire dalla maturazione di una nuova identità sociale che non può più essere ignorata.

Come nasce legge cittadinanza?

È un impegno politico preso nel punto più basso raggiunto dall’Italia nei confronti dell’immigrazione. Mi riferisco ai respingimenti nel mare di Lampedusa ordinati dal ministro Maroni nel 2009. Io ero responsabile dei G2 del Pd, e mi convinsi insieme ai miei compagni che si era raggiunto il livello minimo di tolleranza sociale e quello massimo di indifferenza politica rispetto a un tema cruciale. Lanciammo il progetto “Stranieri di nome, italiani di fatto”. A Lampedusa, “contro” Maroni, c’era anche Laura Boldrini, all’epoca portavoce dell’Unhcr. Oggi lei è presidente della Camera e quel progetto è diventato un disegno di legge.

In caso di Grande coalizione di governo lei rischia di ritrovarsi in Parlamento dallo stesso lato di Maroni. Quando lei si candidò con Rutelli alle comunali del 2008, Gasparri, Mantovano e altri parlamentari di destra la definirono “noto estremista islamico”. Di recente lei e la Kyenge siete stati insultati e minacciati da militanti leghisti a causa della vostra origine africana. Su facebook Francesco Bellentani, segretario a Nonantola, nel modenese, ha invitato i suoi a «fare i kamikaze» uccidendo «minimo 20» di voi «prima del gesto estremo».

Se io sono alla Camera è perché la mia missione numero uno consiste nell’ottenere la legge di cittadinanza. La Lega manterrà le sue posizioni, e non mi aspetto sorprese da nessuno di costoro. Io ho fiducia nel dialogo con gli altri giovani entrati per la prima volta in Parlamento come me. La guardia va mantenuta comunque alta e va proseguita la battaglia culturale. Il tema della cittadinanza deve essere il più possibile presente dentro le istituzioni ma deve stare anche fuori rivoluzionando il dibattito pubblico

In che modo?

Proponendo, da sinistra, una nuova chiave di lettura nuova.

Cioè?

È inutile porre sempre l’accento su sbarchi, emergenze o problemi che peraltro possono anche essere fisiologici in una certa fase storica. Bisogna raccontare invece l’Italia che è cambiata e che sta cambiando. Dal 1990 a oggi quello che nessuno ci ha mai detto è che il destino del Paese inevitabilmente è quello di una società multiculturale come è stato per altri grandi Paesi europei. Si è sempre preferito pensare che l’immigrazione fosse un fenomeno passeggero, da risolvere con qualche sanatoria, “tanto prima o poi se ne andranno”.

Invece siamo alla seconda generazione e anche alla terza.

La società italiana non è mai stata formata né preparata a questo tipo di cambiamento. Per cui si spiega come tanti slogan populisti, razzisti e discriminatori abbiano trovato terreno fertile. Si deve dire con chiarezza che l’Italia è cambiata e cambierà sempre di più. Anche per mano non di alieni ma di persone che sono i figli degli immigrati nati in questo Paese. Quindi chi è fermamente contrario si deve mettere l’animo in pace verso una realtà che prima riusciremo a regolamentare e meglio sarà per tutti.

Suona come un avvertimento.

È guardare in faccia la realtà. C’è un’intera generazione che diversamente dai genitori è nata qui, studia qui e qui guarda al proprio futuro di cittadino, di lavoratore. Non è più disposta ad aspettare o a sentirsi ospite. Il rischio è che cresca una generazione che diventerà italiana, un po’ tardi ma inevitabilmente lo sarà, ma col rancore, io dico legittimo, verso un Paese che l’ha tenuta ai margini fino all’ultimo. E solo perché costretto ha dovuto in qualche modo riconoscerle la cittadinanza. C’è anche una visione a lungo termine. Quale Paese vogliamo costruire oggi? Non si possono tenere fuori dalla società un milione di bambini e ragazzi che di questo Paese sono figli. Se i genitori sono riconoscenti all’Italia per aver cambiato le loro vite, per i 2G questo discorso non vale. Rivendicano con forza il diritto a cambiare le loro vite e quindi di competere alla pari per potersi affermare come cittadini in tutti i campi della società.

Oggi c’è ancora la legge Bossi-Fini.

Con questa legge non c’è alcun margine di compromesso. È inemendabile, semplicemente va cancellata. Perché riflette un pensiero che non ci appartiene e che ha fatto dei danni all’Italia oltre che agli immigrati, provocando profonde lacerazioni al tessuto sociale.

In Italia c’è una religione dominante. Lei è musulmano e si dice laico. Pensa ci sia margine per lo sviluppo di un dialogo tra le diverse religioni?

Questo è un tasto dolente. Da giovane musulmano rispetto a questo tema ho dovuto affrontare parecchie discussioni e strumentalizzazioni. In Italia abbiamo un modello di laicità alquanto “originale”, per non dire altro. È chiaro che c’è qualcosa che non funziona in termini di parità e uguaglianza così come invece la Costituzione riconosce con l’articolo 8. Per fare un esempio, manca una legge sulla libertà religiosa ma anche nel quotidiano degli appartenenti alle singole minoranze c’è una lesione del diritto a un pari trattamento e dignità. Penso alla scuola pubblica dove c’è una discriminazione tra chi frequenta l’ora di religione cattolica e chi non vuole o non può frequentarla. Penso anche agli ospedali e alle carceri dove c’è solo il cappellano cattolico ed è il cappellano per tutti. Anche per chi cattolico o credente non è.

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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