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Società

Il giudice giusto

Il magistrato Raffaele Guariniello

Uno spaccato di storia d’Italia. Il giornalista Alberto Papuzzi ripercorre nel suo ultimo libro quaranta anni di inchieste e processi di Raffaele Guariniello

«In tanti anni non avevo mai visto una tragedia come questa. Ha colpito regioni diverse nel nostro Paese, popolazioni di lavoratori e di cittadini. Continua a seminare morte e continuerà a farlo chissà per quanto». Raffaele Guariniello è uno dei tre pubblici ministeri dello storico “processo Eternit”. Insieme ai colleghi Sara Panelli e Gianfranco Colace ha portato alla sbarra i due proprietari della multinazionale svizzera che in Italia produce amianto in quattro stabilimenti, e messo sotto accusa un intero mondo: l’industria della polvere killer, che nel corso del Novecento ha creato occupazione, arricchito mediatori, prodotto migliaia di morti e malati di cancro. Cominciato il 10 dicembre 2009 al Palazzo di Giustizia di Torino, il processo Eternit è diventato subito un simbolo della lotta per la sicurezza sul lavoro e la salute dei cittadini. A Casale Monferrato (Al), Cavagnolo (To), Rubiera (Re) e Bagnoli (Na) intere famiglie sterminate dal micidiale mesotelioma, un particolare tipo di cancro al polmone che impiega anni per manifestarsi e porta via la persona in pochi mesi. In tutto, sotto la lente dei magistrati sono finiti quasi 2.200 decessi (1600 solo a Casale, dove il pericolo di ammalarsi di un tumore da amianto è superiore fino a 40 volte rispetto alla media del Piemonte). Non solo operai, ma anche loro parenti e concittadini che hanno avuto il “torto” di vivere nella zona e respirare le fibre tossiche. Il 4 luglio scorso, pronunciando quelle parole, Guariniello ha terminato la propria requisitoria. Dal 26 settembre toccherà alla difesa del magnate elvetico, Stephan Schmidheiny, e del barone Jean Louis Marie Ghislain De Cartier De Marchienne, smarcarsi dall’accusa di «disastro». Secondo il pm, l’Eternit sapeva dei rischi che comportava il “contatto” con le fibre, minimizzava, e non provvedeva a eliminarli. «Prima di pensare a quali pene chiedere – ha spiegato il pm – ho voluto rileggere quelle inflitte per i casi più gravi di disastri o di morti, tra cui i tanti deceduti nelle aziende amiantifere della nostra zona e anche i sette della ThyssenKrupp. Una tragedia come questa, però, non mi era mai capitata». Il peso di questa affermazione rende in pieno l’entità del dramma che si è consumato in Italia nell’arco di decenni. Specie se commisurato alla competenza e all’esperienza di Guariniello in materia. Un livello che non ha eguali in Italia e che il giornalista de La Stampa, Alberto Papuzzi, ha evidenziato magistralmente ne Il giudice. Le battaglie di Raffaele Guariniello (Donzelli). Ne emerge il ritratto di un magistrato che, scrive l’autore, in oltre 40 anni di carriera «è diventato l’emblema di diritti da restituire a chi se li è visti conculcare: cominciando dai lavoratori oggetto di discriminazioni per le loro idee politiche, o per la loro militanza sindacale (emblematico il caso Fiat negli anni 70-80, ndr), arrivando a uomini e donne costretti a rischiare la salute e la vita per mantenere un impiego, per crescere i figli, per vivere una vita normale». Papuzzi ripercorre le inchieste e i processi che Guariniello ha promosso o celebrato come pubblico accusatore e, al tempo stesso, come difensore delle parti più deboli della nostra società. Tra questi, appunto lo scandalo delle schedature Fiat, i problemi della medicina del lavoro, le prime azioni contro l’amianto, l’uso di farmaci illeciti in una squadra di calcio, fino ai due grandi processi per lo spaventoso rogo alla ThyssenKrupp e per le migliaia di vittime dell’Eternit. Ecco perché Papuzzi, parla di lui come di un giudice, nel senso più pieno del termine: cioè colui che restituisce giustizia e al tempo stesso innova alla radice la giurisprudenza, fino a creare un modello investigativo e un’équipe specializzata unici in Europa.

left 37/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Un pensiero su “Il giudice giusto

  1. In Italia ci vorrebbero tanti Guariniello , purtroppo a volte ci scontriamo con una realta’ triste e amara, ci sono dei magistrati che non applicano la legge per mera opportunita’,per coprire qualche potente, anzi la violano,vorrei far conoscere la mia storia ma nessuno mi ascolta, nessun giornale mi ascolta. Parlare di magistrati e’ troppo scomodo , troppo pericoloso, ma il cittadino che chiede di avere giustizia cosa deve fare ?.Il mio appello e’ rivolto alle coscienze , se ne avete contattemi, non cambieremo il mondo ma almeno ci abbiamo provato. Non dobbiamo dire : la speranza che un giorno le cose cambieranno, la speranza non esiste piu’, la SPERANZA siamo NOI , il nostro AGIRE , il nostro FARE.Carmelo Balistreri email marianobali@hotmail.it Tel. 3486436329

    Pubblicato da Carmelo Balistreri | 17 luglio 2013, 7:26 am

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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