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Ricerca scientifica

Il lungo viaggio di Rita Levi Montalcini, a vele spiegate “Verso Bisanzio”

rita-levi-montalcini-diesParafrasando Yeats, poeta che amava, la grande scienziata ha perseguito un’ideale meta di conoscenza in grado di sfidare il tempo attraversando i secoli senza strappi

Rita Levi Montalcini nacque a Torino nell’aprile del 1909. In quello stesso anno Filippo Tommaso Marinetti aveva pubblicato su Le figaro il Manifesto del Futurismo in cui sosteneva che nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro: si glorificava la guerra – sola igiene del mondo – ed il gesto distruttore. Sempre nel 1909 volò il primo aereo italiano, fu fatta la trasvolata della Manica e fu assegnato il premio Nobel a Marconi per la telegrafia senza fili. La grande scienziata torinese appartenente a una famiglia presente nel 1400 nel territorio di Siena, è vissuta più di un secolo e ci appare provenire da un mondo profondamente diverso dal nostro immerso ancora pressoché totalmente nella mentalità vittoriana che negava alle donne accesso all’istruzione universitaria. Nei suoi numerosi libri che contengono riferimenti autobiografici la scienziata chiarisce la natura della sua ribellione all’autorità paterna e maschile e la nascita della vocazione per la medicina maturata in una cultura familiare laica fatta di “liberi pensatori” lontani dalle credenze e dalle ritualità della religione ebraica. La neurobiologia sperimentale nella prima metà del Novecento, negli anni in cui la Montalcini si cimentava durante i corsi universitari coi primi corteggiatori, era immersa nella disputa fra “reticolaristi” i quali sostenevano con Golgi che il cervello fosse costituito da una rete continua e i sostenitori della “teoria neuronale” di Santiago Ramon Y Cajal, (confermata molti decenni dopo dall’avvento della microscopia elettronica), secondo la quale il sistema nervoso era fatto di elementi cellulari fra loro separati. L’embriologia degli anni trenta ai tempi in cui Rita Levi Montalcini cominciò le.. [L’articolo di Domenico Fargnoli prosegue su Babylon Post]

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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