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Ricerca scientifica

La scienza in fumo. Dalle ceneri di Napoli rispuntano i creazionisti

citta_scienza__7_«L’educazione scientifica come primo obiettivo da abbattere» denuncia l’epistemologo Telmo Pievani su Nature. E sul Foglio c’è chi ha applaudito per il rogo della Città della scienza

Federico Tulli, Babylon Post

Il rogo che all’inizio di marzo ha distrutto la Città della scienza non è soltanto un colpo al cuore (e alla mente) della città di Napoli. Leggendo una impietosa tabella pubblicata dall’Ansa nei giorni scorsi che evidenzia su due colonne la percentuale di spesa pubblica destinata in Italia nel 2011 rispettivamente alla cultura e all’istruzione, messa a confronto con quella degli altri Paesi Ue, la mano dell’ignoto piromane appare come quella di un boia che è stato incaricato di dare il colpo di grazia a un condannato agonizzante. Con l’1,1 per cento di denaro pubblico destinato a valorizzare il patrimonio culturale, il nostro Pese si posiziona all’ultimo posto dei 27. Con l’8,5 impiegato per l’istruzione va solo leggermente meglio: 26esimo davanti alla Grecia. Il condannato agonizzante è il futuro di noi cittadini italiani.

Nel libro-inchiesta Ignoranti. L’Italia che non sa, l’Italia che non va (Chiarelettere) Roberto Ippoliti analizza il livello d’istruzione della popolazione italiana. Le conseguenze di venti anni di politiche miopi e logiche “commerciali” sconclusionate (Tremonti, allora ministro dell’Economia, per giustificare tagli feroci disse: «Con la cultura non si mangia. Alla bouvette non esiste il panino alla cultura»), si sono tradotte secondo le ricerche di Ippoliti in un dato agghiacciante che spicca su tutti: oltre sette italiani su dieci non comprendono il senso di una frase di media complessità.

Questa cosa si chiama analfabetismo di ritorno ed è una bomba a orologeria innescata nel tessuto sociale del nostro Paese. Vale a dire che gli exploit elettorali di partiti e movimenti populisti avvenuti negli ultimi 20 anni – che si alimentano con un elettorato poco propenso a un’analisi critica della realtà, perché scarsamente capace di comprendere e di vederla per quella che è – probabilmente non sono nulla rispetto a quello che potrebbe accadere se uscisse fuori un unico partito (o un movimento) in grado di catalizzare il voto di questo 70 per cento di italiani.

Non tutto però pare perduto. Con la Città della scienza ancora fumante circa 10mila napoletani hanno manifestato per le vie della città gridando la propria indignazione contro l’attacco incendiario. Pochi giorni fa il fisico Vittorio Silvestrini, fondatore del sito distrutto, ha annunciato che grazie all’immediato sostegno economico di donatori e altri musei dedicati alla scienza, il centro potrà presto aprire nuove sale espositive nelle strutture e nei giardini scampati alle fiamme. Flebili ma significativi segnali di resistenza cui fanno da contraltare alcune sguaiate voci che hanno cominciato a circolare indisturbate su media e social network inneggiando al rogo.

Tutto è scaturito da un articolo pubblicato sul Foglio a firma di Camillo Langone dal titolo eloquente: “Altro che Museo della Scienza. Dovevano bruciarla prima”. Per farsi un’idea del tenore del pezzo ecco un breve passaggio: «Ho cercato di capire meglio quali fossero queste benedette attività culturali, non potevo credere che Bennato si riferisse solo ai telescopi e ai caleidoscopi. Ho scoperto che nei capannoni dell’ex Italsider si propagandava l’evoluzionismo, una superstizione ottocentesca ancora presente negli ambienti parascientifici (evidentemente anche nei residui ambienti cantautorali). Il darwinismo è una forma di nichilismo e secondo il filosofo Fabrice Hadjadj dire a un ragazzo che discende dai primati significa approfittare della sua natura fiduciosa per gettarlo nella disperazione e indurlo a comportarsi da scimmia».

A lanciare l’allarme nei confronti di quello che è un vero e proprio manifesto antidarwinista di matrice cattolica, è stato il filosofo della scienza Telmo Pievani con una review pubblicata sul numero di Nature […] [la versione completa dell’articolo è stata pubblicata su Babylon Post]

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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