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Società

L’industria halal fa volare il Sud Africa

La Nazione Arcobaleno è tra i leader mondiali nella produzione e commercio di generi alimentari e strutture che rispettano i precetti islamici. Un business da due miliardi di dollari

Federico Tulli su Globalist

Sebbene tra i Paesi più sviluppati sia quello con la più bassa percentuale di residenti musulmani, vi sono diversi motivi per affermare che il Sud Africa abbia un sistema estremamente strutturato e avanzato di certificazione “halal”. Al punto che la Nazione Arcobaleno è considerata uno dei cinque maggiori produttori mondiali di generi e strutture “halal”, parola che in arabo intende tutto ciò che è permesso acquistare secondo i precetti dell’Islam.

La storia dello sviluppo di questo settore nel potente Paese dell’Africa australe è strettamente intrecciata con quella unica e dolorosa dell’apartheid che ha squassato il tessuto sociale lungo tutto il secolo scorso. Avendo acquisito un decisivo slancio nella seconda metà del Novecento proprio nel momento in cui la lotta contro il regime di segregazione razziale ha imboccato la via di non ritorno verso l’attuale sistema democratico. I migranti di fede islamica si sono stabilita in Sud Africa in tre diverse ondate. I musulmani indonesiani sono stati i primi ad arrivare nel 1650 da Java e Sumatra, come prigionieri politici di colonialisti olandesi. Molti di loro erano artigiani. Intorno al 1870, dopo l’abolizione della schiavitù in India, si è verificata la seconda ondata. Tra gli indiani molti erano uomini d’affari e commercianti. Il terzo flusso si è verificato nei primi anni 90, quando le frontiere sono state aperte ai profughi dai paesi del Nord Africa, come la Nigeria, la Somalia e il Malawi. Circa la metà dei musulmani residenti in Sud Africa è rappresentata dai malay della zona del Capo, Western Cape in particolare. I malay hanno avuto un ruolo importante nella lotta contro l’oppressione dei boeri.

Durante l’apartheid, i musulmani – come gli indiani, i neri e bianchi – sono stati confinati in aree speciali e non gli era concesso di vivere, commerciare o sposarsi al di fuori della comunità. Con il risultato che le caratteristiche culturali sono state gelosamente custodite e non assorbite dalla cultura locale. Si è quindi sviluppato un forte senso di “identità musulmana” che oggi con la democrazia ottiene importanti risultati sia a livello sociale che politico. In Sudafrica si contano ormai 700 moschee e almeno 600 istituzioni educative islamiche.

La certificazione Halal è stata introdotta a queste latitudini nel 1960 ma per lungo tempo è stata limitata ai generi alimentari, soprattutto carne da macello. Nel 1970, il controllo è stato esteso al pollame, e nel 1980 ad altri materiali di consumo. Nel 1996, la South african national halal authority (Sanha) si è affermata come più importante organismo di certificazione halal. In un’inchiesta pubblicata sul magazine Gulf business, Peter Shaw-Smith ha stimato che oggi, circa il 60 per cento dei generi di consumo venduti in Sud Africa è prodotto secondo i cirteri halal, nonostante i musulmani siano solo il due per cento della popolazione. Questo risultato è dovuto alla grande quantità di esportazioni verso il nord del continente, in gran parte di religione islamica, e al fatto che circa il 50 per cento delle merci di largo consumo sono trasportate lungo l’Africa da operatori sudafricani. Il 35 per cento dei quali è musulmano. Infine, ma non meno importante, il commercio halal rappresenta ormai il 25 per cento del prodotto interno lordo del continente africano.

Col passare degli anni il raggio di azione della Sanha si è esteso anche al di fuori dei confini nazionali. Negli ultimi 15 anni si è occupata dell’assistenza nella certificazione halal di Zambia, Namibia, Botswana e Mozambico. Oggi Sanha conta circa 150 associati e rappresenta un peso notevole in un settore che nel mondo ha superato ormai i duemila miliardi di dollari l’anno di fatturato. Cifra che comprende la finanza islamica, prodotti farmaceutici e cosmetici, la logistica e la moda. L’industria alimentare da sola genera un valore di circa 160 miliardi di dollari all’anno in tutto il mondo. Lo sviluppo di una solida catena di fornitura, particolarmente curata in Sud Africa, è il lasciapassare per il controllo della filiera in tutto il mondo negli anni a venire.

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
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