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Cultura

L’ombra lunga del Cupolone

Parla Carlo Pedini, autore del romanzo La sesta stagione. Un mirabile affresco delle trame, dei sotterfugi e dei fallimenti che hanno segnato la storia recente della Chiesa

Pensando alla sconcertante vicenda di Gianluigi Nuzzi, autore di Vaticano spa e Sua Santità, minacciato di denuncia dalla Santa Sede per aver svolto il suo lavoro di giornalista d’inchiesta documentando trame e affari poco chiari che si svolgono all’interno delle Mura leonine, non è azzardato sostenere che andare a “indagare” – seppur in forma narrativa – tra le pieghe della Chiesa cattolica di questi tempi ci vuole una bella dose di coraggio. È il caso di Carlo Pedini, musicista, compositore, direttore d’orchestra e autore di diversi saggi musicali, al suo primo romanzo con La sesta stagione (Cavallo di ferro editore), nel quale l’autore in virtù di uno studio scrupoloso di fonti e documenti ripercorre la storia del nostro Paese dal 1934 al 1985 filtrandola attraverso le vicende della comunità civile e religiosa di Civita Turrita, un paesino dell’entroterra toscano.

Il libro descrive una parabola che si compie lungo quasi cinquant’anni, dal 1934 al 1985, toccando gli eventi salienti della recente storia italiana. La narrazione dei fatti locali, ancorati alla vita della piccola comunità e centrata sulle esistenze di tre giovani seminaristi, trova una corrispondenza puntuale nelle vicende storiche e nei grandi mutamenti accaduti a livello nazionale in quegli stessi anni. Dal fascismo e i crimini di guerra ai Patti Lateranensi, dalla nascita della democrazia e dei partiti di massa all’opposizione (vera o presunta) fra chiesa e democristiani da una parte contro socialisti e comunisti dall’altra, passando per il Concilio Vaticano II, il Sessantotto, gli anni di piombo.

Mutamenti a cui non ci si può sottrarre: sotto i colpi della Storia e l’incidere del tempo e della modernità, anche il microcosmo apparentemente perfetto della diocesi locale si sfalda, trascinando con sé i destini dei tre seminaristi e dell’intera collettività civitese. Attorno alle figure centrali (Piero Menardi, Ottavio Pettirossi e Oreste Riccoboni) si muove infatti una folla intera di altri personaggi, in cui compaiono rappresentanti del mondo ecclesiastico (come Pio XII e Giovanni XXIII), politico, musicale, contadino, delle corporazioni artigianali e delle classi popolari. «In realtà – racconta Pedini a Cronache Laiche – l’idea del romanzo è nata più di dieci anni fa, sulla scia del grande scandalo “pedofilia” negli Stati Uniti. Direi che i tempi non erano granché diversi da quelli odierni. Oramai ci siamo abituati a situazioni in cui la Chiesa fa parlare di sé più per aspetti negativi che altro. Siamo in presenza di un ente morale che impone o vuole imporre a tutti la propria morale senza adottare un comportamento corrispondente».

È forte l’impronta “musicale” nello stile narrativo di Pedini. «La sesta stagione è nato come un esperimento e non ero nemmeno sicuro di riuscirci. Volevo importare nella letteratura i meccanismi costruttivi della musica classica, prendendo cioè un modello ben preciso – I Buddenbrock di Thomas Mann – ed eseguirlo fedelmente. Ora posso dire che teoricamente l’esperimento è replicabile. È possibile ridare vita a capolavori che appartengono al passato rielaborando argomenti e temi che appartengono alla contemporaneità».

Il romanzo è anche, non a caso, un’opera corale, dove come in una sinfonia ciascun personaggio interpreta e reagisce a modo suo agli eventi che cambiano il corso della storia italiana in cui la Chiesa si è mossa da protagonista. «Nella prima parte c’è un’adesione totale al sistema dei valori che era stato introdotto dal fascismo. Per cui sostanzialmente il sistema teocratico della Chiesa cattolica si sposava perfettamente con la dittatura. La caduta del fascismo segna la prima grande crisi interna al Vaticano. Con il rapido avvento della democrazia c’è il tentativo non perfettamente riuscito del Concilio vaticano II di adeguarsi alla nuova società, di rimodernarsi, di capirla meglio. Questo passaggio lascia insoddisfatta una parte del clero, specie quella che vive a contatto quotidiano con la società. Si realizza così un distacco sempre più marcato tra il clero minuto e le gerarchie vaticane che – come scrivo anche nel libro – proseguono quasi accecate nel loro viaggio verso il nulla. Scollegandosi irrimediabilmente dal resto della società civile». Nel 1985 (che solo per una coincidenza è l’anno in cui il governo Craxi rinnova i Patti con lo Stato d’oltretevere) si conclude la parabola dell’ultimo dei protagonisti, il quale pur essendo stato “educato” dalla figura, almeno in apparenza, più positiva del romanzo (don Oreste) finisce per diventare un brigatista. E qui è marcata l’analogia con altri integralisti, con un’altra parabola discendente. Quella che riguarda coloro che per cultura religiosa sono convinti di essere portatori di valori assoluti sui quali non è possibile mediare. La sesta stagione, a suo modo, allude pesantemente agli intrecci perversi tra Stato e Chiesa, ancora oggi molto attuali. Viene naturale chiedere a Pedini se scriverà un seguito. La risposta è “no”. «Non vedo un seguito positivo possibile – racconta -. Ho l’impressione che dal 1985 a oggi non sia successo nulla. Il peso che la Chiesa cattolica ha sulla società è diventato quasi prossimo allo zero. Anche se ne sentiamo continuamente parlare, anche se viene sempre data un’attenzione mediatica a tutto quello che le gerarchie vaticane dicono e fanno, il loro distacco dalla vita reale e dalla nostra società è oramai arrivato a livelli di non ritorno». Rimane un senso di oppressione che va risolto. Ma senza imbracciare il mitra.

Federico Tulli, Cronache Laiche

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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