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Ricerca scientifica

Più veloci della fantasia

Progetto Opera: una camera "pulita" nei Laboratori del Gran Sasso. Immagine di Stefano D'Amadio, per gentile concessione dell'autore

Una scoperta inaspettata scuote le fondamenta della fisica. I neutrini possono muoversi più rapidamente della luce. Se confermato, il risultato dell’esperimento effettuato tra il Cern di Ginevra e i laboratori del Gran Sasso metterebbe in discussione la teoria della Relatività. In attesa delle dovute verifiche affiora un’idea nuova: quella della simultaneità in natura tra causa ed effetto.  Luciano Maiani: «È presto per dire se qualcosa di Einstein va abbandonato. Ma se i dati fossero convalidati qualcosa bisognerà cambiare»

Federico Tulli

Nonostante siano fra le particelle più abbondanti in natura, fino a pochi anni fa i neutrini erano ancora misteriosi. Oggi sappiamo che in natura sono continuamente prodotti da alcuni tipi di reazioni nucleari, come quelle che avvengono nel Sole, e che ogni secondo il corpo umano è attraversato da 50mila miliardi di questi elementi provenienti dalla nostra stella, senza lasciare traccia. Sappiamo anche che i neutrini sono particelle elettricamente neutre e appartengono a tre famiglie: elettronici, muonici e tauonici. I componenti di ogni famiglia possono trasformarsi in uno dei due altri tipi, in un fenomeno chiamato “oscillazione”. Tale dinamica implica che i neutrini abbiano una massa e che le masse dei tre tipi siano differenti, in contraddizione con la teoria di riferimento della fisica moderna, chiamata Modello Standard, secondo cui i neutrini sono privi di massa. Queste particelle inafferrabili, come vedremo, sono molto importanti in astrofisica, in cosmologia e in astronomia perché possono essere considerate le uniche testimoni della nascita e dell’evoluzione delle stelle e di tutto l’universo. Esistono cioè nel cosmo neutrini fossili, liberati al momento della grande esplosione dalla quale nacque l’universo, il Big Bang, e che ancora oggi conservano, nelle loro caratteristiche, la “memoria” di quell’evento.

Sappiamo inoltre che i neutrini attraversano la materia senza interagire con essa. Per questo, il fascio di neutrini prodotto al Centro europeo per le ricerche nucleari (Cern) di Ginevra è arrivato con precisione nei Laboratori nazionali del Gran Sasso dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), nell’esperimento Cngs (Cern Neutrino to Gran Sasso) condotto dalla collaborazione internazionale Opera.

Il 23 settembre scorso gli scienziati del Cern hanno presentato a un vastissimo pubblico di colleghi i risultati di Opera. Oltre ad aver confermato il fenomeno dell’oscillazione, i calcoli effettuati indicano senza equivoci che il fascio di neutrini ha viaggiato a una velocità maggiore di quella della luce, di circa 60 nanosecondi (6 km/secondo). Un dato sorprendente e affascinante al tempo stesso perché sembrerebbe mettere in discussione uno dei pilastri della fisica contemporanea, vale a dire la teoria della Relatività di Albert Einstein. Ma è davvero così? In che modo Cngs s’incardina nel quadro dei traguardi scientifici e tecnologici che la Relatività ha permesso di raggiungere lungo tutto l’arco del Novecento? Abbiamo rivolto queste domande ad alcuni tra i massimi esperti in materia. Con il loro aiuto in queste pagine cercheremo di orientarci negli scenari che si aprono alla luce di un risultato che comunque ora sarà sottoposto a un severo esame della comunità scientifica internazionale, come gli stessi autori dello studio hanno richiesto nell’affollatissimo seminario di presentazione. Se confermati e riprodotti in laboratorio, i dati di Opera per la prima volta dimostreranno che è possibile battere la velocità della luce.

«Il risultato è un prodotto di alta professionalità» racconta a left il fisico teorico Luciano Maiani, direttore generale del Cern fino al 2003 e in seguito fino a poche settimane fa presidente del Consiglio nazionale delle ricerche. «Certamente il seminario ha confermato che siamo in presenza di un’equipe ben equipaggiata che ha messo in moto le cose giuste. Di qui a dire che il risultato sopravviverà alle verifiche è ancora presto. Aspettiamo le conferme anche da altri laboratori. Certamente un risultato di questa importanza non si può basare su una sola misura. Tutte le misure hanno degli errori o delle incertezze. Al seminario di presentazione c’è stata una discussione approfondita ma in una conference non è che si possa andare a fondo più di tanto». In attesa di nuovi esperimenti, quale può essere il merito di questo studio? «Intanto un esperimento Cern-Gran Sasso ha il pregio di essere in condizioni controllabili e riproducibili. Infatti sarà ripetuto». Cosa non da poco quando ci sono di mezzo i neutrini. «Poi va detto che il risultato di Opera è una sorta di sottoprodotto del motivo che ha portato alla costruzione del fascio di particelle, vale a dire l’osservazione dell’oscillazione dei neutrini muo in neutrini tau. Opera un anno fa ha visto un evento di questo genere e penso che ne abbiano in cantiere altri da realizzare. Per questo dico che il risultato relativo alla velocità ben s’inquadra in un programma molto sano di sperimentazione». Come cambierebbe il modo di pensare la fisica se Opera avesse ragione? «Qualcosa bisognerà cambiare. Cosa si dovrà lasciare dell’impalcatura della relatività è sicuramente troppo presto per dirlo. Io non sono un fautore dell’abbandono del principio di causa-effetto. I neutrini che arrivano al Gran Sasso sono stati mandati dal Cern. Se il Cern spegne la luce i neutrini non arrivano più, questo è sicuro». In un articolo uscito su Repubblica dopo il seminario di Ginevra Maiani ha scritto: «Secondo Einstein, il tempo che passa tra la partenza e l’arrivo di un segnale dipende dal sistema di riferimento da cui guardiamo i due eventi. Se il segnale viaggia a velocità superiore alla luce, cambiando riferimento, ad esempio guardando da un´astronave a grandissima velocità, potremmo vedere un tempo zero – partenza e arrivo simultanei – o addirittura un tempo negativo – il segnale arriva prima di partire! In entrambi i casi, si perderebbe la relazione causa-effetto tra invio e ricezione del segnale. Per questo, nella teoria della relatività i segnali “superluminali” sono proibiti». Chiediamo a Maiani: questa idea di simultaneità potrebbe convivere con la teoria della Relatività? «Anche il tempo zero impedisce di avere una relazione causale. Se arrivano allo stesso tempo causa ed effetto in posti diversi non c’è più la relazione che ci deve essere. Nel quadro della relatività speciale i segnali superluminali sono impossibili. Peraltro anche secondo Galileo certe cose erano impossibili, ma se uno cambia le leggi di riferimento bisogna vedere cosa succede. Al momento non mi lancerei in speculazioni di questo genere. Aspettiamo prima una conferma».

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Einstein è in buona salute

Il fisico teorico dell’Università di Aix-Marsiglia Marco Pettini ripercorre la storia del progetto Opera alla luce delle intuizioni del genio tedesco.  «Le teorie scientifiche che sono state convalidate dagli esperimenti con grande precisione non possono più essere smentite»

Marco Pettini

La notizia che qualcosa viaggia a velocità superiore a quella della luce sarebbe di quelle da accogliere con un’alzata di spalle in tono di sufficienza, se questa non provenisse da una press release del Cern (Centro europeo per le ricerche nucleari) di Ginevra del 23 settembre scorso e non risultasse dal lavoro di un’equipe internazionale di scienziati al disopra di qualsiasi dubbio riguardo ad affidabilità e competenza. Il contesto è quello dell’esperimento Opera (Oscillation project with emulsion tRacking apparatus), basato ai Laboratori nazionali del Gran Sasso dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, che si propone di studiare un fenomeno noto come l’oscillazione dei neutrini. Prima di tutto, cosa sono i neutrini? Sono delle particelle elementari della famiglia dei leptoni, dotati di spin (o momento angolare intrinseco), privi di carica elettrica e capaci di interagire con le altre particelle per mezzo dell’interazione nucleare debole (una delle quattro interazioni fondamentali: nucleare forte, elettromagnetica, nucleare debole, gravitazionale). La loro esistenza fu teorizzata da Wolfgang Pauli e successivamente ripresa da Enrico Fermi per rendere conto del fatto inatteso che nella disintegrazione spontanea dei neutroni, in cui venivano prodotti protoni ed elettroni, l’energia degli elettroni poteva variare con continuità e per risolvere un’apparente violazione del principio di conservazione dell’energia che da questo fatto discendeva. Fermi, cui si devono fondamentali contributi allo studio dei decadimenti nucleari deboli, o decadimenti beta, introdusse il nome di neutrino come diminutivo di neutrone, un costituente fondamentale dei nuclei atomici ma dotato di massa. I neutrini furono rivelati sperimentalmente molti anni dopo la previsione della loro esistenza e per lungo tempo furono considerati privi di massa di riposo. Il decadimento nucleare debole è un processo di disintegrazione spontanea di nuclei atomici instabili (radioattivi) che si trasformano da un elemento chimico ad un altro emettendo elettroni e neutrini (o antineutrini). Esistono tre famiglie di neutrini, i neutrini elettronici, quelli muonici e quelli tauonici. Le reazioni nucleari che hanno luogo all’interno del Sole producono un’enorme quantità di neutrini (sulla Terra ne arrivano circa 65 miliardi per centimetro quadrato per secondo) tuttavia la stragrande maggioranza di essi attraversa noi ed il nostro pianeta come se fossimo assolutamente trasparenti, e ciò è dovuto alla loro bassissima probabilità d’interazione con la materia. Di conseguenza la loro osservazione è difficile e richiede sofisticati apparati di rivelazione del peso di centinaia di tonnellate. La misura del flusso dei neutrini provenienti dal Sole ha posto un serio problema a causa di una discrepanza fra il flusso predetto teoricamente e quello (inferiore) misurato sperimentalmente. Dato che i rivelatori dei neutrini solari catturano i neutrini elettronici, una soluzione al problema è stata vista nella possibilità che i neutrini possano oscillare, ovvero cambiare nel tempo la loro famiglia di appartenenza. Se alcuni neutrini elettronici – viaggiando dal Sole alla Terra – si trasformassero in neutrini muonici o tauonici eluderebbero la loro rivelazione risultando nel deficit di flusso osservato. L’idea dell’oscillazione dei neutrini si deve a Bruno Pontecorvo, uno dei “ragazzi di via Panisperna” nel gruppo di Fermi. Questa possibilità per i neutrini di cambiare famiglia di appartenenza è strettamente legata al fatto di possedere una massa, per quanto piccola. E qui ritroviamo Opera, l’esperimento volto a studiare appunto l’oscillazione dei neutrini (da muonici a tauonici).

Il fenomeno dell’oscillazione dei neutrini, che risulta al momento oggetto di risultati sperimentali in parte controversi, è sotto indagine da parte della collaborazione dei progetti Cngs (Cern Neutrino beam to Gran Sasso) e Opera. Un fascio di neutrini muonici viene prodotto a Ginevra ed inviato lungo un tragitto di 730 chilometri in Abruzzo, al Gran Sasso, dove i neutrini trovano un complesso rivelatore di peso superiore a 1200 tonnellate. Benché siano miliardi di miliardi i neutrini che attraversano il rivelatore, un solo evento di oscillazione fra neutrino muonico e tauonico è stato osservato nel 2007, abbastanza tuttavia per dar credito all’ipotesi che i neutrini abbiano massa e per incoraggiare studi ulteriori. Più recentemente, avendo messo a punto un metodo di sincronizzazione della misura del tempo fra i due laboratori, ciò che permette il calcolo preciso del tempo trascorso fra l’emissione e la rivelazione dei neutrini, è stato osservato un fatto sconcertante: il tragitto fra Ginevra e il Gran Sasso è stato percorso dai neutrini (attraverso la crosta terrestre) con 60 miliardesimi di secondo di anticipo rispetto a quanto ci si sarebbe aspettato se i neutrini avessero viaggiato alla velocità della luce! Un limite insuperabile secondo la teoria della Relatività di Einstein che invece sembrerebbe esser stato violato, anche se di poco. L’annuncio è giunto dopo mesi di verifiche di ogni tipo ed è stato proposto con la necessaria cautela che una cosa del genere richiede. Correttamente gli scienziati coinvolti in questo esperimento invitano i colleghi della comunità internazionale a passare ad un vaglio critico i dati in loro possesso e sollecitano esperimenti indipendenti da parte di altri gruppi in modo da valutare l’attendibilità di un risultato potenzialmente rivoluzionario. La notizia, riportata prontamente in tutto il mondo, è stata colorita con affermazioni del tipo «Einstein si era sbagliato», «smentita la teoria della Relatività di Einstein» e amenità simili. Dobbiamo sottolineare con forza che le teorie scientifiche che sono state convalidate dagli esperimenti con grande precisione, come è il caso della teoria della Relatività di Einstein, non possono più essere smentite, in gergo epistemologico falsificate. L’eventuale conferma del fatto che delle particelle possano superare anche di pochissimo la velocità della luce implicherebbe la necessità di formulare una teoria più generale della teoria della Relatività, e questo potrebbe avere implicazioni enormi e di una portata difficilmente prevedibile al momento. Insistiamo ancora sul fatto che ogni nuova teoria scientifica (purché soddisfacente opportuni criteri fra cui fondamentale quello della falsificabilità in senso Popperiano) non inficia le precedenti ma, per cosi dire, le contiene come valide in un ambito definito. La teoria della Relatività è più generale della meccanica Newtoniana, ma questa continua a essere validissima se le velocità dei corpi di cui descrive il moto sono molto inferiori alla velocità della luce.

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Gli esami non finiscono mai

Il progetto Opera è una collaborazione di 160 scienziati da 11 Paesi diversi. Principalmente Italia, Giappone, Francia, Svizzera, Germania, Belgio, Russia e Turchia. A colloquio con il fisico sperimentale della Sapienza di Roma Giovanni Rosa, uno dei protagonisti. « Elementi di novità ci sarebbero soprattutto in esperimenti del settore della “neutrino astronomy”, la nascente ricerca di oggetti stellari, galassie e così via»

 Federico Tulli

Professor Rosa, nella decisione di presentare la scoperta dei neutrini che viaggiano più veloci della luce non c’è stata unanimità, ci può illustrare il merito e i limiti del risultato del progetto Opera?

Inutile nascondere che da quando, nei primi mesi di quest’anno, è emerso dalle misure il risultato di cui parliamo, nella nostra collaborazione abbiamo “animatamente” dibattuto non “se” ma “come e quando” avremmo messo al corrente la comunità scientifica. E, soprattutto, quali altre verifiche e analisi dei dati potevano essere attuate. Molto altro lavoro è stato fatto, si sono intanto accumulati altri dati, e si è deciso di uscire allo scoperto, pur consapevoli del clamore che la notizia avrebbe suscitato. Proprio per coinvolgere l’intera comunità scientifica nella “conferma o caccia all’errore” che noi stessi continueremo a perseguire. Il merito consiste nell’accuratezza della misura, senza precedenti in esperimenti analoghi. La velocità si misura come rapporto di spazio su tempo. Abbiamo misurato lo spazio e il tempo con le tecniche di avanguardia della metrologia (Gps, orologi atomici, elettronica di precisione) e confrontato la distribuzione dei tempi di arrivo al Gran Sasso di circa 16mila neutrini con la distribuzione dei tempi di partenza del fascio al Cern di Ginevra. I limiti, sui quali continueremo a lavorare, verosimilmente con tempi dell’ordine di mesi, sono la risposta ai quesiti che sempre accompagnano la sperimentazione, tanto più quanto più la misura è accurata: abbiamo trascurato o stimato male qualche contributo di errore sistematico? (sebbene si è tenuto conto dell’aggiustamento degli orologi, del trasferimento dei segnali elettronici, delle misure satellitari e geodetiche, della caratterizzazione del fascio originale di protoni, del traguardo finale dei neutrini al Gran Sasso, e così via; l’errore statistico può essere stimato con modalità diverse, risultando eventualmente più grande? I risultati scientifici acquistano infatti significato solo a fronte dell’errore di misura. Se c’è qualcosa di sbagliato non è una banalità, e per la conferma occorrono certamente anche altri esperimenti.

 Molti sostengono che i dati – se confermati da esperimenti indipendenti – rischiano di mettere a soqquadro le radici della fisica moderna. Con quali conseguenze per la fisica sperimentale? E quali ricadute sulla vita quotidiana dell’uomo comune?

Intanto, come detto, noi stessi ci riproponiamo di approfondire il risultato per riconfermarlo o correggerlo. Nell’ipotesi che sia giusto, mi è più facile rispondere alle sue domande in ordine inverso. Ricadute sulla vita quotidiana letteralmente nessuna: per beni e servizi, per la tecnologia applicata, per le stesse telecomunicazioni, i protagonisti restano gli atomi e i segnali elettromagnetici, talvolta i nuclei. Per la fisica sperimentale, in termini di tecnologie e apparati di misura, metodi di raccolta e di analisi dei dati non cambierebbe molto. Certamente nascerebbe comunque lo stimolo ad effettuare verifiche indipendenti, a progettare esperimenti dedicati. Elementi di novità ci sarebbero però soprattutto in esperimenti del settore della “neutrino astronomy”, la nascente ricerca di oggetti stellari, galassie, ammassi che oltre ai “lampi di luce” finora utilizzati per rivelarli e studiarli emettono certamente anche neutrini in coincidenza delle loro “catastrofiche” trasformazioni: come stabilire la “coincidenza ritardata/anticipata” con i lampi di luce? È da notare che nel 1987 l’esplosione di una supernova relativamente “vicina” (nube di Magellano, soltanto circa 160mila anni-luce da noi) fu osservata sia con mezzi ottici che con “addensamenti” di eventi di neutrini. I dati raccolti indicarono un ottimo accordo tra la velocità dei neutrini (in quel caso neutrini “di tipo elettronico” e di energia molto minore di quelli prodotti dal Cern) e la velocità della luce.

Se la teoria della Relatività risultasse superata, dovremo guardare all’Universo con occhio scientifico diverso? Quali scenari si aprirebbero sulle ipotesi di formazione del cosmo?

La risposta a questa domanda è sostanzialmente contenuta nel punto precedente: in definitiva vedo emergere molti punti di vista teorici che ritengono che molta parte della Relatività potrebbe essere “facilmente” salvata, e che la nostra concezione dello spazio e del tempo, quella “insegnata” da Einstein, ne potrebbe uscire sostanzialmente indenne. Impatti sulla cosmologia? Certamente sì, a partire dalla nostra “datazione” dell’universo. I neutrini sono comunque anche “relitti pregiati” dell’era di formazione del nostro universo, e messaggeri unici di eventi interni alle stelle e ai nuclei galattici. Se la loro velocità è davvero maggiore di “c” bisognerà tenerne conto.

Senza la luce emessa dal sole non vi potrebbe essere la vita sulla terra, almeno come la conosciamo noi. Che “ruolo” hanno i neutrini, o meglio, i processi nucleari e di decadimento radioattivo, nella nostra esistenza?

Si deve intanto considerare che le stelle e il nostro sole sono tenute “incandescenti”, emettono luce, in quanto ospitano processi di fusione nucleare che producono anche neutrini. Neutrini sono prodotti dalle centrali nucleari. Neutrini sono anche prodotti in grande quantità dai raggi cosmici che colpiscono l’atmosfera terrestre. E neutrini “relitti cosmici”, come detto, vagano per l’universo insieme alla radiazione elettromagnetica di fondo (microonde). Ma i nostri occhi, i nostri sensi, la materia di cui siamo composti, non “interagiscono” significativamente con i neutrini. Solo agli occhi dei ricercatori, muniti di speciali “occhiali” consistenti in grandi apparati di ricerca, i neutrini appaiono come mattoni fondamentali dell’universo, messaggeri di processi interni alle stelle, e, ancora una volta come in passato, affascinanti oggetti di studio capaci di sorprenderci.

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Il commento/1

Umberto Dosselli (Infn): Oltre l’immaginabile

A fine 2010 il ministero dell’Università e della Ricerca ha approvato il progetto SuperB dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn). «SuperB – spiega a left il fisico Umberto Dosselli, vice presidente Infn – è un acceleratore di particelle basato sulle tecnologie più innovative a livello mondiale, con lo scopo di ricostruire la storia dell’universo cercando gli eventi più rari attraverso tecniche di precisione estrema». Il 2 ottobre a BergamoScienza (il festival di divulgazione scientifica, dal primo al 16 ottobre a Bergamo, ndr) Dosselli illustrerà gli scopi di SuperB descrivendo le tecnologie utilizzate: «Si tratta – dice – di una sorta di viaggio nel tempo. Perché ci si mette nelle condizioni in cui era l’universo quando aveva l’energia che noi studiamo nelle collisioni create negli acceleratori». Nel fare questo si tende a produrre energie sempre più elevate, perché più aumentano più si va indietro nel tempo e ci si avvicina all’attimo iniziale. Lhc, l’acceleratore del Cern che sta “cercando” il bosone di Higgs, la “madre” di tutte le particelle teorizzata dal Modello Standard, è la macchina in fase più avanzata. «Noi faremo studi per capire da un’angolazione diversa rispetto a Lhc e grazie alla produzione di particelle virtuali, cosa è capitato nei primi istanti di “vita” del cosmo. E come si è sviluppata l’evoluzione fino alla creazione della materia che conosciamo. Per esempio uno dei problemi aperti è: che fine ha fatto l’antimateria? Il Big Bang l’ha creata in parti uguali alla materia. Sperimentalmente osserviamo che tutto ciò che si vede è materia, quindi ci deve essere qualcosa di molto interessante che non capiamo. Dobbiamo insistere e studiare. La sinergia tra SuperB e Lhc è fondamentale». A questo punto Dosselli dopo aver anticipato i temi di Bergamoscienza, previene la nostra domanda: «Vengo dal Gran Sasso dove è stato presentato il risultato del progetto Opera. Il tema è di tale attualità farò un accenno al seminario del 2 ottobre». Del resto, un nesso c’è. I neutrini sono tra le particelle “presenti”, se non altro nelle fasi immediatamente successive, al Big Bang. «I colleghi sono giustamente prudenti, per via delle implicazioni enormi. Dal punto di vista strumentale è una misura solida, che impone comunque ulteriori verifiche indipendenti. Assumendo che sia vero che i neutrini in certe condizioni viaggiano a velocità superiori di quelle delle luce, i panorami che si spalancano sono tanti e inattesi. Le verifiche sperimentali della teoria della Relatività sono continue. I nostri acceleratori funzionano con la Relatività, dovremmo immaginare qualcosa che funziona per i neutrini e non per le particelle cariche elettricamente». Insomma, non una cosa banale. «Un’informazione viaggia al massimo alla velocità della luce. Se noi possiamo pensare una velocità superiore, essendo l’elaborazione della luce un parametro nello spazio-tempo, muovendoci nel mondo del paradossale potremmo anche immaginare che la causalità sia violata. Stiamo entrando in un regime completamente sconosciuto, come accadde poco “prima” di Einstein». Federico Tulli

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Il commento/2

Sylos Labini (Cnr): Guardiamo nel futuro

«Come osservatore esterno, avendo letto i dati, da astrofisico posso commentare che sono dei risultati da prendere con le molle. Nel senso che devono essere vagliati nei minimi dettagli, come del resto hanno detto gli stessi autori dell’esperimento Opera». Francesco Sylos Labini, ricercatore al Consiglio nazionale delle ricerche di Roma arriva dritto al punto e spiega a left: «C’è una contraddizione non banale che è quella con i dati relativi al fascio di neutrini prodotti dalla Supernova del 1987. In quel caso, se ci fosse stata la stessa differenza di velocità tra i neutrini e i fotoni rilevata nel tragitto dal Cern al Gran Sasso, i neutrini sarebbero arrivati qualche anno prima e invece sono arrivati quasi  contemporaneamente. Il problema, niente affatto ovvio, è sapere esattamente a che istante è stato emesso il fascio di neutrini partito da Ginevra». Sylos Labini suggerisce poi di considerare che non siamo in presenza di un esperimento da laboratorio condotto da un gruppo limitato di ricercatori. «Questi sono esperimenti industriali complicatissimi, con migliaia di persone che partecipano sia alla fase di emissione che a quella di osservazione. È un tipo di lavoro che si fa in astrofisica quando si lanciano i satelliti e nella fisica delle particelle elementari con gli acceleratori. Per comprendere tutti i dettagli in maniera esauriente occorrono anni». Qualcosa proprio in questi anni sta cambiando, osserva l’astrofisico: «Entro 2-3 decenni questo tipo di sperimentazioni passerà per altre vie. Bisogna tenere conto che l’interesse per la fisica delle alte energie storicamente è stato legato a questioni belliche. Poi negli Anni 70-80 grazie anche al Cern le cose sono cambiate. Non a caso tra i suoi meriti c’è lo sviluppo del web. Quindi come sottoprodotto di una ricerca così complessa ci sono state tantissime innovazioni importanti. Il problema è che la fisica delle alte energie sta perdendo smalto. Molto era legato allo sviluppo dei giganteschi acceleratori». Ora la ricerca sta andando nella direzione dell’astrofisica. «L’idea è che nell’universo si sono raggiunte energie altissime che non si potranno riprodurre sulla terra, per cui determinate dinamiche si osserveranno direttamente nell’universo. Con questi nuovi esperimenti, soprattutto al Gran Sasso, si tenterà di osservare queste particelle che sarebbero state emesse o da oggetti molto energetici che stanno nel cosmo oppure addirittura dal cosmo stesso quando era molto caldo». Federico Tulli

left 38/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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