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Salute

Suicidio in adolescenza, i pionieri della prevenzione

Togliersi la vita a 11 anni. Un evento purtroppo non così raro se in Italia sono stati ben 374 i bambini di età compresa tra 10 e 14 anni che, tra il 1980 e il 2007, si sono suicidati. Un fenomeno preoccupante, drammatico, che raramente trova adeguata copertura sui media nazionali troppo concentrati sul fatto di cronaca più che sulle dinamiche che lo hanno originato. Ma che è solo la punta di un iceberg sotto il quale si cela un mondo, quello del disagio adolescenziale, ancora non del tutto indagato dal punto di vista medico-scientifico e soprattutto scarsamente tutelato dal sistema sanitario nazionale. A lanciare l’allarme, evidenziando la «necessità di sensibilizzare le istituzioni a investire di più, presto e bene nella prevenzione, per intercettare le situazioni problematiche prima che si cronicizzino» fino a sfociare nel Trattamento sanitario obbligatorio (Tso) o, peggio, nell’atto estremo, è un antesignano nel campo della tutela della salute mentale degli under 18, lo psicoterapeuta Emilio Bonaccorsi, direttore dell’Unità operativa complessa (Uoc) per la tutela dell’adolescenza presso la Asl Roma E. Un servizio, racconta Bonaccorsi a Left, che dal 1992 «si occupa di prevenzione, cura e riabilitazione delle patologie psichiatriche in età giovanile, arrivando oggi a operare capillarmente con un’equipe di circa 30 esperti su un territorio abitato da oltre 500mila persone». Tutto è cominciato nel centro di Roma, quartiere Prati, con un piccolo presidio territoriale utilizzato come rampa di lancio dai medici verso le circa venti scuole presenti nell’area coperta dalla odierna Asl RmE, con l’obiettivo primario di informare i giovani dell’esistenza di un servizio a loro disposizione anche solo per ascoltare problematiche non direttamente riconducibili a uno stato patologico più o meno grave. «Col tempo – racconta Bonaccorsi – siamo diventati un punto di riferimento oltre che per i ragazzi, anche per i loro genitori e soprattutto gli insegnanti, con molti dei quali c’è una proficua collaborazione nell’opera di intercettazione delle situazioni a rischio». In concreto questo si è tradotto nell’arco dei venti anni nella cura di quasi cinquemila giovani e nel “contatto” degli esperti con oltre 100mila persone. Man mano è stato possibile integrare al meglio l’azione “mobile” sul campo con delle strutture fisse «come il centro diurno terapeutico che può ospitare dalle 8 alle 20 fino a 10 ragazzi e come la “residenza protetta” che serve a evitare quanto più possibile il ricovero obbligatorio per i casi più gravi». E qui Bonaccorsi denuncia un problema storico. I Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc), cioè i reparti psichiatrici per adulti collocati negli ospedali generali, sono gli unici luoghi dove può essere effettuato il Tso in Italia, oltre ai servizi di neuropsichiatria infantile. Non esistono cioè, salvo rari casi, luoghi deputati espressamente al ricovero di persone di età compresa tra i 12 e i 18 anni, con tutto ciò che ne consegue in termini di assistenza e cura. E di rischio. Inutile sottolineare cosa comporta «tenere un “esordio” psicotico agitato in un reparto dove ci sono bimbi di 8 anni». Motivo in più, spiega, per puntare sulla prevenzione organizzando una fitta rete specifica di assistenza agli adolescenti che interagisca con i servizi pubblici di neuropsichiatria infantile da un lato e con quelli per l’età adulta dall’altro. Un modello efficace, del resto, c’è ed è rappresentato dall’Unità operativa complessa Tutela adolescenza che Bonaccorsi dirige, ma inspiegabilmente, sebbene anche dall’estero siano venuti per studiarlo ed esportarlo – specie in nord Europa -, a oggi questa rimane un’esperienza isolata.

«È un problema di ordine culturale e politico» spiega il professor Giuseppe Ducci, primario della Spdc del San Filippo Neri e coordinatore dei 22 Spdc presenti nel Lazio. «In Italia – aggiunge – si è sempre data importanza alle strutture, al numero di persone che vi lavorano oppure allo spazio a disposizione, molto meno alle azioni che vi si svolgono. In Gran Bretagna, dove ci sono 120 dei circa 150 centri esistenti al mondo di “intervento precoce sulle psicosi” ci sono delle leggi nazionali che entrano nel merito di come si opera, sulla base dei giudizi di commissioni di esperti. Lì da loro si punta su interventi di provata efficacia per evitare il più possibile il ricovero. Ad esempio, c’è una mole di lavori nel mondo che prova l’utilità di intercettare il disagio nelle scuole, ma in Italia non viene fatto in modo organico quasi da nessuna parte». Venerdì 4 novembre Ducci è il protagonista della conferenza intitolata “Il ricovero degli adolescenti in Spdc: aspetti clinici e organizzativi” durante la quale approfondirà i temi accennati a Left. L’incontro fa parte di quattro giornate formative dal titolo “Psicopatologia dell’adolecscenza: teorie più recenti, complessità e gravità degli interventi nella pratica clinica” organizzate a Roma dalla Uoc diretta da Bonaccorsi.

«Tranne che in alcuni ottimi casi, il disagio psichico adolescenziale non ha un interlocutore di tipo medico-assistenziale e psicologico dotato di strutture idonee a dare una risposta» conferma Paolo Girardi, docente di psichiatria all’Università La Sapienza di Roma e direttore della Uoc di Psichiatria dell’Ospedale Sant’Andrea, che il 14 ottobre ha parlato di “Suicidio in adolescenza”. «Premesso che la formazione dell’operatore è cruciale perché la manifestazione di un disagio non significa necessariamente malattia, e quindi occorre saper distinguere un “normale” problema esistenziale dal disturbo psichico, un suicidio non si cura. Per prevenirlo occorre costruire una relazione, serve un luogo dove incontrarsi. La rete britannica presente soprattutto nelle scuole ha fatto sì che il numero di ricoveri nella di età 14-25 anni sia quasi azzerato. Diminuendo il lavoro a carico dei centri di salute mentale e migliorando l’offerta di salute mentale adeguata all’età dell’utente».

Quale risposta dare a questo tipo di emergenza psichiatrica è anche il filo conduttore dell’intervento del professor Stefano Vicari (2 dicembre) dal titolo “Esordi psicotici in età pre-adolescenziale e adolescenziale”. «Negli ultimi anni – ha spiegato di recente il responsabile dell’Unità operativa di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma – l’evidenza di una maggiore efficacia di un intervento precoce di fronte alle emergenze psichiatriche nei minori, affiancato a iter diagnostici e terapeutici multidisciplinari, ha indotto una trasformazione del paradigma di cura di bambini e adolescenti con gravi disturbi psicopatologici. In questo senso, la gestione dell’emergenza psichiatrica da parte dei servizi di Neuropsichiatria infantile del Bambino Gesù rappresenta una risorsa strategica indispensabile per una l’assistenza globale del bambino e dell’adolescente che presenti un quadro clinico di emergenza». Investire sugli interventi per l’adolescenza, ridurre il ricovero degli adolescenti e al tempo stesso migliorarne la qualità, sono tutte azioni che hanno una ricaduta positiva provata. E su cui bisognerebbe lavorare secondo modalità condivise e scientificamente valide.

Quale modello teorico  adottare è il tema centrale dell’intervento dello psichiatra Paolo Fiori Nastro (18 novembre). Il docente dell’Università La Sapienza di Roma parlerà di “Violenza nei giovani: un comportamento innaturale e malato”. «Il servizio creato da Bonaccorsi – racconta a Left Fiori Nastro – ha preceduto di almeno di 7-8 anni le acquisizioni dirompenti che hanno cominciato a circolare nel mondo psichiatrico internazionale a partire dagli anni Duemila. E che oggi sono bagaglio acquisito a livello mondiale. Vale a dire, la possibilità di constatare l’esistenza di una condizione peggiorativa che poi esita nelle malattie mentali gravi ha fatto sì che si parlasse di prevenzione in psichiatria quando l’atteggiamento principale per tutti gli anni 80-90, e in particolare in Italia, era quello della gestione della cronicità secondo l’idea che la malattia mentale fosse organica». Fiori Nastro ritiene importante sottolineare che una teoria può invece non essere solo un’elucubrazione mentale, diventando oggettivamente una valida prassi. E porta nel suo intervento l’esempio della violenza. «Pensiamo – dice – a quanto e come l’idea che ognuno ha dell’essere umano condizioni il modo di considerare atti come quelli violenti. Chi crede che la violenza sia intrinseca alla natura umana, vede come unico atteggiamento possibile quello coercitivo, punitivo. Chi invece è convinto come me che la violenza non sia nella natura umana, ma sia innaturale ed espressione di un malessere, pensa che sia obbligatorio andare a cercare quali sono le ragioni di questo malessere e quali possono essere le risposte da dare a chi si muove nel contesto sociale in modo violento». Ci sono però anche altre forme di violenza, molto meno evidenti. Come ad esempio quella colta dai giudici che indagano per concorso in omicidio il marito della donna che questa estate a Orbetello ha ucciso il figlio. L’uomo non ha partecipato materialmente al crimine, ma è accusato per via «di un atteggiamento negligente e imprudente perché, nonostante fosse pienamente al corrente della estrema gravità della situazione, non ha adottato alcuna misura idonea a proteggere il piccolo». «Questa forma di lontananza affettiva evidentemente viene vista finalmente, anche o soprattutto da magistrati, come violenza» conclude Fiori Nastro. «Se comincia a cambiare l’idea di violenza allora c’è la possibilità di fare enormi passi avanti sul piano culturale, sociale e soprattutto in ambito psichiatrico».

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Morti silenziose

Nell’arco di 30 anni in Italia 374 bambini tra 10 e 14 anni di età si sono tolti la vita. A rilevare la portata del fenomeno è uno studio epidemiologico condotto in collaborazione dal Servizio per la prevenzione del suicidio dell’Azienda ospedaliera S.Andrea di Roma e dall’Istituto superiore di Sanità (Iss). La ricerca è stata presentata in anteprima l’8 settembre scorso nell’ambito della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, promossa dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Oltre al dato complessivo, spiega Maurizio Pompili, responsabile del Servizio prevenzione suicidi del S.Andrea, «da questa indagine è emerso che a fine anni ’90 il fenomeno si è stabilizzato». Ma questo non deve rassicurare perché al tempo stesso è diminuita la mortalità tra i più giovani per altre cause, dagli incidenti alle malattie. Ciò vuol dire che «ben poco è stato fatto in termini di prevenzione, a partire da una maggiore informazione sul problema nelle scuole». Il dramma è diffuso a macchia di leopardo su tutto il territorio nazionale. Con aree di criticità in Sicilia, Sardegna e Italia centrale. «Al Nord si segnala invece la maggioranza dei suicidi tra gli adulti». In crescita, sebbene non ci siano dati ufficiali, pure il suicidio tra gli immigrati. Nel complesso, in Italia, si contano circa 4mila suicidi l’anno. Anche a livello mondiale i numeri fanno impressione. L’Oms stima che ogni anno muoiano un milione di persone per suicidio, vale a dire due decessi ogni minuto. E in diversi Paesi industrializzati – compreso il nostro – il suicidio rappresenta la seconda o terza causa di morte tra gli adolescenti e giovani adulti.

Federico Tulli, left 43/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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