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Cultura

Mercuzio non voleva morire, i detenuti in scena

A Volterra Teatro una nuova pièce dei detenuti-attori della Compagnia della Fortezza. Il regista, Armando Punzo, spiega perché ha riscritto Romeo e Giulietta

Con un nuovo spettacolo della Compagnia della Fortezza composta dai detenuti-attori del carcere di Volterra, dal 23 al 29 luglio torna Volterrateatro, storico festival di teatro di ricerca, fra i più importanti e originali in Italia. Quest’anno, in particolare, la rassegna apre le porte alla città etrusca ed esce dal carcere con un grande evento di “teatro di massa”: il nuovo, atteso lavoro di Armando Punzo, Mercuzio non vuole morire. Oltre ai detenuti-attori della Compagnia della Fortezza (di cui fa parte anche Aniello Arena, protagonista del nuovo film Reality di Matteo Garrone) interpretano l’opera, cittadini, artisti, contrade e rioni storici che trasformeranno Volterra, Pomarance, Castelnuovo Val di Cecina e Montecatini Val di Cecina in ribalte en plein air, in collegamento diretto con ciò che accade nel cortile di ora d’aria del carcere nel Maschio di Volterra. La nuova piéce, racconta a Babylon Post il regista Armando Punzo, nasce come una riscrittura di Romeo e Giulietta di Shakespeare e sposta l’attenzione sul personaggio di Mercuzio che nella tragedia muore quasi subito in duello con Tedalbo e qui diventa «figura simbolica di un poeta che viene sacrificato, metafora della cultura che cerca disperatamente di non morire».

Un verso di Romeo e Giulietta: “mentre loro si disputano, i nostri migliori figli muoiono”, è stato il punto di partenza per la costruzione drammaturgica. «Rileggendo la tragedia, la figura di Mercuzio si è staccata da tutte le altre – racconta Punzo -, con la morte dell’artista, l’uomo di teatro, di cultura che avviene troppo presto e dopo la quale inizia la tragedia, non si salva più nessuno, il futuro della bella Verona muore. Così – spiega il regista – ho cominciato a ipotizzare l’idea che Mercuzio non volesse morire». C’è poi un’altra presenza significativa, per quanto all’apparenza marginale, nell’opera shakespeariana: tre o quattro cittadini che si lamentano, «ma non contano nulla – sottolinea Punzo – non decidono nulla. Esistono solo i Montecchi e Capuleti. Il protagonista, invece, è chi riesce a star fuori dalla storia, chi vuole starci dentro è solo succube». Dunque Mercuzio è marginale, i cittadini sono marginali ma, aggiunge il fondatore della Compagnia della Fortezza, «noi li abbiamo voluti far crescere a dismisura. Ci siamo resi conto che non potevamo stare da soli. Mercuzio se rimane da solo muore, se trovasse amici e sostenitori si salverebbe. Così abbiamo chiesto a tutti di partecipare, con mesi e mesi di incontri per coinvolgere più persone possibile. Ci ha fatto riflettere anche la grande risposta: in realtà ognuno in Mercuzio ha riversato sogni, desideri e aspettative rispetto alla vita. È una figura che cerca disperatamente di giustificare questa sua “arroganza” di non voler soccombere al suo destino ed è come se accentrasse tutta la poesia, l’arte, la cultura, il sogno, la speranza, la capacità di immaginare altro».

Lo spettacolo “Mercuzio non vuole morire – La vera tragedia in Romeo e Giulietta” va in scena all’interno del carcere di Volterra con la regia di Armando Punzo il 24 alle ore 14,30. Sarà replicato al di fuori del carcere il 26 e 27 luglio per le vie della cittadina etrusca, infine il 28 luglio “scenderà” in piazza dei Priori durante la Mercuzio Night per una sensazionale chiusura di serata in cui la festa in maschera di Casa Capuleti si trasformerà in una festa per Mercuzio, piena di personaggi onirici ed evocativi. L’occasione per i presenti di mettere in campo la propria creatività e fantasia. Una serata piena delle emozioni e dei sogni di tutti cui prenderanno parte i cittadini, le associazioni, le contrade, i rioni e gli artisti. Il progetto Mercuzio non vuole morire ospiterà anche due spettacoli, entrambi vincitori del Premio My Dream/ Fondazione CRT: Generale!! o l’azione di un fucile di Casarsa Teatro/Balletto Civile e Il Minotauro del Teatro La Ribalta, in speciali versioni site-specific create appositamente per la pièce di Punzo.

Federico Tulli, Globalist

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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