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Società

Opg, Guantanamo d’Italia

pazziaLa vergogna dimenticata degli ospedali psichiatrici giudiziari nel nuovo libro di Adriana Pannitteri. Homberg e Bianchi, psichiatre: il problema non è dove curare ma come

Federico Tulli, Babylon Post

In Italia c’è un’emergenza sociale e sanitaria che si trascina da troppi anni senza che l’opinione pubblica ne abbia l’esatta percezione. Un’emergenza che riguarda direttamente una cifra che oscilla tra 950 e 1300 persone e che sembra rappresentare la cartina tornasole di una serie di scelte politiche sbagliate o miopi che a loro volta hanno provocato pesanti ricadute in ambito sociale e sanitario. Si tratta degli internati che formano la popolazione relegata all’interno dei sei ospedali psichiatrici giudiziari italiani. Opg è l’acronimo dietro cui si cela una situazione non degna di un Paese civile.

pannicoverAversa e Napoli, Montelupo fiorentino e Reggio Emilia, Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina, Castiglione delle Stiviere in Lombardia è il nome dei sei non luoghi. Strutture per lo più fatiscenti nelle quali questo migliaio di persone, tra cui un centinaio di donne, vive in una situazione di degrado e dove la scarsità di personale medico e paramedico e di addetti al controllo è una costante che mette in pericolo l’incolumità di tutti: internati e non. Qui la contenzione prevale sulla cura e quello dei manicomi giudiziari – eliminati per legge a metà anni 70 – non è un ricordo ma troppo spesso una drammatica realtà.

Con la professionalità della cronista e la sensibilità indispensabile per restituire al lettore la complessa realtà che ruota intorno alla vicenda degli Opg italiani, Adriana Pannitteri ha varcato il muro che separa queste persone dallo Stato di cui sono cittadini ma che appaiono in tutto e per tutto dimenticati dallo Stato e dai loro concittadini. La pazzia dimenticata, appunto, è il titolo del suo libro inchiesta firmato per L’Asino d’oro. E cancellati dalla memoria dell’opinione pubblica sono i detenuti per aver violato la legge e diagnosticati incapaci di intendere e volere. “Matti”, insomma, responsabili […] [la versione completa dell’articolo è stata pubblicata su Babylon Post]

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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