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Cultura

Mammoni per sempre? Gli italiani raccontati ai migranti

Intervista a Claudileia Lemes Dias. La scrittrice brasiliana è ospite del festival Caffeina Cultura di Viterbo con il suo romanzo d’esordio “Nessun requiem per mia madre” (Fazi editore)

Marta è arrivata in Italia dal Brasile. Non è una ragazza in fuga, non ha un passato da dimenticare. Marta ha soltanto un futuro da costruire. Nel Belpaese studia, si innamora e si sposa. Ed è soddisfatta della propria vita. Perché allora è l’unica grande assente al funerale di sua suocera, Genuflessa De Benedictis? La madre di suo marito Franco, benvoluta da tutti, salutata con commozione dall’intero borghesissimo quartiere romano dei Parioli, in cui viveva, non meritava forse il saluto della nuora? Nessuno sa che Genuflessa è stata in realtà la più terribile, distruttiva e razzista delle suocere. Possessiva e pronta a tutto pur di non lasciare il figlio prediletto nelle grinfie dell’«opportunista straniera», l’anziana protagonista del romanzo è stata in vita un vulcano di (odiosi) stratagemmi per far tornare Franco su quella che secondo lei era la retta via. Dei suoi tre figli lui è l’unico che in qualche modo ha osato sfidare il suo egocentrismo e la sua glaciale e delirante logica con cui per una vita ha gestito i rapporti familiari. Gli altri due, annichiliti, pagheranno caro, ciascuno in maniera diversa, un rapporto simbiotico da cui nemmeno a 50 anni di età sono stati capaci di uscire. Firmato per Fazi editore, Nessun requiem per mia madre è il romanzo d’esordio della scrittrice Claudileia Lemes Dias. Nata in Brasile e arrivata nel nostro Paese dopo essersi laureata in legge è autrice di numerosi articoli giuridici in portoghese e in italiano. Ha inoltre pubblicato per Compagnia delle lettere la raccolta di racconti Storie di extraordinaria follia (Premio Sabaudia Cultura 2011). BabylonPost ha rivolto alcune domande all’autrice che oggi presenta il romanzo al festival Caffeina Cultura di Viterbo.

Genuflessa è un personaggio estremamente negativo. Razzista, autoritaria, glaciale. Altrettanto negativi lo sono almeno due dei tre figli, nel senso che non si ribellano mai, per tutta la vita. Ma pure il terzo alla fine non si separa definitivamente dalla madre, nonostante l’amore per la compagna, odiata dalla protagonista per il colore della pelle. Come è nata l’idea di questo romanzo?

Ero incinta della mia seconda figlia e riflettevo sulla maternità e sugli errori che facciamo noi… [l’intervista prosegue su [BabylonPost]

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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