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Società

Scout e pedofilia, la promessa violata

Lo scandalo degli abusi che ha travolto i Boy scout of America ha radici antiche, e inquietanti analogie con le vicende che hanno squassato le fondamenta della Chiesa cattolica

Il primo doloroso, profondo squarcio si è aperto il 30 marzo del 2005 quando un autorevole dirigente nazionale del corpo dei Boy scout statunitensi si è proclamato colpevole davanti alla giuria di un tribunale del Texas. L’accusa, pesantissima, era di pedofilia. Secondo gli investigatori, Douglas Smith, questo il nome dell’uomo, era coinvolto da almeno dieci anni in un traffico internazionale di materiale pedopornografico diffuso via internet. Smith faceva parte da 39 anni della storica organizzazione Boy scout of America fondata nel 1910, che conta oltre quattro milioni di bambini e ragazzi e migliaia di gruppi. Per la prima volta quel mondo – considerato in tutto l’occidente, ideale per la formazione e la crescita degli adolescenti – si trovava a fare i conti con la stessa dinamica sconcertante e drammatica che solo tre anni prima, a partire dallo scandalo della diocesi di Boston guidata dall’allora cardinale Bernard Law, aveva squassato le fondamenta di un’altra solida realtà sociale statunitense: la Chiesa cattolica. La conferma che, purtroppo, non si trattava di un caso isolato e che ci fossero delle analogie con la vicenda degli abusi clericali e le sistematiche coperture operate dalle gerarchie ecclesiastiche è arrivata cinque anni dopo.

Nel marzo del 2010, durante un processo per pedofilia nell’Oregon, l’avvocato Kelly Clark accusò l’amministrazione dei Boy scout of America di aver tenuto per anni un archivio segreto registrato col titolo “Perversion files”, nel quale erano documentati i casi di abusi accaduti e denunciati all’interno dei loro gruppi. La notizia provocò sconcerto e indignazione negli Stati Uniti ma ebbe poca rilevanza alle nostre latitudini perché arrivò nel pieno della bufera che stava travolgendo istituti scolastici cattolici e diocesi di mezza Europa. Bufera che raggiunse l’apice un mese dopo con la controversa lettera di scuse di Benedetto XVI ai fedeli irlandesi. In quell’occasione Clarks esibì in aula almeno un migliaio di documenti affermando che fossero la prova che i Boy scouts d’America (Bsa) sin dagli anni Ottanta hanno deliberatamente ignorato almeno 1200 segnalazioni ricevute circa molestie “sessuali” verificatesi al loro interno. Il legale di Bsa, Charles Smith, non negò l’esistenza dell’archivio segreto, limitandosi a precisare che i dossier erano tenuti riservati perché «pieni di informazioni confidenziali». Il processo si concluse con la condanna per negligenza nei confronti di Bsa e il pagamento di 1,4 milioni dollari alla vittima difesa da Clarks. Un mese dopo la sanzione fu elevata a 14 milioni di dollari: il capo scout condannato ammise abusi su 17 bambini e l’organizzazione non aveva saputo proteggere i “lupetti” da eventuali pedofili lasciando questi ultimi a contatto con i bambini.

I “Perversion files” sono improvvisamente venuti alla luce questa settimana grazie a uno scoop del Los Angeles Times che è entrato in possesso del voluminoso dossier e lo ha reso pubblico. Dai documenti emergono inequivocabili conferme alle accuse mosse a suo tempo da Clarks e gettano una luce sinistra e cupa su Bsa e le loro attività “formative”. Nelle 14.500 pagine che compongono il report si racconta una storia che va dal 1959 al 1985 e mostra come i responsabili di Bsa abbiano sempre taciuto sulle violenze tenendole nascoste ai genitori dei ragazzini coinvolti, alla giustizia e all’opinione pubblica. I vertici dell’associazione si sarebbero limitati a chiedere ai responsabili degli abusi di dimettersi. Ma in alcuni casi, oltre a coprirli, li avrebbero anche aiutati a far sparire le proprie tracce. Impossibile non cogliere un inquietante link con la prassi attuata in quegli stessi anni dalle gerarchie ecclesiastiche cattoliche per coprire i preti pedofili e insabbiare casi e responsabilità. Va detto che l’inchiesta del Los Angeles Times riguarda in particolare il periodo 1970-1991, e che essa testimonia come in molti casi Bsa sia venuta a conoscenza dei presunti abusi solo dopo che questi erano stati denunciati alle autorità, le quali però risultano spesso reticenti. Ma «in oltre 500 casi – afferma il quotidiano – l’associazione ha saputo degli abusi dai ragazzi, dai genitori, dal personale o da informazioni anonime», facendo il possibile perché non trapelassero all’esterno. «Quando un problema emergeva veniva chiesto all’interessato di lasciare volontariamente la posizione piuttosto che correre il rischio di ulteriori indagini», si legge chiaramente in alcuni documenti. Di fronte allo scandalo, il portavoce di Bsa, Deron Smith, si è limitato a chiarire che oggi l’organizzazione richiede a tutti i suoi membri di riportare ogni sospetto di abuso direttamente alle autorità locali, sottolineando come gli attuali vertici abbiano sempre cooperato pienamente con le indagini della polizia. Dichiarazioni di rito, identiche a quelle già sentite pronunciare ad esempio dalla Sala Stampa vaticana per vicende analoghe. Che arrivano quando oramai la stalla è chiusa e i buoi, anzi, gli orchi sono già scappati..

Federico Tulli su Cronache Laiche

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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