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Cultura

Non vogliamo morire democristiani

Dalla libertà di religione alla libertà “dalla” religione. Una Italia definitivamente secolarizzata è possibile? Esce Liberi di non credere il nuovo saggio di Raffaele Carcano, segretario dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar). L’autore ne parla con left. «Il governo Monti rappresenta la resurrezione della Balena bianca, paradossalmente potrebbe essere l’occasione per alcuni partiti di assumere posizioni più laiche»

Federico Tulli

«Oggi è venuto il tempo di incarnare i valori della religione con rappresentanze sicure». In parlamento, meglio ancora se al Governo. Lorenzo Ornaghi fresco ministro della Cultura nonché “scienziato della politica, rettore dell’Università Cattolica e vicepresidente del quotidiano dei vescovi Avvenire” (Il Fatto quotidiano, 18 novembre 2011), è forse quello che più di ogni altro tra i componenti del neonato esecutivo Monti è riuscito a sintetizzare in una sola sibilante frase l’annuncio della resurrezione della Democrazia cristiana. Tutti cattolici, in massima parte diretta emanazione di alcune delle fazioni più potenti che si muovono all’ombra del Cupolone, a cominciare dal “gesuita” Mario Monti, passando per il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, (osannato con enfasi da Nichi Vendola intervistato da Fabio Fazio, Che tempo che fa del 20 novembre) o per il banchiere Profumo, padre fondatore di Banca Intesa-San Paolo (altrimenti nota come Sant’Intesa), gli uomini e le donne del neopremier stanno lì a significare ai cittadini italiani che tra i costi da pagare per evitare il collasso economico ce n’è anche uno imposto dal Vaticano in cambio della fidejussione per un governo stabile: il sacrificio dei diritti civili su cui poggia l’identità laica dello Stato (autodeterminazione e libertà di scelta in materia di aborto, contraccezione e fine vita, unioni di fatto, solo per citarne alcuni).

Il presidente delle Cei Angelo Bagnasco, li chiama «valori non negoziabili» (l’embrione è una persona, lo stato vegetativo permanente… pure) che «appartengono al Dna di ogni persona, non possono essere conculcati né parcellizzati o negoziati attraverso mediazioni, che pur con buone intenzioni, li negano». Lo aveva detto durante gli ultimi giorni di vita del governo Berlusconi e lo ha ribadito, dopo il battesimo di Monti, a un affollatissimo convegno di Scienza&Vita davanti a un parterre politico bipartisan. Insomma, tra le istituzioni e i rappresentanti politici da una parte e la società civile sempre più secolarizzata dall’altra (come si evince da qualsiasi ricerca sul tema) la frattura è ancora scomposta. A fronte di una situazione che oggi più che mai pare insanabile, arriva in libreria Liberi di non credere (Editori internazionali riuniti) una sorta di bombola di ossigeno per atei e laici impenitenti che porta la firma di Raffaele Carcano, segretario dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar) e storico delle religioni. Testo che, a partire da una rigorosa dimostrazione con dati e cifre del gap esistente tra l’esigenza di laicità dei cittadini e la carente risposta dello Stato, denuncia la deriva culturale di matrice cattolica e profondamente reazionaria che oramai pervade la vita degli italiani a tutti i livelli. Traducendosi, osserva a Left l’autore, in una inaccettabile «discriminazione nei confronti della maggioranza delle persone, le quali o non credono proprio oppure professano religioni diverse da quella cattolica ma vedono imporsi “scelte di vita” in cui non si riconoscono affatto attraverso leggi liberticide calate dal Vaticano in Parlamento». Non a caso il libro inizia e finisce con una citazione di Rosa Parks figura simbolo della rivendicazione di identità e dei diritti civili nella battaglia contro l’apartheid statunitense del secondo dopoguerra. «Noi della Uaar – precisa Carcano – non vogliamo creare una nuova Chiesa, né che gli atei si uniscano sotto un qualsiasi simbolo per fare chissà cosa. Chiediamo solo di vivere in un paese civile e democratico che riconosca pari diritti civili a tutti». Il problema è che manca una visione globale rispetto alla questione della laicità dello Stato. Ai politici soprattutto sembra sfuggire il senso della centralità di questo principio costituzionale così come ribadito da almeno tre sentenze dell’Alta Corte. «Dedico due capitoli all’analisi politica dell’anomala situazione italiana. Ciò che preoccupa è il consenso trasversale sulle tematiche della religione. Da due decenni destra e sinistra litigano su tutto ma quando si tratta di non disturbare la Chiesa cattolica, cosa che poi in realtà si traduce nel chiederne esplicitamente l’appoggio, i toni diventano immediatamente concilianti. Salvo rarissime eccezioni». L’Italia era più laica quando c’era la Dc? «Io dico sì. Con la Dc partito di riferimento del Vaticano tutti gli altri erano liberi di contrapporsi. Del resto le grandi leggi “laiche” degli anni 70 sono state approvate da uno schieramento che andava dai liberali all’estrema sinistra. Se veramente il governo Monti rappresenta la resurrezione della Balena bianca, paradossalmente potrebbe essere l’occasione per alcuni partiti di assumere posizioni più laiche».

left 46/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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