//
you're reading...
Cultura

L’Unità al microscopio

Esce per Einaudi una raccolta di saggi dedicati a «scienze e cultura dell’Italia unita». Curata da Francesco Cassata e Claudio Pogliano, evidenzia con estremo rigore il ruolo del sapere e della ricerca nella nascita e nello sviluppo della nazione. I curatori: «Ci s’imbatte spesso nell’ansioso interrogativo, da quale genere e grado di declino sia afflitto il “sistema Italia”. Di fonte a indicatori per lo più negativi, si oscilla fra l’estremo della sconsolata rassegnazione al peggio e quello dell’esortazione alla riscossa».

Federico Tulli

«Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani» disse Massimo D’Azeglio dopo la proclamazione ufficiale del Regno d’Italia. In una sola breve frase la sintesi perfetta della situazione storica, ma soprattutto culturale del Paese che, nel giorno in cui veniva promulgata la legge che assegnò a Vittorio Emanuele II il titolo di re (17 marzo 1861), si ritrovava frantumato non solo dal punto di vista geopolitico. Quella che le gesta di Garibaldi e la sagacia di Cavour consegnarono alla storia era una nazione segnata sia da profondi squilibri economici interni sia da un livello medio di istruzione tra la popolazione assolutamente inadeguato a perseguire il fine di una coesione stabile. Eppure nel 1866 seguirono la liberazione del Veneto e nel 1870 quella di Roma con conseguente fine dello Stato Pontificio. E di lì a poco l’Italia avrebbe dato i natali a illustri letterati e cominciato a esportare nel mondo la preziosa “merce” del sapere scientifico e delle innovazioni tecnologiche. Come è potuto accadere? Di certo non si è trattato di estemporanei “miracoli italiani” ante litteram. Basti pensare a quale sia stato il “peso” della scienza nella nascita del nostro Paese. Un ruolo che emerge con estrema nitidezza dai saggi contenuti in Storia d’Italia. Scienze e cultura dell’Italia unita, una raccolta che a tratti assume l’affascinante veste di un’approfondita inchiesta, curata per Einaudi da Francesco Cassata (storico del pensiero politico e delle culture scientifiche) e Claudio Pogliano (a lungo ricercatore presso la Normale di Pisa e oggi consigliere dell’Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze). Senza nulla togliere a Garibaldi e a Cavour, si può dire infatti che il “genio italiano” sia nato ancora prima dell’Italia: ben prima del fatidico 17 marzo di 150 anni fa. Risale al 1839, quando la Penisola era ancora smembrata in sette piccoli stati, la prima grande riunione di scienziati italiani che contribuì a ispirare i movimenti risorgimentali. Si tenne a Pisa di fronte a un vasto pubblico e segnò il battesimo della Società italiana per il progresso delle scienze. Sebbene – a causa dei tempi avversi e dell’ostilità dei governi che allora tiranneggiavano i futuri italiani – non si potesse costituire un sodalizio nazionale, stabile e legalmente riconosciuto, pure, con il ripetersi di quei congressi, si riuscì a formare quell’unità spirituale della Nazione, che fu premessa e fondamento della successiva unità politica. E di ciò danno conferma gli Atti delle Riunioni, e le testimonianze degli scrittori, italiani e stranieri del tempo. Seguirà un secolo e mezzo di invenzioni, ricerche, lampi di genio, da Antonio Meucci a Guglielmo Marconi, da Enrico Fermi a Stanislao Cannizzaro, chimico e uomo di governo, e al matematico Vito Volterra, che sarà tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti nel 1925. Fino a Rita Levi Montalcini e Margherita Hack. Sono questi solo alcuni dei nomi che facendo da anello di congiunzione con la società e politica dell’Italia unita hanno traghettato il nostro Paese nella modernità, rendendolo punto di riferimento scientifico e culturale nel mondo.

L’Annale curato da Cassata e Pogliano delinea il quadro complessivo della realtà multiforme dell’impresa scientifica italiana, attraverso tre diverse punti d’osservazione: la periodizzazione storica, le implicazioni di lungo periodo e la situazione della “nuova Italia”. Si parte dall’età liberale, con la costruzione del sistema scolastico e universitario e la fondazione della Società italiana per il progresso delle scienze, si approda al ventennio fascista – con il mito della scienza nazionale, la nascita del Consiglio nazionale delle ricerche, la ricerca tra eugenetica e razzismo – per concludere con l’età repubblicana, la divulgazione e l’inizio della “rivoluzione delle macchine”. La seconda sezione è dedicata all’indagine sull’evoluzione delle discipline scientifiche su un orizzonte di ampio respiro, dal processo di costruzione teorica di una materia alle interazioni con la sfera pubblica, fino alle comparazioni e alla diffusione internazionale. L’Annale si conclude con l’analisi del «tempo ormai lungo della nuova Italia» attraverso il vettore «interno-esterno»: dai flussi migratori degli scienziati alle correnti che hanno permesso il diffondersi del sapere in Italia, fino a un repertorio biografico sulle donne di scienza. Un prezioso libro di storia in cui però non mancano i nessi col presente. «Ci s’imbatte spesso nell’ansioso interrogativo, da quale genere e grado di declino sia afflitto il “sistema Italia”» scrivono i due curatori nell’introduzione. «Sono numerose e varie le diagnosi formulate. Di fonte a indicatori per lo più negativi, si oscilla fra l’estremo della sconsolata rassegnazione al peggio e quello dell’esortazione alla riscossa. Sarebbe sicuramente troppo pretendere che dalla lettura di questo Annale vengano illuminazioni su un incertissimo futuro. Nondimeno, a tentar di comprendere i molti perché dell’attuale impasse, forse questa quarantina di saggi potrà fornire qualche utile indizio».

***

Fondi alla ricerca, il piatto piange

Francia batte Italia 39 a 6. Non è il risultato di una partita di rugby ma sono i miliardi di euro stanziati rispettivamente dai due Paesi per i fondi pubblici alla ricerca e all’istruzione superiore nell’ultimo triennio. Per questo motivo il Gruppo 2003, che raccoglie scienziati italiani altamente citati nella letteratura scientifica internazionale, ha fatto un appello al presidente del Consiglio Mario Monti in cui si indicano sette punti per rilanciare i settori della ricerca scientifica e dell’innovazione che, scrivono gli esperti, «costituiscono uno dei terreni su cui si gioca il futuro dell’Italia». I sette punti critici sono l’affidabilità, la valutazione e la trasparenza nell’erogazione dei fondi, l’eliminazione dei “lacci e lacciuoli” burocratici, l’aumento dei “cervelli” in entrata e una maggiore interazione con l’industria. In cima alla classifica c’è però il problema degli investimenti: ««I dati disponibili dimostrano che il Paese dispone ancora di un patrimonio di risorse intellettuali, passione e dedizione che chiede solo di essere messo a frutto. Nel contesto della crisi finanziaria mentre alcuni Paesi hanno scommesso sulla ricerca (ad esempio la Francia con un investimento di 39 miliardi di euro), in Italia la ricerca scientifica e l’istruzione superiore hanno subito tagli lineari come tutte le altre attività, senza tener conto dei rischi per la sopravvivenza stessa della ricerca nel nostro Paese». Nei giorni scorsi il ministro dell’Istruzione, università e ricerca, Francesco Profumo, ha firmato lo schema di decreto di riparto del “Fondo ordinario per gli enti e le istituzioni di ricerca finanziati dal Ministero” (Foe). Per il 2011, lo stanziamento iniziale del Foe ammonta a quasi 1,8 miliardi (precisamente 1,794.212.530 milioni di euro, 25 milioni in più rispetto al 2010). Di questi, 14 milioni di euro sono stati assegnati alla Società Sincrotrone di Trieste (che gestisce il laboratorio d’eccellenza Elettra) e poco più di 125 milioni, il 7 per cento dello stanziamento complessivo, saranno distribuiti agli enti sulla base di specifici criteri di merito e qualità dei progetti sviluppati. La somma rimanente (pari 1,655.114.653 miliardi), è stata ripartita tra i dodici enti di ricerca nazionali sulla base della loro programmazione, elaborata tenendo presenti le indicazioni contenute nel Piano nazionale di ricerca 2011-2013. Riuscirà questo lieve aumento di risorse a bloccare l’emorragia di giovani ricercatori? Probabilmente no. L’astrofisica Margherita Hack, una che di queste cose se ne intende, a una studentessa di Firenze che, durante la presentazione del suo libro Perché le stelle non ci cadono in testa? (Editoriale Scienza), le chiedeva quali fossero i Paesi più sensibili alla ricerca dove un giovane studioso possa scappare per fare fortuna, ha risposto così: «Quasi tutti i Paesi sono più sensibili dell’Italia. Però – ha aggiunto – io a questi ricercatori direi: cerchiamo di restare in Italia, perché si deve contribuire ad affossare questo nostro Paese? Piuttosto, invece di scappare, cerchiamo tutti di votare meglio». f.t.

Left 47/2011

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: