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Ambiente

In 150 anni l’Italia si è persa la campagna

Dieci milioni di ettari di terreno agricolo sono spariti per far posto a palazzi, centri commerciali, strade. E quel che è rimasto si è modificato per colpa delle coltivazioni estensive per biocarburanti

di Federico Tulli (Corriere della sera – SetteGreen n.22)

Dagli agrumeti della Conca d’Oro alle maestose sugherete galluresi, dai solari vigneti del Tavoliere di Lecce alle colture promiscue della bassa Irpinia. Dai castagneti di Canepina, alla fertile piana del Fucino, alla Val d’Orcia patrimonio dell’Unesco. E poi, spingendoci sempre più a nord in un ideale viaggio lungo la penisola verso le vigne terrazzate della Val di Cembra e della Valtellina, fino alla viticoltura “eroica” della Dora Baltea in Val d’Aosta. La straordinaria varietà del paesaggio agricolo italiano e dei suoi frutti, compresa in un territorio relativamente piccolo, costituisce un patrimonio che ha pochi eguali al mondo. Un tesoro che non si limita al solo valore economico generato dalla produzione agroalimentare e dal turismo attratto dall’estetica delle zone rurali. Le comunità, che nei secoli si sono plasmate in questi luoghi e che hanno curato e lavorato queste terre, hanno a loro volta contribuito a migliorare la qualità della vita del Paese anche sotto il profilo culturale.

Specchio di dinamiche interne alle società che lo popolano, il territorio agricolo si modifica in continuazione ed è il risultato del fertile mix di elementi tradizionali e nuove tecnologie. Oggi più che mai il volto del paesaggio agrario è in trasformazione ma, rispetto al passato, il processo presenta notevoli contraddizioni che ne minacciano la salvaguardia. Nonostante il vincolo di tutela imposto dall’articolo 9 della Costituzione, modifica degli spazi rurali è spesso sinonimo di sottrazione. A vantaggio di fattori che con la ruralità hanno poco a che fare.

Il Veneto, regione d’eccellenza agroalimentare con il “suo” radicchio di fama internazionale e decine di prodotti Doc e Docg, tra il 2000 e il 2010 ha perso il 12,6 per cento di superficie agricola pari a 150mila ettari, per far spazio tra l’altro a un autodromo regionale e a diversi centri commerciali. Nel Lazio, a Valmontone, un mega parco per divertimenti ha eroso 200 ettari di terreni fertili, e lungo il Grande raccordo anulare di Roma sconfinati quartieri dormitorio hanno sostituito campi di grano e di altri cereali peculiari del distretto agricolo più esteso d’Europa. Qui, l’avanzata di cemento e mattoni ha interessato anche importanti porzioni di aree naturali. Tra il 1993 e il 2008, si legge nel Rapporto Ambiente Italia 2011 di Legambiente, nel territorio della Capitale sono scomparsi 4.384 ettari di aree agricole, il 13 per cento del totale, e 416 ettari di bosco e vegetazione riparia. Non si salvano nemmeno zone dall’alto valore paesaggistico. Alla fine del 2010 la giunta Toscana ha dovuto emanare una delibera per impedire l’installazione di grandi impianti fotovoltaici nelle morbide colline della Val d’Orcia. È andata peggio nelle Marche dove i 60 ettari di terre agricole situate in una piccola piana generata dalla confluenza di due torrenti (Arzilla e Bevano), circondata da colline con borghi conventi e chiese medievali, faranno spazio a campi da golf, strutture termali, alberghiere e residenziali.

Sintomi preoccupanti che solo in parte sono mitigati da esperienze virtuose come l’aumento delle coltivazioni biologiche (al ritmo del 10 per cento/anno), e quindi di un’agricoltura “pulita” e rispettosa del rapporto con l’ambiente circostante, che fa del nostro Paese il leader in Europa per numero di operatori certificati (circa 45mila) e per ettari coltivati secondo il metodo “bio” (oltre 1,1 milione). All’opposto c’è il cambio di destinazione d’uso di terre storicamente destinate alla produzione alimentare. Una “erosione” dalle radici antiche legata all’emigrazione verso le grandi città che ha cambiato la fisionomia dell’intero Stivale. Subendo un’improvvisa accelerazione a fine anni Ottanta con i fenomeni di urbanizzazione selvaggia e, più di recente, in seguito alla sostituzione di colture tipiche con altre destinate a produrre biocarburanti.

Nel 1861 due terzi del territorio italiano erano presidiati dall’agricoltura. In questo arco di tempo la tavolozza di colori creata da campi di grano, coltivazioni di tabacco, pomodori, agrumeti, vigneti e oliveti, ha preso nuove sfumature. Per lo più tendenti al grigio cemento. Il paesaggio rurale ha perso 10 dei 22 milioni di ettari di 150 anni fa: una superficie pari a quelle di Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Friuli messe insieme. L’urbanista Paolo Berdini, autore di numerosi saggi sull’abusivismo edilizio, sostiene che la vera svolta risalga a meno di 30 anni fa e punta il dito contro i tre condoni approvati tra il 1985 (poco prima della legge Galasso sulla tutela del paesaggio) e il 2003. Ipotesi confermata dalle stime dell’ex presidente del Consiglio superiore dei beni culturali Salvatore Settis che parla di «due milioni di ettari di terre agricole consumati tra il 1990 e il 2005».

Oltre allo sviluppo di infrastrutture e attività economiche, contribuiscono alla modifica dell’habitat naturale le attività agricole estensive. L’impiego di soia, colza, mais e girasole per la produzione di agro carburanti, specie in Umbria e nel Nord-est ha sostituito storiche coltivazioni, come il tabacco, e produzioni endemiche. Un processo destinato a svilupparsi su larga scala. Secondo una ricerca del Centro internazionale Crocevia, 200mila ettari di colture “tradizionali” potrebbero essere presto convertite alla produzione di green fuel. «Basta modificare sistema di colture e l’insieme del sistema agrario cambia di fisionomia radicalmente» avvertono gli esperti della Ong. Con quali conseguenze?

Il paesaggio, scriveva nel 1961 Emilio Sereni in un saggio che oggi è un classico come Storia del paesaggio agrario italiano, è «quella forma che l’uomo, nel corso e ai fini delle sue attività produttive agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale». Dunque se per paesaggio s’intende la somma di fattori economici e socio-culturali, ciò che viene messo in gioco dalla sua modificazione non è soltanto la perdita di biodiversità o il valore puramente estetico del territorio.

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
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