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Salute, Società, Vaticano

Sulla pelle dei lavoratori

Don Luigi Maria Monti. Beatificato nel 2003, è lui il fondatore della Congregazione dei figli dell'Immacolata proprietaria dell'Istituto dermopatico dell'Immacolata

È l’anno nero della sanità vaticana nel Lazio. Dopo la crisi del San Raffaele e la Tbc al Policlinico Gemelli, scoppia il caso dell’Istituto dermopatico dell’Immacolata. Fiore all’occhiello dell’assistenza e della ricerca scientifica in Italia, da alcuni mesi paga in ritardo lo stipendio agli oltre 1500 dipendenti. I quali chiedono: che fine hanno fatto i soldi?

Federico Tulli

Una coraggiosa puntata di Report su Rai3, nel dicembre del 2009, descrisse per la prima volta il complesso mondo dei “signori della sanità privata accreditata”. Imprenditori già molto attivi in altri settori, spesso media ed editoria, i quali, fiutando l’affare delle convenzioni regionali, hanno deciso di investire pesantemente nella sanità facendo di questo settore il fulcro dei loro business. Ne fa parte una pattuglia di nomi molto noti, come Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo Cir che ingloba L’Espresso ma anche la Kos, holding nel settore dell’assistenza socio-sanitaria specie in Lombardia. E come Gianfelice Rocca, numero uno di Techint, colosso della siderurgia, al quale fa capo l’Istituto Clinico Humanitas (con base a Milano e centri di ricerca in tutta Italia). Oppure ancora, Antonio e Giampaolo Angelucci. Nel Gruppo che porta il loro nome figurano il quotidiano Libero e la San Raffaele spa con le sue 29 strutture sanitarie, di cui 17 nel Lazio, attive specie nel campo della riabilitazione. Il motivo dello spiccato interesse “privato” per la salute dei cittadini è presto detto. In tutti i bilanci regionali la prima voce di spesa è quella sanitaria. Assorbe fino all’80 per cento delle risorse. In soldoni significa un totale nazionale di 130 miliardi di euro l’anno, di cui almeno 20 destinati a rimborsare prestazioni e servizi erogati dai privati accreditati. Il fiume di denaro cresce del 6 per cento l’anno (dati 2007, studio dell’Osservatorio aziende sanitarie del Cergas) e alimenta l’attività di centri all’avanguardia, ma di tanto in tanto devia verso percorsi poco limpidi. Non è un mistero che i ricoveri in centri privati effettuati senza un effettivo bisogno – vale a dire i Drg (Diagnosis related group) “inappropriati” – costino mediamente al contribuente cinque miliardi l’anno.

Tra i “signori della sanità privata” c’è poi un altro soggetto che signore non è, trattandosi di uno Stato sovrano. In questa multiforme galassia si muove da sempre il Vaticano. Tramite le prelature (Opus dei), movimenti ecclesiali (Comunione e liberazione), congregazioni e laici “fedeli”, la Santa Sede è presente in ogni regione con le strutture più prestigiose. Svettano Lombardia e Lazio, Milano e Roma. E proprio dalla Capitale, nel 2011 sono arrivati i primi segnali di una inquietante svolta. Se la sanità pubblica a livello strutturale è zavorrata da un debito colossale (nel Lazio il “rosso” è di oltre 10 miliardi, pari alla metà del debito sanitario nazionale), quella privata “accreditata” mostra quanto meno un cattivo stato di salute. Parlano chiaro sia la crisi del San Raffaele che il 29 marzo scorso ha annunciato il licenziamento di 3171 dipendenti, sia la sconcertante vicenda del Policlinico Gemelli dove in estate oltre cento neonati sono risultati positivi al test della tubercolosi probabilmente perché contagiati da un’infermiera affetta da Tbc (le indagini sono in corso ed è aperto un fascicolo contro ignoti per “epidemia colposa”). Se due indizi non fanno una prova, tre certamente sì. E il terzo è di quelli che non ti aspetti. Da giugno, nel più completo silenzio dei media, l’Idi, Istituto dermopatico dell’Immacolata, di proprietà della Congregazione dei figli dell’Immacolata concezione (fondata da don Luigi Maria Monti beatificato da papa Wojtyla nel 2003), ha iniziato improvvisamente a pagare in ritardo i propri dipendenti. Fino ad arrivare alla mensilità di settembre, non ancora corrisposta. In tempi di crisi, purtroppo, la questione rischia di non sembrare nemmeno una notizia ma si tenga presente che stiamo parlando di una struttura di alta qualità, “certificata” come Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, distribuita in tre stabilimenti sanitari (con pronto soccorso e 456 posti letto) noti nel mondo: il San Carlo di Nancy, la sede centrale di Roma “Monti di Creta” e la sede distaccata di Villa Paola a Capranica (Viterbo). I freddi numeri possono rendere ancora meglio l’idea. Il valore delle prestazioni erogate è in crescita costante. Si va dai 30 milioni del 2006 ai 50 stimati nel 2008 dalla Corte dei Conti. Oggi la somma dovrebbe aggirarsi intorno ai 70 milioni. In totale, all’interno dell’Idi lavorano oltre 1500 persone suddivise in medici, infermieri e ricercatori. Un terzo delle quali nel San Carlo di Nancy che prendiamo come esempio perché è qui che si sono verificati i primi scricchiolii. Il suo Pronto soccorso eroga oltre 32mila prestazioni all’anno in urgenza. La struttura esegue 12mila ricoveri, 163mila prestazioni specialistiche ambulatoriali oltre ai servizi di diagnosi e cura.

Ogni prestazione (Drg) viene rimborsata su fattura presentata alla Regione Lazio tramite la Asl RomaE. Rimborso divenuto, a sorpresa, vitale per le sorti di un’azienda che mostra all’esterno un volto niente affatto segnato da difficoltà economiche. Secondo quanto ha dichiarato il 4 ottobre l’amministrazione del San Carlo ai sindacati (Cgil, Cisl, Uil e Ugl), se non arrivano le rimesse dei Drg da parte della Regione l’Ente non è infatti più in grado di pagare gli stipendi ai dipendenti. E ancora, si legge nella nota emessa dopo l’incontro: «Il “castelletto” sul quale si reggeva l’autonomia aziendale è ormai incapace di sostituirsi alle rimesse regionali» dalle quali l’Idi è arrivato a dipendere. La crisi ha scioccato i dipendenti ai quali nessuno ha ancora spiegato quale sia la causa. La parola d’ordine ricevuta è “silenzio e pazienza”. Pertanto solo sui social network e con le poche lettere individuali pubblicate dai quotidiani locali, sono riusciti a descrivere all’esterno la morsa in cui si trovano a vivere. Nonostante la negazione di un diritto basilare, sostenuti dal senso di responsabilità verso i pazienti, non hanno mai fatto venir meno l’impegno professionale. Ma «la pazienza ha un limite» avverte il segretario regionale dell’Ugl Sanità, Antonio Cuozzo. Limite che potrebbe corrispondere al 14 ottobre, giorno in cui, con un comunicato appeso in bacheca il 10, l’amministrazione Idi ha promesso di accreditare gli stipendi a tutti i lavoratori, i quali commentano: «Staremo a vedere». Ma resta la domanda: e il prossimo mese?

***

Tagliare il malaffare

Il costo annuale della salute in Italia è di 130 miliardi di euro. Denaro pubblico che viene investito investito senza un efficace sistema di controlli e per questo fa gola a tanti: medici e politici corrotti ai posti di comando nelle ASL, industrie farmaceutiche avide di profitti. Ma ogni euro che finisce in mazzette, che è investito per produrre farmaci fotocopia, che è speso in appalti mafiosi o sprecato per un ricovero inutile, viene sottratto alla cura di chi è davvero malato. Ed è la causa dei tagli sempre più pesanti che gravano sulla spesa sanitaria e contribuiscono ad amputare un servizio, il Sistema sanitario nazionale, che rappresenta una delle più importanti conquiste italiane del XX secolo. Sanità spa di Daniela Francese, appena uscito in libreria per Newton Compton, è un’inchiesta serrata che alza il velo sulle colpe della politica, che analizza i fatti e fa nomi e cifre che non possono più essere ignorati, se si vuole salvaguardare uno dei diritti fondamentali di ogni cittadino.

left 40/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

2 pensieri su “Sulla pelle dei lavoratori

  1. Tutti gli articoli del suo blog sono eccezionali…..

    Pubblicato da Giovanna Tranchina | 8 giugno 2014, 9:18 pm

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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