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Salute

Chi ha paura dei migranti? La salute mentale non ha colore

Troncare le proprie radici e l’impatto con una cultura diversa possono causare disagio che non sfocia per forza in patologia. A colloquio con la psichiatra Rossella Carnevali

La psichiatra Rossella Carnevali

[…]Gli studi sociologici più accreditati sono concordi nell’affermare che gran parte dei migranti arriva in Italia in buone condizioni. Molti poi si ammalano qui: traumi (25,9 per cento dei ricoveri per gli uomini), malattie dell’apparato digerente (14 per cento), oltre a parti e complicanze della gravidanza e del puerperio per le donne (56,6), sono le cause più frequenti di ricovero. Spesso nell’evoluzione della malattia, prima del ricovero, sono determinanti la diffidenza e la paura di essere rimpatriati nonché una scarsa conoscenza del nostro sistema sanitario. Considerando i numeri di cui stiamo parlando (oltre il 7 per cento della popolazione italiana) si può dire che questo accordo Stato-Regioni abbia disinnescato una bomba a orologeria. Questa popolazione nella popolazione, composta da persone straniere residenti e non, impone l’esistenza di modelli di integrazione sempre più evoluti. Tra questi modelli svolge un ruolo fondamentale quello relativo all’approccio medico. Poiché si tratta di donne e uomini che nella maggior parte dei casi hanno alle spalle esperienze estremamente dolorose, vissute sia in patria che durante il viaggio affrontato per arrivare fin qui, Babylon Post ha rivolto alcune domande a Rossella Carnevali, psichiatra e psicoterapeuta (nella foto), per capire in che modo si instaura il rapporto di cura con questa particolare tipologia di pazienti e quali siano le problematiche da affrontare. «Come si può intuire – osserva Carnevali che si è formata al centro Françoise Minkowska di Parigi specializzato nel campo della psichiatria transculturale – certe esperienze… [continua a leggere su Babylon Post]

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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