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Ricerca scientifica

L’universo e Margherita

Margherita Hack

In un libro e un dvd in uscita per Lantana editore, il racconto autobiografico da parte di una testimone privilegiata dei fatti salienti del XX secolo.  Una vita spesa tra osservatori astrofisici («È molto probabile che esistano pianeti più vecchi della terra su cui si sono sviluppate civiltà anche più avanzate della nostra») e impegno civile («Siamo governati da una classe politica ignorante e arrogante che non si rende conto dell’importanza di fare ricerca»)

Federico Tulli

«Davanti a un fenomeno inaspettato molti reagiscono pensando di aver sbagliato e lo nascondono sotto il tappeto. Come la polvere. Invece è allora che comincia il divertimento». Prima donna a dirigere un osservatorio astronomico in Italia, quello di Trieste, Margherita Hack sin dai suoi primi passi da ricercatrice ha svolto una importante attività di divulgazione dando un considerevole contribuito alla ricerca in astrofisica. Da allora, si era in piena II guerra mondiale, e sino a oggi, la sua contagiosa sete di conoscenza non si è mai esaurita. Atea convinta, politicamente impegnata e con un approccio più che laico rispetto a qualsivoglia tematica sociale, Margherita Hack è tra le persone in Italia che più hanno messo al servizio della collettività la propria intelligenza e sensibilità ogni qual volta c’è stato da difendere un diritto acquisito e inalienabile minacciato dagli opportunisti di turno. Nata nel 1922, senza mai rinunciare all’ironia ha attraversato uno dei secoli più controversi della storia umana, con lo sguardo rivolto verso un ignoto «da indagare continuamente», ma con i piedi ben saldi per terra. In occasione dell’uscita in libreria de Il secolo lungo. Breve biografia di Margherita Hack (vedi box) left ha rivolto alcune domande alla grande scienziata fiorentina. Due questioni le stanno profondamente a cuore quando non è in laboratorio: il futuro della ricerca in Italia e la lotta contro ogni forma di Stato etico: «Siamo governati da una classe politica ignorante e arrogante che non si rende conto dell’importanza di fare ricerca. Lo dimostra nel momento in cui ci sono da fare dei sacrifici e la prima cosa che taglia sono i fondi alla scienza. Questo – osserva – è assurdo. Come è paradossale che ai miei tempi era più facile avere un posto stabile rispetto a oggi a fronte di un livello tecnologico che consente di fare ricerche prima impensabili per qualità e quantità». La sua verve da pasionaria si accende ancor di più quando le ricordiamo che in Senato sta per ricominciare l’iter della legge sul cosiddetto testamento biologico: «È una barbarie che lo Stato imponga a una persona di restare in stato vegetativo e di essere “alimentata” forzatamente. Si deve essere liberi di scegliere se rifiutare una vita che non è più umanamente tale. La libertà dell’individuo va rispettata».

Purtroppo la nostra conversazione avviene poche ore prima dell’annuncio del Nobel per la Fisica 2011 assegnato a tre suoi colleghi – Saul Perlmutter, Brian Schmidt e Adam Riess – per la scoperta dell’espansione accelerata dell’universo attraverso l’osservazione dell’esplosione di stelle. Pertanto non abbiamo potuto commentare insieme questo evento. Ma che l’astrofisica sia in auge lo dimostra anche l’enorme risalto ottenuto dal nutrito team di scienziati del Progetto Opera che sta osservando il comportamento dei neutrini “costretti” a viaggiare tra il Cern di Ginevra e i Laboratori del Gran Sasso. Si potrebbe sviluppare un’astronomia basata sui neutrini? «In teoria sì, in alternativa all’osservazione di luce e radiazioni elettromagnetiche provenienti dai corpi celesti. In pratica – spiega – è molto difficile, proprio per le loro caratteristiche è difficile “catturarli” e quindi misurarli. È nota infatti la loro grande capacità di passare indenni attraverso enormi quantità di materia». L’idea di gettare un occhio in questa direzione comunque c’è. Al Gran Sasso per esempio, «ma è ancora agli albori». Per ora ci si deve “accontentare” di approfondire la conoscenza acquisita sull’origine e lo sviluppo dell’universo grazie ad alcuni passaggi fondamentali della ricerca. I momenti chiave sono quattro. «La prima svolta c’è stata all’inizio dell’800. Allora l’astronomia consisteva nel misurare la posizione e i moti delle stelle e nel tentativo di determinare le prime distanze. Non si è saputo nulla, ad esempio, della loro composizione chimica fino a quando non è stata inventata la spettroscopia, l’analisi della luce emessa dai corpi celesti». A inizio Novecento, dopo le prime verifiche empiriche grazie a una tecnologia sempre più precisa, un nuovo salto di paradigma con la legge della Radiazione di Max Planck che ha consentito un’interpretazione quantitativa della luce emessa dalle stelle. «Poi, nel 1930, si è scoperto che i corpi celesti emettono le onde radio ed è nata la radioastronomia. Abbiamo quindi appreso che questi emettono tutto lo spettro elettromagnetico (raggi gamma, raggi x, ultravioletti, infrarossi, onde radio) e che le emissioni vengono assorbite dall’atmosfera a eccezione della luce e delle onde radio». Infine, l’ultima grande rivoluzione è degli anni ’60, quando è nata l’era spaziale e sono stati messi in orbita i primi telescopi spaziali per misurare le radiazioni assorbite dall’atmosfera». Tutto questo si è sviluppato a partire dalla necessità di scoprire quando e come è cominciato l’universo. La domanda delle domande che alimenta da sempre la ricerca scientifica. E che da millenni ne porta con sé un’altra: esistono altre forme di vita nel cosmo? «Oggi sappiamo con certezza che il sole è una stella normalissima, molto comune. E non c’è nessuna ragione di pensare che sia l’unico astro ad avere un sistema planetario. A partire dal 1995 abbiamo scoperto i pianeti extra solari. Ora se ne conoscono oltre 500 di cui almeno due molto simili alla terra, cioè che hanno proprietà tali da permettere la vita come la conosciamo noi. Però si può supporre che tutte le stelle abbiano pianeti e quindi che ce ne siano miliardi di miliardi. Il fatto che se ne siano scoperti così pochi non vuol dire che siano rari. Il sole ha 5 miliardi di anni, ma nella nostra galassia esistono stelle che hanno oltre 10 miliardi di anni. È quindi molto probabile che esistano pianeti più vecchi di Gaia su cui si sono sviluppate civiltà anche più avanzate della nostra».

***

La Hack in breve

Un breve libro che contiene alcune significative interviste e documentario in dvd, ricco di inediti materiali di repertorio. Ne Il secolo lungo. Breve biografia di Margherita Hack (Lantana editore), la scienziata racconta con passione la propria vita come ricercatrice e come donna nel XX secolo: la guerra mondiale, il fascismo, il dopoguerra e la rinascita economica e culturale dell’Italia, le grandi scoperte scientifiche, il ruolo della ricerca e dei ricercatori, il rapporto con la religione e lo stato di salute del nostro Paese. Un racconto autobiografico da parte di una testimone privilegiata che ha insegnato nelle più grandi università internazionali e che, tornata in Italia, ha fondato e diretto per decenni a Trieste l’osservatorio astronomico.

left 39/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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