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Ricerca scientifica

L’officina dei neuroni

Parla la scienziata Elena Cattaneo: «Oggi riusciamo a produrre in laboratorio vere cellule solo dalle staminali embrionali umane. Possono essere usate per capire la malattia o studiare strategie di trapianto»

Solo in Italia colpisce oltre 200mila persone. Il morbo di Parkinson, malattia neurodegenerativa tra le più diffuse, non fa distinzione tra i due sessi (si riscontra nella stessa percentuale) e tra Paesi più o meno sviluppati: è presente in tutto il mondo. Contrariamente a quanto si tende a pensare può colpire a qualsiasi età sebbene un esordio prima dei 40 anni sia estremamente raro. Di norma i primi sintomi si notano intorno ai 60 anni con sensazioni di estrema debolezza, di impaccio nell’esecuzione di movimenti consueti ai quali via via ai quali si associano disturbi di equilibrio e difficoltà nel parlare. Può essere il segnale che stia accadendo qualcosa di drammatico in una zona profonda del nostro cervello denominata sostanza nera. Vale a dire la degenerazione fino alla morte di neuroni che hanno il cruciale compito di produrre dopamina, un neurotrasmettitore che invia messaggi a neuroni in altre zone del cervello ed è responsabile dell’attivazione di un circuito che controlla il movimento. Il punto di non ritorno si verifica con la riduzione di almeno il 50 per cento dei neuroni dopaminergici venendo a mancare definitivamente un’adeguata stimolazione dei recettori, cioè delle stazioni di arrivo. Il motivo per cui questi neuroni rimpiccioliscono e poi muoiono non è ancora conosciuto, ed è tema prioritario di ricerca. La via più promettente imboccata nei laboratori di mezzo mondo per individuare una possibile cura passa oggi per l’impiego di cellule staminali embrionali umane e proprio in questi giorni uno studio statunitense, co-finanziato dal consorzio europeo di ricerca NeuroStemCell, è stato pubblicato sulla rivista Nature rivelando risultati straordinari. I ricercatori, lavorando su cavie animali sono riusciti a “trasformare” cellule embrionali in neuroni capaci di rimpiazzare quelli distrutti dal Parkinson. Ne parliamo con Elena Cattaneo che dirige il laboratorio Cellule staminali e malattie degenerative dell’Università di Milano e coordina NeuroStemCell.

Professoressa Cattaneo, quali scenari si aprono alla luce di questo risultato?

Già alcuni anni fa altri colleghi avevano ottenuto neuroni con alcune caratteristiche di neuroni dopaminergici, da cellule staminali embrionali umane. Ma la conversione non era mai totale, i neuroni non avevano la carta d’identità completa di dopaminergici e la loro sopravvivenza dopo il trapianto era bassa e a volte accompagnata da crescita simil-tumorale. Ma una buona strada, perseguita bene, porta sempre un miglioramento. L’autore dello studio, Lorenz Studer (Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York), ha appreso dalla ricerca di base le informazioni relative alle molecole che guidano lo sviluppo di quei neuroni in vivo e ha applicato quelle stesse molecole alle cellule in vitro. In questo caso, Studer ha aggiunto alle cellule embrionali un composto chimico in grado di attivare le molecole endogene che guidano lo sviluppo dopaminergico. Poi ha trapiantato le cellule in diversi modelli animali di Parkinson e in tutti ha osservato un importante beneficio comportamentale.

La strada per una sperimentazione e un impiego sull’uomo è ancora lunga e difficile, ma c’è chi ha fatto notare come questa potrebbe essere ulteriormente rallentata dalla recente sentenza della Corte di Giustizia europea che vieta di brevettare medicinali ricavati da cellule staminali embrionali umane derivate (anni fa) da blastocisti in sovrannumero. Qual è il suo giudizio?

Quel verdetto impedisce ai ricercatori di brevettare i risultati del proprio lavoro, di fatto provocando un enorme danno alla società alla quale si nega (o si limita) il diritto di progredire. Dal punto di vista clinico l’industria farmaceutica è necessaria. Il brevetto è un mezzo per attirarla a investire sulla molecola o sulla cellula scoperta, perché nessun laboratorio accademico avrà mai i mezzi per portare quella scoperta a livello clinico. I brevetti sono quindi una forma di arricchimento sociale, una garanzia di trasparenza dei risultati raggiunti. Perché il brevetto tutela sì la proprietà intellettuale ma diventa immediatamente di “proprietà” pubblica, con l’ulteriore vantaggio che altri laboratori accademici possono studiare i risultati e migliorare la scoperta iniziale.

Cosa potrebbe accadere in Europa dopo questo pronunciamento della Corte Ue?

La ricerca sulle cellule staminali embrionali ha sofferto un ritardo di almeno 5 anni rispetto agli Stati Uniti. Per non dire degli ostacoli al finanziamento pubblico, sempre sotto scacco in alcuni Paesi come l’Italia la cui politica della scienza e per l’innovazione è su tutti i fronti praticamente inesistente. Ora questa sentenza è un altro cappio. Difficile prevedere quanto negativo sarà l’impatto. I laboratori europei potrebbero adottare la strategia del segreto industriale, evitando di pubblicare i risultati scientifici per proteggerne la novità. Cosa invece garantita dal brevetto. Oppure potrebbero brevettare le scoperte negli Stati Uniti impoverendo l’Europa in fatto di innovazione. C’è anche il rischio di una riduzione degli investimenti da parte della Commissione europea. Il paradosso è che con tutti questi lacci la ricerca sulle cellule staminali embrionali ha continuato a lavorare producendo scoperte straordinarie come le cellule riprogrammate indotte di Shinya Yamanaka e come quella di Studer che ha prodotto neuroni dopaminergici in grado di funzionare nel Parkinson indotto nell’animale.

E in Italia dove tutto è già difficile, che ricadute potrebbe avere il verdetto Ue sulla ricerca con staminali embrionali? Sebbene qui da noi non sia vietata lei è praticamente costretta a lavorare, ad esempio sulla Corea di Huntington, solo con fondi europei.

Io credo che queste cellule siano talenti che non debbano rimanere “sotto terra”. Sanno produrre cellule specializzate come nessun’altra cellula staminale sa fare. Anche per la Corea di Huntington, in cui degenerano i neuroni striatali (i recettori “stimolati” dai dopaminergici, ndr). Oggi noi riusciamo a ottenere veri neuroni solo da queste cellule. Possono essere usati per capire la malattia o studiare strategie di trapianto. Non abbiamo bisogno di altri limiti, peraltro quelli esistenti mi sembrano pure abbastanza ipocriti. Le cellule embrionali su cui lavoriamo esistono già. Questo è un fatto. Non solo, in Italia esistono 30mila blastocisti (fase iniziale di sviluppo dell’embrione, 5-7 giorni dalla fecondazione, ndr) crioconservate destinate al congelamento distruttivo e dalle quali si potrebbero invece ricavare altre linee di cellule embrionali. Si contesta a chi fa ricerca che ottenere queste cellule comporta l’eliminazione di blastocisti e questo equivale a un omicidio per chi considera la blastocisti (una struttura più piccola di un millimetro) una persona. Non oso nemmeno pensare alle 30mila blastocisti che giacciono abbandonate nei freezers d’Italia e a quanto apparentemente tranquilla sia la vita di chi le considera persone.

Federico Tulli  (left 44/2011)

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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