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Società

La Costituzione negata, senza laicità non c’è democrazia

bersaglieNel saggio “La laicità è donna” la costituzionalista Marilisa D’Amico spiega perché la piena realizzazione dei diritti delle donne è legata al principio di laicità che permea la nostra Carta

Federico Tulli, Babylon Post

Ogni anno a settembre si svolge a Londra la Marcia di sostegno alla Campagna per un’Europa Laica. Nella capitale inglese migliaia di persone, in gran parte giovani, manifestano per sensibilizzare le istituzioni europee e dei singoli Stati ai temi della libertà di pensiero e religiosa, dei diritti delle donne in materia di aborto e contraccezione, per porre fine alle discriminazioni nei confronti delle persone omosessuali e ai privilegi di cui gode una religione in particolare, uno Stato in particolare: la religione cattolica, onnipresente in esclusiva nelle scuole pubbliche, e Città del Vaticano, vero e proprio paradiso fiscale incastonato nel Vecchio continente. Se mai fosse possibile organizzare un evento così partecipato anche in Italia, a questi temi affiancheremmo, la difesa della libertà di ricerca scientifica in biologia e genetica, della legge 194 sull’aborto dal dilagare di una sospetta obiezione di coscienza, la richiesta di una legge sulle unioni civili, di una norma per il testamento biologico e non “contro” quale è il disegno di legge Calabrò sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento arenato in Senato da anni, lo smantellamento definitivo della scellerata legge 40/2004 sulla fecondazione assistita (peraltro già duramente intaccata da cinque sentenze della Corte costituzionale e due pronunce della corte europea dei Diritti dell’uomo di Strasburgo).

Nel 2010, la terza edizione della marcia londinese confluì nella manifestazione “Protest the Pope” indetta contro la visita pastorale di Benedetto XVI che proprio in quei giorni si trovava in Gran Bretagna. All’attuale papa emerito oltre 20mila persone contestavano sia l’atteggiamento – diciamo così – poco chiaro mantenuto nei confronti dei crimini pedofili compiuti da persone di Chiesa durante gli anni in cui lui era stato a capo della Congregazione per la dottrina della fede (che un tempo fu l’Inquisizione), sia le inadeguate risposte che la Chiesa di Roma sotto il suo comando stava dando a fronte di migliaia di casi di violenze, stupri e abusi compiuti da religiosi che lungo il 2010 erano stati scoperti in quasi tutto il mondo occidentale. La scintilla dell’indignazione di massa fu il costo del viaggio, totalmente a carico dei contribuenti inglesi, di 20 milioni di sterline. Se pensiamo che tra ottopermille, sgravi fiscali e altri benefit pubblici, la Conferenza episcopale incassa in Italia oltre sei miliardi l’anno, noi italiani saremmo autorizzati a organizzare una manifestazione di protesta al giorno.

Se questo non accade non vuol dire che non ci sia una rivolta sociale in atto.

Nei giorni scorsi è stato pubblicato l’VIII Rapporto sulla secolarizzazione in Italia, redatto da Critica liberale in collaborazione con Cgil Nuovi diritti. Come negli anni precedenti, questo studio si è posto una domanda: quanto e come i precetti della Chiesa cattolica e apostolica romana influenzano le scelte di vita quotidiana dei cittadini italiani facendo leva sul Concordato, i Patti lateranensi e l’articolo 7 della Costituzione?

Prendendo in esame una raccolta di dati riferiti agli ultimi venti anni (dal 1991 al 2011) i ricercatori dell’Osservatorio laico hanno analizzato le modifiche nelle preferenze della società italiana rispetto a campi in cui l’influenza della dottrina cattolica è più presente, per valutarne la reale incidenza, misurando il radicamento della Chiesa stessa nella società attraverso la presenza delle sue organizzazioni e istituzioni (scuole, seminari, parrocchie e i diversi enti religiosi). Solo per fare un esempio veloce, gli indici relativi ai battesimi, le comunioni, i matrimoni concordatari, la frequentazione dell’ora di religione, la scelta dell’ottopermille e le offerte volontarie sono tutti in diminuzione. Da venti anni.

Lo studio restituisce però l’immagine di un Paese affetto da un «santo paradosso». Da un lato c’è una società civile sempre più emancipata dal giogo della Chiesa cattolica e della sua dottrina, dall’altro, complici le “pressioni” politiche ed economiche delle gerarchie vaticane, troviamo le istituzioni pervicacemente impegnate a impedire ogni processo di modernizzazione che contribuisca a rendere definitivo la separazione fra Stato e Chiesa. In una parola: laicità. Un momento significativo è rappresentato in epoca recente dall’agenda sulla bioetica dell’ultimo governo Berlusconi che in cinque punti a partire dall’assurda equazione embrione=persona sacralizzava la difesa della “Vita” facendo tabula rasa di decenni di conquiste scientifiche riconosciute e valorizzate in tutto il mondo. L’agenda fu varata quasi di soppiatto nell’agosto del 2011 con mezzo Paese in vacanza ma il governo Monti, insediatosi tre mesi dopo, non l’ha mai ricusato. Non è un caso se porta la firma del ministro della Salute, Renato Balduzzi, il ricorso contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo (agosto 2012) che ha “condannato” l’Italia a eliminare il divieto di accesso alla diagnosi pre-impianto sugli embrioni stabilito nella legge 40, in quanto viola un diritto umano. Ricorso, ovviamente, perduto.

I risultati di queste politiche retrive e ideologiche sono sotto gli occhi di tutti. A partire dagli attacchi continui alla legge sull’aborto e ai consultori: giova ricordare la recentissima condanna in Cassazione di un medico obiettore per aver rifiutato di visitare una donna che aveva abortito, nonché le tossine liberate nel Lazio dalla proposta di legge regionale Tarzia che pretendeva di smantellare quelli pubblici aprendo alla gestione da parte dei cosiddetti “movimenti per la vita”, e che all’articolo 3 citava: «la Regione tutela la vita nascente e il figlio concepito come membro della famiglia». E poi ancora, il divieto di fecondazione eterologa (sul quale, è notizia di questa settimana, si dovrà pronunciare la Corte costituzionale sollecitata da un giudice del Tribunale di Milano), la feroce e insensata battaglia contro l’introduzione della pillola Ru486 come metodo abortivo alternativo a quello chirurgico e contro la vendita in farmacia della pillola contraccettiva “del giorno dopo”. Infine, la grottesca e sadica istituzione della giornata nazionale degli stati vegetativi in concomitanza con l’anniversario della fine di Eluana Englaro, e la schedatura governativa delle pazienti che ricorrono alla procreazione medicalmente assistita che fu inserita nel 2011 tra le pieghe dell’imponente decreto Milleproroghe e scovata dal senatore Pd, Ignazio Marino.

marilisCiascun capitolo di questa dolorosa storia parla di un potere politico sempre più distaccato dalla società che dovrebbe rappresentare, di una continua minaccia alla salvaguardia di diritti civili fondamentali (salute, privacy, autodeterminazione), e di due vittime in particolare: le donne e il principio costituzionale di laicità dello Stato. Ecco allora l’importanza di un saggio come La laicità è donna firmato per L’Asino d’oro da Marilisa D’amico, che non si limita a mettere dei punti fermi e a ricostruire in maniera sintetica ed efficace gli avvenimenti facendoci comprendere in poche pagine come il nostro Paese sia regredito fino a questo punto. In particolare l’attenzione dell’autrice è focalizzata sulle quattro principali questioni che legano laicità e diritti (negati) delle donne: la legge 194 sulla interruzione di gravidanza, la legge 40 sulla fecondazione assistita, il multiculturalismo e la democrazia rappresentativa.

D’Amico, che è ordinario di diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Milano, tratteggia infatti anche il quadro delle condizioni necessarie affinché uno Stato possa dirsi veramente laico. A partire dal pilastro di una legislazione non invasiva sui diritti civili (che alcuni amano definire “eticamente sensibili”) e che soprattutto aderisca ai dati reali dei fenomeni sociali che intende regolamentare. Il riferimento alla fotografia del Paese scattata dal Rapporto sulla secolarizzazione non è affatto casuale e sarebbe da mettere a confronto con il caso della Germania su cui la D’Amico si sofferma in maniera particolare, evidenziando le infauste conseguenze sulla tenuta sociale provocate da provvedimenti che si arroccano su posizioni ideologiche e assolutiste negando il valore di qualsiasi punto di vista diverso da quello imposto ex lege. Per poi concludere con un’indagine e con le considerazioni sugli effetti che la perdita della tenuta laica del nostro ordinamento ha prodotto sul tessuto sociale, incidendo in particolare sui diritti delle donne. In definitiva ciò che Marilisa D’Amico ci restituisce con l’agile pamphlet La laicità è donna non è solo un documento storico quanto una preziosa panoramica degli elementi che rivelano come e perché uno Stato italiano più laico migliorerebbe la condizione femminile. Non solo. Da queste pagine emerge perché una maggiore presenza delle donne nelle nostre istituzioni riporterebbe il “Palazzo” nel XXI secolo e in sintonia con le esigenze di tutti i cittadini. Uomini compresi.

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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