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Cultura

Più ricchi perché diversamente ricchi

Riccardo Lombardi

Una società fondata su di un modello opposto a quello liberista oggi dominante. In libreria il nuovo saggio di Carlo Patrignani sul pensiero di Riccardo Lombardi

«Se l’Europa si fa sulla base del modello americano il mondo, nel suo complesso, non potrà sopportare questo; e non politicamente ma per ragioni biologiche di vita. O si segue, con tutte le cautele, le prudenze e la gradualità del caso, un modello diverso, opposto, oppure andremo incontro a crisi economiche e politiche per cui la costituzione di una unità europea potrà diventare addirittura un fatto nocivo». Quando Riccardo Lombardi pronunciava queste parole durante un intervento alla Camera dei deputati, l’oligopolio di un nucleo ristretto di banche d’affari nate e cresciute negli Stati Uniti – come inevitabile evoluzione dell'”idea capitalista del secondo Novecento – non aveva ancora prodotto la più spaventosa crisi economico-finanziaria mondiale dai tempi di quella che nel 1929 “concorse” a gettare le basi del conflitto che sconvolse l’intero pianeta. Era il 5 aprile 1973, c’era l’austerity causata dalla crisi petrolifera, ma nulla in confronto a ciò che 35 anni dopo i perversi meccanismi finanziari “inventati” dagli squali di Goldman Sachs, Morgan Stanley, Merrill Lynch, per fare soldi senza soldi e scommettendo sulla povertà altrui (derivati, sub-prime), avrebbero determinato su scala globale, decidendo sul destino non solo delle Borse, ma anche dei singoli Stati quindi sulla vita delle singole persone.

Senza nemmeno lontanamente immaginare il crollo della Grecia e la devastante crisi di Spagna e Italia, Lombardi già indicava il pericolo e la soluzione per evitarlo, quando parlava di «una società più ricca perché diversamente ricca». Ma erano molti a sostenere si trattasse di una idea utopica. Quelle stesse parole oggi diventano, grazie al naturale sviluppo nella distinzione mai fatta dalla Sinistra tra bisogni ed esigenze umane, il progetto culturale per un modello di società diverso non fondato cioè su di un ritmo vitale regolato da denaro, guadagno facile, business, consumismo sfrenato, e caratterizzato dall’individualismo malato assoluto foriero di derive xenofobe e razziste. Protagonista del rilancio di questo progetto culturale è indubbiamente il giornalista Carlo Patrignani autore del libro Diversamente ricchi – L’Utopia socialista di un progetto culturale per un modello di società diverso, uscito per Castelvecchi editore. Patrignani, profondo conoscitore dell’idea di Lombardi (come dimostra in Lombardi e il Fenicottero, il suo primo libro firmato per L’Asino d’oro edizioni), se ne fa portatore. Ne esalta l’originalità e, soprattutto, la profonda laicità. Cosa, questa, che la rende unica – specie nel panorama politico italiano -, e aiuta a capire perché sia sopravvissuta al crollo del comunismo e alla crisi d’identità della socialdemocrazia continentale.

Ecco allora, a testimonianza dell’attualità e dell’indiscussa validità del pensiero lombardiano, che – come l’autore racconta a BabylonPost – le presentazioni di Lombardi e il Fenicottero diventano occasione di profondo dibattito con economisti, esperti, studiosi, pensatori, sindacalisti e politici estimatori di Lombardi sul senso e sul significato dell’idea di “società diversamente ricca”. Una società più ricca di quella attuale perché trae la sua forza dalla sottesa impalcatura teorica: l’incompatibilità del «suo» socialismo eretico con il capitalismo – divenuto troppo costoso per l’umanità intera e perciò da riformare radicalmente – e con il neoliberismo, dal momento che entrambi prescindono dalla società, dalle persone e dalla necessità specificamente umana di realizzare ciascuno la propria “originale” identità nel rapporto con gli altri. «L’idea di scrivere il seguito del mio primo libro su Lombardi – racconta Patrignani – è nata nell’autunno del 2011, dopo due seguitissime presentazioni al Parlamento europeo e alla Progressive Convention del Partito socialista europeo. Mi sono ritrovato per le mani i contributi autorevoli Martin Schulz, Gianni Pittella, Catherine Trautmann, Stefano Fassina, Susanna Camusso, Giorgio Ruffolo, Paolo Leon, Shyn McCallum, Alessandro Roncaglia ed altri. Raccoglierli in un testo per dare forma a un progetto di società alternativo e opposto a quello oggi dominante è stato un fatto naturale».

Federico Tulli, Globalist

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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