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Società

Fuoco (in)crociato sui consultori

Trasformare i consultori in tribunali morali, aprendo le porte al (cosiddetto) Movimento per la Vita.
È cosa nota che lo smantellamento della legge 194/78 sull’aborto sia tra le priorità delle amministrazioni regionali di Piemonte e Lazio, guidate rispettivamente dal leghista Roberto Cota e da Renata Polverini eletta dopo un testa a testa con Emma Bonino grazie ai voti della destra estrema radicata nell’Agro pontino. Periodicamente sin dal loro insediamento le due giunte mettono in campo azioni volte a eliminare diritti acquisiti come quello all’autodeterminazione e alla salute della donna, tutelati con estrema efficacia da una norma ancora oggi moderna e all’avanguardia. Ma sgradita, in primis ai gerarchi vaticani, e poi ai loro sodali politici italiani. È successo con il tentativo, finora andato a vuoto, di far passare la proposta di legge “Tarzia” nel Lazio, e la famigerata Delibera 160 in Piemonte. Due provvedimenti curiosamente simili. Da qualche tempo la norma per la riforma dei consultori pubblici a prima firma di Olimpia Tarzia – che per inciso fa parte del Movimento per la Vita – giace inerte nel parlamentino della Regione. Perché priva delle necessarie coperture finanziarie e in odor di incostituzionalità.

Ma a metterle le definitive ganasce è stato l’articolo 3 laddove sostiene che “la Regione tutela la vita nascente ed il figlio concepito come membro della famiglia”. Dando così, all’embrione, personalità giuridica in aperto contrasto con il Codice civile, la legge 194/78, e dignità di persona umana capovolgendo ciò che la scienza ha inequivocabilmente dimostrato. Vale a dire che la vita umana comincia con la nascita e che prima di 22-24 settimane di gestazione il feto non ha alcuna possibilità di sopravvivere al parto. La Delibera di Cota non ha avuto maggior fortuna. Almeno fino a oggi. Il tentativo di riportare indietro l’orologio della storia è già stato bocciato a luglio 2011 dal Tar che l’ha giudicata lesiva della legge 194. Tre giorni dopo la 160 è stata riproposta con lievi modifiche. Il presidente del Piemonte vuole a tutti i costi introdurre le associazioni private di volontari cattolici “pro-life” nei consultori pubblici con il chiaro intento di condizionare pesantemente la scelta di abortire. Sul piatto la Regione mette tre milioni di euro per aiutare le donne in difficoltà economica che non intendono portare a termine la gravidanza. Ovviamente la somma è stanziata solo per chi, poi, decide di rinunciare all’aborto. Nella prima versione si chiedeva ai privati pro-life solo di «comprendere nello statuto le finalità di tutela della vita fin dal concepimento». Ed era stato proprio questo il punto contestato dal Tar. Nella seconda i criteri imposti alle associazioni si estendono al fatto di «essere iscritte in uno degli appositi registri regionali o provinciali». Oppure, in assenza del requisito della difesa della vita dal concepimento, di avere svolto «attività specifiche che riguardino il sostegno alla maternità e la tutela del neonato», o ancora, di possedere «un’esperienza almeno biennale nel sostegno alle donne e alla famiglia». Questi ritocchi sono al vaglio del Tar che si sarebbe dovuto pronunciare il 25 gennaio scorso ma ha rimandato la decisione di qualche giorno. Staremo a vedere.

Federico Tulli

Cronache Laiche

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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