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Cultura

Un anno di Cronache Laiche

Su Cronache Laiche, la Recensione di Calogero Martorana al libro I Laic (Tempesta editore)

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Dopo il blog e dopo la testata online, ecco il volume cartaceo versione 2011 di Cronache Laiche. L’indice è davvero completo e informatissimo, ben più ghiotto delle «sole» 400 pagine del testo. Si va dalla religione a scuola all’adozione dei minori, e da Gesù a Einstein, in un avvicendarsi di capitoli brevi ma non affrettati, dei veri e propri piccoli cameo della laicità.
Gli autori sono quelli già noti ai frequentatori dei fatti e dei misfatti in tema di laicità: da Alessandro Baoli, fautore della necessità della laicità per tutti compresi i credenti, a Cecilia Calamani, matematica e giornalista che difende il ruolo salvifico dell’informazione; da Alessandro Chiometti, studente razionalista, alla nemica delle censure Belinda Malaspina.

Il risultato è un affresco molto vario e quindi molto utile sullo stato dell’arte della laicità in Italia; laicità che è – come scrive la Calamani – «l’antitesi del dogmatismo»; e difatti molti dei temi toccati dal libro sono figli proprio del dogmatismo più oscurantista e tenace che si possa concepire. Un esempio su tutti: il darwinismo, ignominiosamente affrontato da quell’infondata idea dell’«intelligent designer» ed eroicamente difeso da Giovanni Boaga il quale, correttamente, ne traccia la genesi storica in Italia dagli albori torinesi alla diffusione in città come Firenze e Napoli.

C’è lo spazio per ospitare temi di diretto impatto ecclesiale; noto e caro può essere al laico il tema della Sindone, che il chimico del Cicap, Luigi Garlaschelli (artefice già della replica del sangue di san Gennaro), stavolta in eretica combutta con gli atei dell’Uaar, ha fatto derubricare da «sacra» a «replicabile». Altrettanto noto, ma stavolta abietto, è il tema della pedofilia dei preti: il volume ne sparge qua e là alcuni semi quasi con discrezione, e comunque senza l’accanimento anticlericale che in verità il problema meriterebbe. Pregevole, per esempio, il trattatello – sapientemente suddiviso – di Federico Tulli, che riesce ad asciugare la ovvia indignazione rimanendo sui fatti e sulle circostanze. E poi, in rapida ma esaustiva sequenza: le magagne di alcuni papi, le stimmate, l’aborto, i crocifissi negli spazi pubblici, i luoghi «sacri» come Lourdes.

C’è pure lo spazio dedicato alla scomparsa di Christopher Hitchens; se ne occupa Daniele Raimondi, che ci regala un ritratto composto e suggestivo del grande ateo britannico scomparso a dicembre. Dovrebbero essercene molti di atei come lui, di atei che non avevano timore di morire, ma neppure di dichiarare la propria ostilità verso la religione. Com’è afona invece la nostra voce dissenziente e imbelli le nostre timorate intenzioni di riscatto; da italiani succubi, sappiamo solo lamentarci in tono sommesso, mentre «il Cupolone» allunga la propria spettrale ombra sulle teste e dentro le teste di sempre più cittadini. Fatto è che la laicità italiana è diventata un oggetto deformabile, con cui gioca perfino il clero, e che comunque si presta a variegate e non sempre coerenti interpretazioni. L’autorevole prefattore del libro, Carlo Flamigni, parla esplicitamente di laicità dalla vita non facile, di un termine spesso mal interpretato e accostato impunemente all’anticlericalismo. E perfino, si potrebbe aggiungere, scardinato dal suo verace significato quando lo si vuole offrire nella forma di «laicismo», vale a dire con un sapore di ideologia e di pregiudiziale peggiorativa che «laicità» non ha e non desidera avere. Per altro, ci si può chiedere se davvero sarebbe così sconveniente o/e scorretto condire di anticlericalismo la laicità; in fin dei conti si tratterebbe solo di semplice reciprocità: se il clero è (orgogliosamente e ufficialmente) avverso alla laicità, i laici potranno essere anticlericali? Insomma, la laicità non come attacco ottocentesco al credente, bensì come «difesa» dalle bordate del Vaticano e della politica filo vaticana.

Checché se ne voglia dire, l’Italia, malgrado la Costituzione (sia quando afferma che «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani»: art. 7 primo comma; sia quando scende nei particolari impedendo che la Scuola privata sia sovvenzionata dallo Stato:«Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza oneri per lo stato»: art. 33), di fatto non è un paese compiutamente laico. Prova ne sono i grandi temi ma pure i piccoli segnali di presenza/invadenza e di autopromozione: lo scampanare delle chiese, i monili e i simboli cristiani negli spazi pubblici aperti (piazza, strade) e chiusi (scuole, municipi, aule di giustizia), l’universalizzazione delle festività cristiane, l’anomalìa dell’insegnamento della religione cattolica in scuola, la presenza martellante del clero in televisione in veste di opinionista, tuttologo e depositario della saggezza pubblica. Segnali innocui? Nient’affatto; con tale subdola e acritica autoreferenzialità la Chiesa di Roma si garantisce una pressione politica senza uguali, che inevitabilmente si tramuta in consenso, in privilegi e in vantaggio economico (8 per 1000 più varie malcelate sovvenzioni pubbliche). Non solo. Con la diffusione capillare nel tessuto politico e culturale dello Stato, il Vaticano acquisisce – ancora una volta impunemente – l’autorevolezza utile a «imporre» la propria concezione su temi sensibili, delicati e soprattutto laici, come il fine vita, la contraccezione, il divorzio, la convivenza. Sull’altra sponda del Tevere, esso trova l’intero arco parlamentare prono e pronto a raccogliere e valorizzare ogni suo orientamento trasformandolo in legge dello Stato a cui poi ciascun cittadino, compresi i diversamente credenti e gli atei, dovranno sottostare.

Con questo luciferino meccanismo, oggi in Italia è reato decidere di «staccare la spina» ed è non prevista una forma di famiglia diversa dal canone cattolico. Tutto ciò, direttamente o indirettamente, non fa altro che ingenerare discriminazioni, dividere la società, condannare interi strati di popolazione (come quello degli omosessuali) a una esistenza marginale e senza tutele. Quindi, la laicità non è per niente solo un contenzioso filosofico fra credenti e non credenti, fra clero e società civile. Tutt’altro: la laicità si tramuta in problemi concreti e spesso pesanti, difficili da sciogliere proprio per la presenza asfissiante di una mentalità anti-laica che impone un ignobile «ubi maior minor cessat» senza, per’altro, averne i numeri: vedi le chiese vuote, i matrimoni religiosi in costante calo, la frequentazione dell’Irc a scuola sempre più diradata, e i comportamenti delle persone sempre meno vincolati ai dogmi (soprattutto sessuali) della Chiesa.
“I Laic” dedica a questa deriva clericale della politica e delle istituzioni un intero capitolo: «Dei diritti e delle pene», con illuminanti interventi della Calamani (l’ora di religione, l’immagine della donna, l’aborto, i diritti umani), di Virginia Romano (il fine vita), ancora Romano con Boaga e Baoli (l’omosessualità e l’omofobia), Daniele Raimondi (lo «psico reato»), Federico Tulli (la Ru486), Paolo Izzo (l’obiezione di coscienza).

Per dirla con le parole di Gianni Ferrara – professore emerito di Diritto costituzionale presso l’Università La Sapienza di Roma – il problema della relazione laicità-confessionalità dello Stato è di fondo: la laicità dello Stato è questione esclusiva dello Stato. Ricercarla nel rapporto con una confessione religiosa è illusorio e deviante; perché mai una confessione religiosa che, come tale, ha come fondamenti i suoi assoluti, dovrebbe svuotarli?
Affronta il problema anche Ferruccio Pinotti, giornalista del Corsera ma soprattutto autore di fatiche editoriali molto laiche l’ultima delle quali, “Wojtyla segreto”, affonda il coltello della critica nella storia affrettatamente santificata dell’ex papa e delle sue discutibili frequentazioni. Bene, Pinotti, intervistato da Alessandro Chiometti, ci svela forse un po’ più di un po’ il brodo di coltura della non laicità italiana, che è la connessione di CL col partito di Berlusconi ma pure col «comunista» Bersani: solo questo dato dovrebbe farci riflettere.

“I Laic” si chiude in maniera, direi, inaspettata: con un’appendice di Fabio Buffa, che si è occupato della relazione fra Chiesa e pedofilia ma non solo, alle prese con una sorta di piccole, ferali e gustose riflessioni. Una per tutte: «Approvata la legge sul biotestamento: Se vuoi morire devi pagare il ticket». C’è qualcosa di più laico della vita?

Calogero Martorana

Coordinatore Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti)

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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