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Una, nessuna, centomila. Quelle donne invisibili nel Paese dei badati

MorozziA colloquio con Daniela Morozzi, attrice-autrice di uno spettacolo teatrale che porta in luce il fenomeno scarsamente indagato delle assistenti familiari straniere in Italia

Il titolo è criptico: Mangiare, bere, dormire. Il sottotitolo è esplicito, esauriente anche divertente: Storie di badanti e badati. Una questione seria, di scottante attualità e alto profilo socio-culturale, affrontata con intelligente leggerezza e squisito interesse antropologico. Mangiare, bere, dormire. Storie di badanti e badati di e con Daniela Morozzi e Leonardo Brizzi, per la regia di Riccardo Sottili e con la partecipazione di Maria Grazia Campus, è uno spettacolo teatrale unico nel suo genere per il tema trattato e per come questo tema viene trattato. Lo si intuisce già dal titolo. «Mangiare, bere, dormire – racconta Daniela Morozzi a Babylon Post – è la frase tipica che sentono pronunciare invariabilmente prima o poi tutte le donne straniere “prese” come assistenti di una persona anziana dai familiari di quest’ultima, quando chiedono di essere pagate: “Ti diamo da mangiare, da bere e da dormire, cosa vuoi di più?”». Nello spettacolo Daniela Morozzi interpreta sei personaggi femminili, ciascuna con una storia diversa alle spalle e un bagaglio culturale specifico.

Vengono dall’est europeo, dall’ex Unione sovietica oppure dal Maghreb e dalla fascia sub sahariana dell’Africa. Tutte diversissime tra loro però con un unico obiettivo. «Realizzare in Italia quello che non è stato possibile oppure, peggio, non è stato permesso loro nel Paese di origine: diventare autonome, indipendenti, avere un ruolo attivo nella società». Come è comprensibile, l’impatto con una nuova realtà sociale e soprattutto con la lingua, gli usi, i costumi e una cultura a loro ignoti, spiega l’autrice-attrice, è durissimo: «Ma l’inusuale forza di volontà di queste donne che hanno scelto di separarsi dalla famiglia, dai figli, dal proprio marito per, come si dice, farsi un’identità, dà loro la spinta per reggere l’urto». Che spesso è più devastante di ciò che si è lasciato.

«Chi lavora quotidianamente nelle case degli italiani accanto ed anziani e malati per accudirli e prendersi cura di loro è come stretta dentro una morsa», racconta Morozzi che nel tempo ha costruito la sceneggiatura andando di persona a intervistare le “protagoniste”, svolgendo per due anni un vero e proprio lavoro d’inchiesta sul campo. Da un lato c’è il passato, con delle radici da non rinnegare, ma che può anche celare la drammatica realtà della tratta di esseri umani. «Bisogna tenere presente – spiega Morozzi – il volume d’affari che viene mosso da quello che è un vero e proprio esercito che si dirige verso un Paese che invecchia costantemente e allo stesso tempo taglia i servizi sociali essenziali per far fronte alla crisi. Sono oltre 2,5 milioni gli italiani che ricorrono ai servizi di assistenza svolti dalle cosiddette badanti. Costoro, a loro volta, sono almeno un milione e mezzo in tutto il Paese. È quasi inevitabile che il flusso di immigrazione sia in parte controllato da organizzazioni poco cristalline».

Dall’altro lato della morsa c’è la famiglia in cerca di un aiuto, a poco prezzo e senza tante pretese. «Il 71 per cento dell’assistenza è garantita da donne straniere. La maggior parte di loro non ha un contratto ed è senza permesso di soggiorno. Questo consente a chi le “assume” di risparmiare facendo leva su un vero e proprio ricatto […].

Federico Tulli [leggi la versione completa dell’articolo su Babylon Post]

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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