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Società

Scienza, laicità, religione

Londra, 17 settembre 2011

Questa è la mia relazione introduttiva al convegno (semi-clandestino) che si è svolto alla sala Conferenze della Camera il 28 ottobre 2011

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Il 17 settembre 2011 si è svolta a Londra la IV Marcia di sostegno alla Campagna per un’Europa Laica. Nella capitale inglese migliaia di persone, in gran parte giovani, hanno manifestato per sensibilizzare le istituzioni europee e dei singoli stati ai temi della libertà di pensiero e religiosa, dei diritti delle donne in materia di aborto e contraccezione, per porre fine alle discriminazioni nei confronti di persone gay, lesbo, transgender, per porre fine ai privilegi di cui gode una religione in particolare, uno Stato in particolare: la religione cattolica e Città del Vaticano. Se mai fosse possibile organizzare un evento così partecipato anche in Italia, a questi temi aggiungeremmo, la difesa della libertà di ricerca scientifica in biologia e genetica, della legge 194 sull’aborto dal dilagare di una sospetta obiezione di coscienza, la richiesta di una legge per il testamento biologico e non “contro” quale è il disegno di legge Calabrò sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento in discussione al Senato, lo smantellamento definitivo della spregevole legge 40/2004 sulla fecondazione assistita (peraltro già duramente colpita dalle sentenze della Corte costituzionale).

Lo scorso anno, la terza edizione della marcia (organizzata come nel 2011 da Secular europe campaign) confluì il 18 settembre nella manifestazione “Protest the Pope” indetta contro la visita pastorale di Benedetto XVI che proprio in quei giorni si trovava in Gran Bretagna. Al Papa, oltre 20mila persone contestavano sia l’atteggiamento – diciamo così – poco chiaro mantenuto nei confronti dei crimini pedofili compiuti da persone di Chiesa durante gli anni in cui lui era stato a capo della Congregazione per la dottrina della fede (che un tempo fu l’Inquisizione), sia le inadeguate risposte che la Chiesa di Roma sotto il suo comando stava dando a fronte di migliaia di casi di violenze, stupri e abusi compiuti da religiosi che lungo il 2010 erano stati scoperti in quasi tutto il mondo occidentale. La scintilla dell’indignazione di massa fu il costo del viaggio, totalmente a carico dei contribuenti inglesi, di 20 milioni di sterline. Se pensiamo che tra ottopermille, sgravi fiscali e altri benefit pubblici, la Conferenza episcopale italiana incassa dai cittadini del Belpaese oltre 6 miliardi l’anno, noi saremmo autorizzati a fare una manifestazione al giorno.

Per quanto riguarda lo scandalo della pedofilia clericale, l’attualità dice che lo “scandalo” è tutt’altro che

Londra, 17 settembre 2011

risolto. Pochi giorni fa, negli Stati Uniti, è stato arrestato un vescovo responsabile di aver coperto per anni un sacerdote che tra le altre cose trafficava file pedopornografici. Mentre il 28 ottobre in Gran Bretagna è stato incriminato per possesso di 4mila immagini pedopornografiche, Chris Jarvis, il funzionario laico incaricato dalla Chiesa cattolica locale di indagare su alcune accuse di abusi sessuali nella diocesi di Plymouth. Dunque, dopo la marcia del 2010 poco è cambiato. Il papa aveva chiesto scusa alle vittime prima, ha continuato a farlo dopo. Presso una parte dell’opinione pubblica tanto è bastato per considerare risolto il problema. Peccato che nessuno abbia mai chiesto ai sopravvissuti di quegli abusi cosa ne pensassero di queste scuse. I sopravvissuti chiedono al Vaticano fatti concreti, per ridurre al minimo il rischio che dei pedofili indossino l’abito talare. Da un lato norme più restrittive, collaborazione obbligatoria con le autorità “civili” e maggiore trasparenza nel fare luce sul passato [quindi commissioni d’inchiesta laiche e indipendenti], dall’altro la prevenzione che consiste soprattutto nella chiusura dei seminari minori. Gli istituti religiosi cioè in cui si “formano” i bambini dagli 8-16 anni. È qui, e lo denunciano da anni con forza numerosi sacerdoti italiani, oltre che le vittime, che si consuma la maggior parte delle violenze. Non è un caso che in base alla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia – strumento giuridico vincolante in vigore dal 1989 che in prima pagina «riconosce che il fanciullo ai fini dello sviluppo armonioso e completo della sua personalità deve crescere in un ambiente familiare in un clima di felicità, di amore e di comprensione» – in tutti i Paesi in cui si sono verificati casi di pedofilia ecclesiale i seminari hanno cominciato a chiudere. Giova ricordare che il Vaticano non ha mai ratificato questa convenzione, e che secondo l’ultimo censimento della Cei, nel 2008 in Italia c’erano ancora 142 seminari minori.

Federico Tulli  (Roma, 28 ottobre 2011)

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Di questi temi si è parlato approfonditamente all’incontro dal titolo “Scienza, laicità, religione” organizzato il 28 ottobre scorso alla sala Conferenze della Camera da anticlericale.net e Survivors voice europe. Sono intervenuti Maurizio Turco deputato radicale e presidente di anticlericale.net, Sue Cox e Ton Leerschool, fondatori di SvE, Marco Tranchino, promotore della Secular Europe Campaign, Edward Presswood, membro del Secular Medical Forum, Mirella Parachini, ginecologa e vice presidente della Fiapac (Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione) e Maria Antonietta Farina Coscioni deputata radicale e fondatrice dell’Associazione Coscioni per la libertà di ricerca scientifica.

La conferenza ha inaugurato una serie di iniziative che hanno animato il week end romano dedicato alla denuncia degli abusi pedofili nel clero e alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Eventi culminati sabato 29 ottobre nel presidio dei “sopravvissuti” in via della Conciliazione a pochi passi dal confine di Stato vaticano indetto da Survivors voice Europe per celebrare il “II Annual Survivors of catholic clergy abuse day”.

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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