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Ricerca scientifica

Un cielo di rifiuti

Kazakhstan, un contadino dell'Altai passeggia accanto al relitto di un satellite russo

Tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio una sonda russa senza controllo e imbottita di carburante precipiterà al suolo. Sono oramai migliaia i satelliti abbandonati e i rottami di missioni spaziali disintegrati nella collisione con l’atmosfera, che orbitano attorno alla Terra. Da anni le principali agenzie mondiali stanno studiando senza successo come procedere alla raccolta della spazzatura cosmica

Federico Tulli

Fino a poche settimane fa il satellite Phobos-Grunt era considerato uno dei fiori all’occhiello della tecnologia aerospaziale russa e tra gli strumenti di conoscenza più all’avanguardia a disposizione della scienza che studia i segreti dell’Universo. Oggi, bloccato nell’orbita terrestre dopo il fallimento del lancio verso una delle lune di Marte avvenuto l’8 novembre scorso, non è che uno degli innumerevoli rifiuti “spaziali” che impestano l’atmosfera terrestre e, peggio ancora, rischia di diventare il nostro nemico pubblico numero uno. Come è accaduto il 24 settembre all’Upper atmosphere research satellite (Uars), un vecchio satellite scientifico della Nasa caduto improvvisamente nel Pacifico dopo oltre 14 anni di onorato servizio nello spazio a caccia di informazioni sull’atmosfera e altri sei trascorsi a spasso per il cielo in stato di completo abbandono, Phobos-Grunt potrebbe terminare da un momento all’altro la sua orbita precipitando sulla Terra. A nulla fino a oggi sono valsi i tentativi di contatto radio con il modulo da parte degli esperti della Agenzia spaziale europea e della Agenzia spaziale russa Roskosmos. Per di più si è oramai chiusa la “finestra” che avrebbe consentito di rimettere Phobos-Grunt sulla giusta rotta verso Marte. Dovranno quindi passare due anni prima che si ripresentino le condizioni favorevoli per indirizzare una sonda con le sue caratteristiche verso il pianeta Rosso. Bene che vada per tutto questo tempo ci ritroveremo con un aggeggio imbottito di 7,5 tonnellate di carburante parcheggiato sulle nostre teste a 250 km di altezza. Il problema è che secondo gli esperti Phobos-Grunt perderà velocemente quota entro la fine del mese. I russi sono convinti che ci siano poche possibilità che si abbatta al suolo. «Non abbiamo dubbi, esploderà rientrando nell’atmosfera», ha spiegato Vladimir Popovkin direttore della Roskosmos. Ma anche Uars si sarebbe dovuto disintegrare. Così non è stato, come del resto in decine di altri casi in cui satelliti russi e non, scientifici e non, hanno gettato nel panico ignari abitanti di sperduti paesini siberiani o della taiga che si son visti cadere in cortile pezzi più o meno pesanti (anche 200 kg) di “macchine volanti”. Famosa è la sorte del satellite “Raduga” (Arcobaleno) che è precipitato il 6 luglio 1999 nel villaggio Karbuscevka in Kazakhstan, ancora collegato a un intero stadio del razzo vettore.

Sicurezza dei “terrestri” a parte, la vicenda di Phobos-Grunt accende i riflettori anche su un’altra questione non meno delicata. I cervelloni della Nasa la definiscono “space junk”, qui da noi si può chiamare più prosaicamente “spazzatura spaziale”. Secondo l’ultimo censimento eseguito dall’equivalente statunitense del nostro Consiglio nazionale delle ricerche sono oltre 22mila i rottami spaziali di tutte le dimensioni che ruotano nell’orbita terrestre a una velocità di 28 mila km/ora. La pattumiera “rotante” è costituita da vecchi satelliti fuori uso, da quelli ridotti in particelle al rientro nell’atmosfera, da moduli di razzi vettori esausti e altri relitti della corsa allo spazio. Ad aggravare la situazione di recente è stata la pratica comune di far disintegrare nell’atmosfera i satelliti a fine vita. I frammenti possono infatti creare seri danni alla stazione spaziale internazionale (l’ultimo allarme collisione risale al giugno scorso, con relativa evacuazione degli astronauti presenti a bordo), ma sono pericolosi anche per gli altri satelliti e le astronavi. Per farsi un’idea, nel 2007 i cinesi hanno distrutto un satellite in disuso per provare un missile, lasciando in orbita 150mila frammenti più grandi di un centimetro. Nel 2009 due satelliti, uno in disarmo e uno in funzione, si sono scontrati in orbita, creando altri detriti.

I principali responsabili di questa situazione sono le tre “superpotenze spaziali”: Cina, Stati Uniti e Russia. Sul 93 per cento dei relitti è impresso il marchio delle loro agenzie. Secondo le stime ufficiali della Roskosmos il 40 per cento dei rifiuti è di produzione cinese, il 27,5 statunitense, il 25,5 russa. Il restante 7 per cento è stato generato da tutti gli altri Paesi che hanno preso parte alle diverse spedizioni e missioni spaziali. Italia inclusa. Il problema è divenuto talmente serio che esistono vari progetti per la raccolta dei rifiuti cosmici, tra cui uno dell’Agenzia spaziale giapponese per la realizzazione di una speciale rete da pesca, lunga diversi chilometri, da lanciare in orbita. Un progetto simile era stato ipotizzato anche dal Darpa, l’ente per la ricerca del Pentagono Usa, che ha studiato la realizzazione di speciali arpioni, reti o ombrelli raccogli-detriti, per spingere i rifiuti verso l’atmosfera e farli bruciare, oppure verso orbite più alte e più sicure. Mentre l’agenzia russa Energia, tre anni fa, ha annunciato il progetto di una navicella a propulsione nucleare in grado di raccogliere i detriti in orbita. Tutto però è ancora in fase di studio, nessuno è ancora certo di saper evitare il rischio che i mezzi di raccolta dei rifiuti spaziali diventino anch’essi spazzatura.

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Indignazione verde

L’Italia “degli italiani a tempo pieno” resiste. Senza clamori. È un’Italia ancora da salvare, certo e fatta di paradossi. Perché nel Paese con la maggiore diversità di paesaggi in rapporto all’estensione del territorio, la parola “paesaggio” spesso resta un concetto astratto. Basta ripercorrere gli ultimi 35 anni per accorgersene, dal disastro di Seveso del ’76 all’orrore dell’amianto, agli scempi ambientali di ogni dimensione che hanno sfregiato il nostro Paese. Ma da una visione d’insieme della penisola quella che viene fuori non è una fotografia del tutto pessimista. Sono tante le storie di chi ce l’ha fatta. Nasce così, L’Italia diversa. L’ambientalismo nel nostro Paese: storia, risultati e nuove prospettive, firmato per Gribaudo dal giornalista Gabriele Salari, tra i massimi esperti di queste tematiche. Un’avventura illustrata che racconta non solo di disastri, ma di sfide vinte: dal patrimonio delle aree protette alla crescita del biologico e della rivalutazione del paesaggio rurale, dal rimboschimento alla tutela della splendida culla di biodiversità da difendere che è il nostro Paese. E dietro questi risultati non c’è la classe politica, impreparata e in ritardo, ma il lavoro tenace delle tante associazioni ambientaliste, che hanno contributo alla progressiva crescita di una radicata cultura ecologica nel nostro Paese. Un lavoro che non fa notizia e che in pochi conoscono davvero. Ecco, dunque, la missione del libro: raccontare quanto di buono si è fatto e si fa per la natura. Dando voce ai veri protagonisti di queste battaglie. Non manca uno sguardo rivolto al futuro: nella sezione “Le sfide che ci attendono”, curata da Luca Carra, 13 studiosi fanno il punto dei problemi attuali e tracciano le prossime sfide. Dal cambiamento climatico alla civiltà dello spreco, dalla salute dei mari all’agricoltura, dal futuro del paesaggio al destino dei beni comuni.

Ma l’Italia diversa raccontata da Salari è anche un romanzo ricco di storie. Come «quella di Sergio che ha creato in Valtrigona un’oasi alpina unica – racconta l’autore nel suo blog -; o di Emanuele che con Arte Sella, una biennale permanente di opere d’arte in mezzo ai boschi, ha fuso natura e arte e aperto nuovi orizzonti. L’Italia del volontariato dove l’associazionismo fa miracoli». Un’Italia di indignati veri. Che non si rassegnano.

 Left 48/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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