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Salute

Non è un Paese per donne

La medicina moderna non può prescindere da un approccio di genere. Per garantire equità nel diritto al benessere occorrono programmazione e strategie preventive. Ma l’Italia è in ritardo, lo dicono i dati del Libro bianco sulla salute femminile.  Infarti e ictus in “rosa” sono aumentati del 15 per cento in 20 anni, provocando 130mila decessi. Più del triplo dei tumori al seno

Federico Tulli

Quando si parla di “questione femminile” nei Paesi più sviluppati di rado, per non dire mai, il pensiero corre oltre le discriminazioni subite dalle donne nel mondo del lavoro, che si concretizzano con retribuzioni mediamente più basse di quelle corrisposte agli uomini e ostacoli di ogni genere all’avanzamento in carriera. Eppure esiste una variante se possibile ancora più subdola e dannosa, che non risparmia nemmeno chi vive in Italia. È la cosiddetta questione femminile in medicina. Un problema che viene per la prima volta evidenziato all’inizio degli anni Novanta negli Stati Uniti, quando Bernardine Healy, direttrice dell’Istituto nazionale di salute pubblica, realizza due ricerche sul comportamento discriminatorio dei cardiologi americani nei confronti delle pazienti donne che non si risolveva solo in una maggiore attenzione nelle cure verso i malati dello stesso sesso. La scoperta-denuncia di Healy accende i riflettori su una realtà inquietante. Con la scienza medica oramai orientata verso l’individuazione di cure sempre più specialistiche e personalizzate, a pochi era venuto in mente l’ovvio. Ovverosia, la necessità di testare un farmaco o un presidio medico-chirurgico direttamente sulle donne per conoscere le reali condizioni di efficacia e sicurezza su di loro. Il dibattito che scaturisce dalle ricerche della Healy ben presto evidenzia lacune anche al di fuori del campo della cardiologia e porta nel 2002 la Organizzazione mondiale della sanità a creare il Dipartimento per il genere e la salute della donna, che si fonda sul riconoscimento del sesso e dei rispettivi dati biologici, e del genere con le differenze di ordine socio-culturale, come fattori determinanti della salute. Nei sistemi sanitari nazionali più evoluti prende finalmente corpo la consapevolezza di dover destinare notevoli risorse mirate alla tutela della donna, sia a livello di prevenzione che di cura. In Italia a garanzia dell’equità sanitaria viene istituito nel 2005 l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna. L’attività di monitoraggio dell’Onda confluisce ogni due anni nella pubblicazione di un Libro bianco che fa il punto sulla “medicina di genere”. La terza edizione, dal titolo La salute della donna. Stato di salute e assistenza nelle regioni italiane, è in libreria da pochi giorni per FrancoAngeli. E il quadro che emerge non è entusiasmante.

Vediamo insieme qualche dato significativo, a partire dall’aspettativa di vita che negli ultimi 4 anni è cresciuta di soli 3 mesi (da 84 anni nel 2007 a 84,3 nel 2010), contro i 4 mesi per l’uomo (da 78,7 anni a 79,1). «Il dato si potrebbe considerare fisiologico dopo la grande crescita di questi ultimi 20 anni – rileva Onda – ma certo la crisi economica e sociale costringe le donne a spostare le priorità verso altre problematiche, aumentando la disattenzione verso fattori di rischio tipicamente maschili, come l’abitudine al fumo, aumentata di mezzo punto percentuale nella popolazione femminile, e all’alcol, con sempre più donne che consumano oltre 6 bicchieri di bevande alcoliche in un’unica occasione». Nel mondo “in rosa” risultano in aumento anche alcune malattie fino a pochi anni fa presenti quasi esclusivamente tra gli uomini, in particolare quelle cerebrovascolari (con infarti e ictus aumentati in 20 anni del 15 per cento provocando 130mila decessi, più del triplo del tumore al seno). Mentre sono ancora limitate l’informazione e la sensibilizzazione alle diverse problematiche di salute femminile, come ha confermato un recente screening dell’Istituto superiore di sanità riguardo il livello di conoscenza dei benefici che comporta la vaccinazione contro il papilloma virus, l’agente patogeno principale responsabile del tumore al collo dell’utero (seconda causa di morte nella popolazione femminile dei Paesi poveri). Non solo, sebbene sia rallentato, il costante aumento della vita media femminile comporta gioco forza un incremento di malattie cronico-degenerative e una crescita nel consumo di farmaci (+20 per cento rispetto agli uomini) e dei ricoveri il cui tasso è oramai praticamente identico tra i due generi (1.251,20 per 10.000 uomini e 1.245,59 per 10.000 donne). Insomma, tagli nel sistema di welfare e nei bilanci familiari rischiano di vanificare i traguardi e i benefici raggiunti nell’arco di 30 anni nello stato di salute delle donne. E dicono che la crisi economica in Italia debba ancora “colpire”.

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La malattia invisibile

Si intitola “Violenza nei giovani: un comportamento innaturale e malato” la relazione che lo psichiatra Paolo Fiori Nastro, docente all’Università La Sapienza, presenta oggi a Roma nella penultima delle quattro giornate formative organizzate dall’Unità operativa complessa Tutela adolescenza dell’Asl RomaE, che dal 1992 si occupa di prevenzione, cura e riabilitazione delle patologie psichiatriche in età giovanile. Professore, perché uno psichiatra degli adulti parla di adolescenti? «Perché dobbiamo fare cultura, cioè far sì che certe idee arrivino ovunque. E l’idea della prevenzione delle malattie mentali, dell’intervento precoce, è una di queste». Il periodo di vita dai 10 ai 30 anni è quello in cui le malattie mentali provocano il maggior danno rispetto alle altre patologie riducendo la capacità di partecipazione alla quotidianità. «Questo – spiega lo psichiatra – si ricava da una serie di ricerche partite negli anni Ottanta e durate oltre 20 anni, da cui emerge pure che il 50 per cento delle malattie mentali gravi dà segni di sé prima dell’adolescenza e il 75 per cento entro i 24 anni. Quindi questo è un periodo che inevitabilmente finisce sotto la “lente” degli psichiatri degli adulti». Porre l’accento su queste fasce di età crea però una grande quantità di problemi medici ed etici. «In queste situazioni noi non andiamo a cogliere la malattia nelle sue manifestazioni più evidenti, ma osserviamo una fase di vita nel quale i segni e i sintomi sono difficilmente separabili dalle turbolenze che caratterizzano l’adolescenza e che fisiologicamente possono sconvolgere la vita di un ragazzo. Per esempio, l’affrancamento dalla famiglia e l’ingresso nel mondo dei pari età che determinano un cimento continuo nella definizione di una propria identità». Le difficoltà dei medici cominciano con la definizione di benessere. «Occorre avere molto chiara un’idea di benessere rispetto alla quale confrontare ciò che stiamo vedendo nel ragazzo in difficoltà. È comunque acclarato che le situazioni a rischio – quelle cioè non ancora sfociate nella malattia conclamata – si annidino laddove sono vissuti con profonda sofferenza i rapporti familiari». Ma coglierle non è affatto semplice. Posto che malattia e violenza sono di fatto inscindibili occorre considerare che violenza non è solo un’azione, ma anche una mancanza di azione. «Io – conclude Fiori Nastro – tenderei a privilegiare l’aspetto di ribellione nella sofferenza dei ragazzi, fermo restando che tra i comportamenti dell’adolescenza occorre distinguere quelli legati alla malattia, cioè sospettosità, delirio di persecuzione, paranoia, disturbi di personalità sia etero che auto diretti, da comportamenti deviati ma non per questo né delinquenziali né circoscrivibili all’interno della malattia mentale grave. Bensì sono maldestri tentativi di ribellione che non riescono o riescono male e che si ritorcono contro il ragazzo stesso».

left 45/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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