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Società

Prigionieri di una fiction

Cresce l’autonomia degli italiani dai dettami delle gerarchie vaticane. Ma la Chiesa reagisce con un’invasione mediatica favorita dai politici genuflessi. Dal VII Rapporto sulla secolarizzazione, redatto da Critica liberale, la fotografia di un Paese sempre più laico. Nonostante il ventennio berlusconiano aumenta l’indifferenza al modello di famiglia imposto dalla Santa Sede, diminuiscono i battesimi e prosegue l’ascesa delle unioni civili e dei matrimoni non concordatari

Federico Tulli

Un Paese diviso in due, ma non a metà. Da un lato i cittadini sempre più autonomi rispetto alle direttive delle gerarchie cattoliche. Dall’altro i rappresentanti politici che, in maniera trasversale, si dimostrano incapaci di fare a meno del sostegno di uno Stato estero, Città del Vaticano, nello svolgimento delle attività istituzionali. Una nazione in cui si registra una crescente richiesta di secolarizzazione in linea con i dettami costituzionali e con il trend che caratterizza i principali Paesi europei, guidata però da persone del tutto aderenti a una cultura di matrice cattolica profondamente reazionaria con tutto ciò che questo comporta in sede legislativa specie su temi che riguardano il rispetto dei diritti civili. L’Italia del 2011, fotografata dal VII Rapporto sulla secolarizzazione redatto da Fondazione Critica liberale e Cgil nazionale sezione Nuovi diritti, è così. Con il corpo istintivamente proteso verso il futuro, verso il nuovo, verso l’“altro”, e la testa ancora avvolta in un pesante cappuccio da frate premedievale.

Sfogliando il corposo dossier appena pubblicato sul mensile Critica liberale diretto da Enzo Marzo (da sempre Left è uno dei pochissimi media che ne dà notizia), sono numerosi gli indicatori che evidenziano il costante aumento di inequivocabili segnali di rifiuto verso il “pensiero unico” cattolico. Lo certifica in primis l’Indice di secolarizzazione che ha toccato quota +1,52 (era 1,48 nel 2008 e -1,59 nel 1991) e che sintetizza in un numeretto il livello di laicità della società italiana sulla base di fonti ufficiali che vanno dai rapporti Istat a quelli dell’Ufficio statistico del Vaticano. «Non appena ne hanno l’opportunità – osserva a Left Enzo Marzo – gli italiani assumono comportamenti e prendono decisioni improntate all’autodeterminazione, scartando l’opzione imposta dalla tradizione religiosa e opponendosi alle sue ingerenze nella vita privata». Una rivolta silenziosa e composta contro cui i gerarchi della Chiesa hanno messo in campo una propaganda mediatica battente sfruttando la sponda politica per ottenere una smodata presenza nei programmi televisivi più seguiti. «Altro che laicità e pluralità di pensiero – prosegue Marzo -, secondo il cardinale Bagnasco lo stato etico deve rifiutare il pluralismo delle morali e imporre quella della chiesa. Inoltre, ai privilegi, alle immunità, alle ingerenze, ai denari, alla disparità giuridica di cui gode in territorio italiano, lo Stato vaticano non vuole assolutamente rinunciare». Il tutto è documentato con estrema precisione in due ricerche sulla Presenza delle Chiese nei media televisivi: talkshow, fiction, cerimonie religiose e sui Tempi di notizia e di parola del Papa Benedetto XVI e dei soggetti confessionali. I due studi, anch’essi pubblicati su Critica liberale, ed effettuati dall’Osservatorio Isimm Ricerche grazie al contributo finanziario dell’Otto per mille della Chiesa Valdese, riportano i dati effettivi della sperequazione televisiva a solo vantaggio della rappresentanza cattolica rispetto a qualsiasi altra confessione religiosa.

Vediamo insieme alcune delle cifre più significative ricavandole prima del Rapporto sulla secolarizzazione, e poi dai due dossier sulla “presenza” televisiva della Chiesa. Partiamo dai classici indicatori che segnalano la diffusione della pratica religiosa e quindi la presenza della Chiesa nella società. Essi si riferiscono a riti di passaggio come il battesimo, la prima comunione, la cresima e il matrimonio religioso. «Tutti presentano una tendenza alla diminuzione» scrive Silvia Sansonetti, curatrice della ricerca insieme con Giovanna Caltanissetta e Laura Caramanna. Nel 2009, ultimo anno di rilevazione, i battesimi sono scesi al 70,3 per cento con una perdita di ben 19,6 punti rispetto al 1991 (quando erano l’88,9), primo anno preso in considerazione per la serie storica che compone l’Indice di secolarizzazione. Anche per il tasso delle prime comunioni e per quello delle cresime si conferma la tendenza alla diminuzione costante. Il primo è passato dal 9,9 del 1991 al 7,5 per mille cattolici del 2008; il secondo dall’11,1 al 7,6 per mille cattolici. Cresce, inoltre, pure l’indifferenza al modello di famiglia imposto dalla Chiesa cattolica: «Purtroppo le informazioni sulla stima delle libere unioni non è disponibile per tutti gli anni della serie storica ma il dato di 820mila del 2009 conferma la tendenza al costante aumento che già si rilevava tra il 1993-2003, quando erano passate da 207mila a 556mila». In sostanza, pur non esistendo una legge che le tutela e nonostante lo spropositato sbilanciamento del fisco a favore delle coppie sposate, le unioni di fatto in Italia sono quadruplicate in 20 anni. Nello stesso periodo i divorzi sono più che raddoppiati (da 23mila a oltre 54mila) e i matrimoni civili sono quasi triplicati (da 11mila a oltre 27mila).

Dal canto suo il Vaticano, e più in particolare la Conferenza episcopale italiana, segna un punto non irrilevante a suo favore: aumentano i soldi versati alla Chiesa sotto forma di Otto per mille e altre innumerevoli forme di contributo pubblico. Lo dice il Rapporto ed è confermato anche da una capillare inchiesta della Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti) che ha quantificato in oltre 6 miliardi di euro l’anno, tra denaro dei contribuenti, fondi pubblici nazionali e locali ed esenzioni, la somma che ogni anno incassano gli emissari della Santa Sede in Italia. A livello privato la musica è diversa. «Le donazioni volontarie – scrive Sansonetti – tra il 1991 ed il 2009 sono scese da 21.200 a 14.908 milioni di euro». Nello stesso periodo «il numero delle offerte ricevute era passato da 185mila a 146mila, e per il valore medio dell’offerta da 115 euro a 102 euro». Non va meglio (alla Chiesa) quando c’è da decidere che tipo di scuola far seguire ai propri figli. «La proporzione di iscritti alle scuole cattoliche rispetto al numero di iscritti in tutte le scuole, pur con lievi oscillazioni da un anno all’altro, mostra una tendenza di fondo alla diminuzione anche se tra il 2008 ed il 2009 si è assistito ad un lieve recupero (nel 1992 erano il 9,1 per cento, nel 2009 sono stati il 7,1). Un’altra fonte di preoccupazione in Vaticano sono le vocazioni. Mostrano una chiara tendenza alla diminuzione «gli indicatori della numerosità di sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, laici e laiche consacrati, catechisti, missionari laici: tra il 1991 ed il 2009 i sacerdoti sono passati da 57.274 a 48.333, i religiosi da 5.000 a 2.988, le religiose da 125.800 a 93.391, i laici consacrati da 500 a 200 e le laiche consacrate da 13.500 a 8.546». In totale si tratta di una perdita secca di quasi 50mila unità in 20 anni.

«Va sottolineato con forza – spiega il direttore di Critica liberale – che la “rivolta” degli italiani si è sviluppata durante il ventennio berlusconiano al quale la Chiesa cattolica ha offerto un appoggio convinto e incessante». Aumenta l’autonomia dei cittadini ma anche la reazione delle gerarchie vaticane decise a non perdere potere. «È una scelta politica consapevole la soppressione televisiva del pluralismo in materia di opinioni e sensibilità religiosa» precisa Marzo e aggiunge: «C’è una fabbrica politico-mediatica che costruisce un’identità cattolica e papalina dell’Italia e che è una vera finzione. La presenza televisiva cattolica è dilagata soprattutto negli ultimi anni e si è fatta sempre più ossequiosa e di regime. La qualità dell’offerta televisiva in fatto di religione è ridotta al sostegno passivo e alla diffusione del messaggio della gerarchia. Quel che è peggio, la cultura della controriforma e la sua capacità egemonica continuano a esercitare un fascino sugli intellettuali di formazione comunista». Le sue parole introducono i numeri più eclatanti emersi dai due dossier sul dilagare dei temi religiosi di matrice cattolica in tv, sia pubblica sia privata. Per quanto riguarda i talk-show (da Ballarò all’Infedele, a Porta a Porta a Matrix e altri) gli esponenti della Chiesa cattolica hanno ottenuto complessivamente il 95 per cento del tempo di parola, i soggetti di religione musulmana il 3, l’1,2 i rappresentati della Comunità ebraica, 0,2 e 0,3 per cento rispettivamente i cristiani ortodossi e i buddisti; zero minuti ai protestanti. Questi, si fa per dire, si rifanno con la trasmissione Protestantesimo (a cura della Federazione delle chiese evangeliche in Italia) in onda ogni due settimane a notte fonda, alternata a Sorgente di vita (a cura dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane), ma le trasmissioni di cultura dedicate esclusivamente alla Chiesa cattolica sono ben 38 a settimana. A tutto ciò vanno aggiunte le fiction che da mattina a sera mostrano tra i personaggi principali il fascinoso prete di turno, senza contare quelle di carattere storico dedicate a questo o a quel santo. «Noi riportiamo fatti, non opinioni», conclude Marzo. «I politici laici fanno finta di non accorgersene, la Chiesa cattolica invece lo sa bene e cerca di correre ai ripari. La stessa gerarchia vaticana, modificando una tradizione millenaria, si dichiara ipocritamente a favore della libertà religiosa e di pensiero. Però poi sentiamo dire che la libertà religiosa deve prescindere da situazioni di privilegio. Questa è una contraddizione che gli italiani devono conoscere ma certamente già sospettano perché non è che non si accorgono che la Chiesa è onnipresente in televisione e mette bocca su qualsivoglia situazione. Da liberale dico che la libertà religiosa è stato un punto cruciale nel processo di modernità. Invece in Italia la libertà religiosa trova la sua contraddizione assoluta nella pretesa da parte della Chiesa cattolica di conservare tutta una serie di privilegi molto forti ed esclusivi».

Left 49/2011

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
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