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Società

Filippetti: ecco la nuova politica della cultura

Meno nazionalismo, valorizzazione dei centri culturali periferici, più arte nelle scuole. Ecco le prime mosse di Aurelie Filippetti, neo ministro della Cultura in Francia

La trentenne Aurélie Filippetti è il nuovo della cultura francese che manca all’Italia. Il leader di sinistra François Hollande, neo presidente della Repubblica francese, con lungimiranza valorizzando la competenza e la passione della sua ex consulente culturale, l’ha voluta al suo fianco nella squadra di governo e in veste di ministro della cultura e della comunicazione. Certo il lavoro che si prospetta per la bella Aurélie nata in Francia da immigrati italiani, non si presenta semplice, vista la pesante crisi economica e politica che si fa sentire anche Oltralpe e lascia pochi spazi di manovra. Certo, diversamente che in Italia, in Francia la classe politica è consapevole dell’importanza della cultura, ma vincoli di bilancio e gli alti costi delle sovvenzioni alle istituzioni già esistenti non lasciano molte possibilità di investimenti per lo sviluppo nei prossimi due o tre anni. Peraltro Hollande e Filippetti avevano già mostrato buone idee e niente affatto astratte per la cultura durante la campagna elettorale. Prima delle elezioni, Hollande aveva ventilato la possibilità di creare un grande ministero fondendo i dipartimenti dell’istruzione e della cultura ma si è dovuto scontrare con la forte opposizione delle lobbies culturali, riottose a perdere un ministero autonomo della cultura a fronte di un ministero dell’istruzione già sovradimensionato.

Ma con l’appoggio di Filippetti, il neo presidente formerà intanto una Commissione interministeriale con il compito di sviluppare un piano globale per l’educazione artistica. Una vera rivoluzione, dacché prevede che tutti i bambini in età scolare studino storia dell’arte e partecipino a laboratori pratici. Andando nella direzione esattamente opposta dell’Italia, dal momento che il governo del Belpaese incurante del proprio patrimonio d’arte ha pensato bene di tagliare l’insegnamento della storia dell’arte in molte scuole superiori. Tra le grane che il neo ministro Filippetti dovrà affrontare, invece, c’è la cosiddetta legge Hadopi per la promozione di opere su internet e la tutela di opere d’ingegno su Internet, una norma che riguarda anche opere protette da copyright, soprattutto film e musica on-line.

La legge Hadopi, fortemente impopolare fu sponsorizzata dall’ex Nicolas Sarkozy ed è stata approvata nel maggio 2009. L’obiettivo per Filippetti è almeno mitigare la Hadopi nei suoi aspetti più repressivi, istituendo aol contempo una commissione speciale per elaborare una proposta per un sistema di licenze globale. Quanto al congelamento di alcune voci di spesa del ministero per la cultura, annunciate da Hollande nelle settimane scorse, forse la decisione sarà rimandata a settembre quando ci sarà la prima sessione parlamentare speciale per esaminare il bilancio 2013. Lo stanziamento dovrebbe essere pari allo scorso anno ovvero di 2,7 miliardi di euro su un totale di 7,5 miliardi di euro per l’intero dipartimento. I tagli già annunciati sono quelli di 40 milioni di euro fin qui destinati alla Maison de l’Histoire de France di Parigi. Perché darebbe al ministero della cultura po’ di respiro finanziario, preannunciando anche una linea culturale di Filippetti assai meno nazionalista. Ma anche meno accentratrice e più generosa verso le altre regioni della Francia, lontane da Parigi. Imminente è infatti la costruzione della Cité de la Gastronomie di Lione, ma anche la promozione del Musée de la Mémoire et des Industries Tulliste, nella Tulle. Piccoli gesti, ma dall’alto valore simbolico, nella Francia che si è sempre e solo identificata culturalmente con la Capitale.

Federico Tulli, Globalist

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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