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Chiesa e pedofilia

Corte penale internazionale de L’Aja, pedofilia e colpe del Papa

Intervista al giudice Silvana Arbia, cancelliere della Corte

«Responsabili di crimini contro l’umanità per aver coperto i reati di pedofilia» compiuti sistematicamente da esponenti del clero cattolico. Una circostanziata denuncia accompagnata da un dossier di oltre 10mila pagine è stata presentata il 12 settembre scorso alla Corte penale internazionale (Cpi) de L’Aja dall’associazione di vittime statunitense Snap (Survivors network of those abused by priests) e dalla Ong americana Center for constitutional rights. Destinatari dell’accusa, il Vaticano e i suoi vertici: papa Benedetto XVI, il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, il suo predecessore, il cardinale Angelo Sodano, e il prefetto della Congregazione della dottrina della fede, cardinale William Levada. A oltre due mesi dalla clamorosa denuncia tutto tace. Che fine ha fatto quel dossier? Ci sono possibilità che scatti l’incriminazione nei confronti di persone tanto influenti? Left lo ha chiesto a Silvana Arbia, cancelliere della Corte, nell’ambito di un seminario organizzato a Milano dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia.

Giudice Arbia, la tratta di esseri umani e la riduzione in schiavitù rientrano nei crimini di cui si occupa la Cpi?

Sì, ci sono i presupposti. Ma per qualificare un reato come un crimine contro l’umanità compreso nella lista indicata nello statuto della Cpi, deve essere commesso in un contesto di attacco generalizzato o sistematico contro la popolazione. Se non c’è questo contesto sono crimini comuni, gravissimi, ma non si tratta di crimini contro l’umanità. Saranno perseguiti dai singoli Stati coinvolti.

Collegati alla tratta ci sono sempre altri orrendi crimini: pedopornografia, prostituzione forzata, sfruttamento di manodopera clandestina. Nei suoi quasi dieci anni di vita, la Cpi si è mai occupata di questi reati?

Al momento che io ricordi, no.

Lo stupro è considerato un crimine contro l’umanità?

Sì, se commesso nell’ambito di un attacco generalizzato o sistematico. Siamo sempre là, bisogna valutare il contesto.

Cosa pensa della denuncia contro il Papa presentata dalle vittime di preti pedofili?

Non si può avere opinione. Ognuno è libero di mandare alla Cpi denunce o petizioni. Però poi la Corte deve vedere se ci sono i presupposti per un’azione legale, se c’è la competenza per materia, se è rispettato il criterio temporale (la Cpi si occupa solo dei crimini compiuti dopo la sua fondazione avvenuta nel 2002, ndr) e tutti gli altri presupposti indicati nello statuto. Si tratta di crimini gravi, ma queste sono le valutazioni iniziali, è la prassi da seguire, non ci sono discriminazioni.

Sono passati due mesi, quanto ci vorrà per esprimere una risposta?

Non ci sono dei termini entro cui la Corte è tenuta a rispondere. E al momento questo non è accaduto, siamo ancora nella fase preliminare di valutazione della denuncia.

Federico Tulli, left 46/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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