//
you're reading...
Salute

Tubercolosi, uno sgradito ritorno

Il focolaio scoperto al Policlinico Gemelli di Roma riaccende i riflettori su una malattia che alle nostre latitudini si pensava debellata. L’immunologo Gianni Rezza parla comunque di eccessivi allarmismi. Ma avverte: «I vaccini attuali sono poco efficaci»

Federico Tulli

Una volta insediatosi nell’ambiente a lui congeniale, rimane dormiente per molti anni. Attende il momento opportuno per riattivarsi, quindi si scatena, anche dopo decenni, con effetti spesso devastanti. Questa storia molto simile alla trama di una delle vicende di “terrorismo” che sovente si leggono sui giornali, si svolge nell’organismo umano. Dunque il protagonista non è il fanatico religioso di turno ma un batterio, precisamente il Mycobacterium tubercolosis responsabile della tubercolosi. Sono proprio tali modalità di comportamento del suo agente patogeno (detto anche bacillo di Koch) a rendere la tbc una delle malattie infettive più difficili da prevenire e curare. Specie nel Sud del pianeta, dove alta densità di popolazione e condizioni igienico-sanitarie degradate offrono al batterio l’habitat naturale in cui muovendosi per via aerea si trasmette velocemente da un soggetto all’altro annidandosi nella gran parte dei casi nei polmoni. A questo si aggiunge la scarsa efficacia dei vaccini tuttora in commercio, oltre che, spesso, un carente sistema diagnostico e di prevenzione. Risultato? Secondo Global Tuberculosis Control 2009, l’ultimo Report dell’Organizzazione mondiale della sanità che porta dati del 2008, sono quasi due milioni l’anno, cioè 5mila al giorno, i decessi provocati dalla tubercolosi nel mondo e almeno 9,4 milioni le persone contagiate. Il 98 per cento delle morti si verifica in Paesi in via di sviluppo, colpendo persone di età tra i 15 e i 50 anni. Il Sud Est asiatico e l’Africa contribuiscono entrambe a circa un terzo dei casi, mentre in Europa si registra solo il 5 per cento delle infezioni globali. India (2 milioni), Cina (1,3), Indonesia (530mila), Nigeria e Sud Africa (460 mila) sono i cinque Paesi in cui la diffusione della malattia è più estesa. In Africa c’è invece l’epicentro della tubercolosi a co-infezione con l’Hiv-Aids, quella a maggior rischio di morte, con oltre l’80 per cento dei casi mondiali.

In Italia la tubercolosi è una malattia rara. La rete di monitoraggio attivata al ministero della Salute tramite i dati che confluiscono dalle Asl rileva mediamente 5mila contagi l’anno (4246 nel 2009), meno di uno ogni 10mila abitanti, circa la metà dei quali riguarda cittadini migranti. Contrariamente a quanto sostengono alcuni esponenti politici tendenzialmente di centro destra a sostegno delle proprie tesi “isolazioniste”, la tbc non è una malattia d’importazione: i migranti si ammalano in Italia. Chi arriva qui da noi ha dovuto affrontare le peggiori prove di resistenza psico-fisica, pertanto chi ce la fa è nell’oltre 99 per cento dei casi una persona sana. Per fare un esempio, tra gennaio e aprile 2011 su oltre 10mila migranti arrivati a Lampedusa solamente uno è risultato ammalato di tubercolosi. «Una così alta percentuale di diffusione dell’infezione tra gli stranieri si spiega con le condizioni di vita in cui spesso si vengono a trovare una volta entrati in Italia: alta promiscuità, scarso igiene, diffidenza verso le istituzioni sanitarie» racconta a left l’infettivologo dell’Istituto superiore di sanità Gianni Rezza. In questi ultimi mesi ha destato preoccupazione il focolaio scoperto al Policlinico Gemelli di Roma. L’ambiente in cui si è sviluppato il contagio, trasmesso da un’infermiera a oltre cento neonati durante un periodo di diversi mesi, non è certo paragonabile a quello in cui solitamente si muove il batterio. L’eccessiva spettacolarizzazione della notizia ha portato in secondo piano una questione fondamentale: «L’esposizione al microbatterio rilevata dal test va valutata con equilibrio. Positività al test non significa malattia. I rischi del passaggio dall’infezione alla malattia sono normalmente molto bassi e con la profilassi attivata dopo la positività al test dovrebbero tendere allo zero. I neonati sono potenzialmente infetti ma non malati».

La considerazione di Rezza sulla tbc “latente” ci riporta al discorso iniziale, aprendo la porta al tema della ricerca farmacologica. Il Rapporto dell’Oms ricorda infatti che quando il batterio si trasforma nella sua forma latente sviluppa immunità al vaccino e aspetta l’attimo giusto per entrare in azione dopo che il vaccino ha smesso il suo effetto preventivo. «Gli attuali vaccini come il Bcg (basato sul bacillo di Calmette Guerin, ndr) non sono molto efficaci» osserva Rezza. Funzionano solo se somministrati prima dell’esposizione al batterio, e non prevengono l’infezione ma i sintomi acuti ed evitano che la malattia si manifesti. «Si tratta di un vaccino molto vecchio che ha un’efficacia maggiore nei bambini piccoli e scarsa negli adulti. Perché il microbatterio è particolare. Si va a latentizzare proprio nelle cellule che invece ci dovrebbero difendere dalle aggressioni esterne. Non ci sono anticorpi in grado di neutralizzare questi microbatteri, quindi è difficile mettere a punto un vaccino altamente efficace. Una delle strategie è quella di inocularlo molto presto, subito dopo la nascita, soprattutto laddove c’è una grande circolazione del batterio. Chiaramente in Italia, dove l’incidenza è medio bassa, questa indicazione non c’è». Sul fronte della ricerca l’obiettivo prioritario è dunque lo sviluppo di un farmaco preventivo più potente e l’ulteriore sviluppo degli strumenti di cura. «Combattere la tubercolosi prima e dopo l’infezione, offrendo una protezione molto più ampia di quanto non sia possibile ora», di questo si stanno occupando diversi scienziati nel mondo. Ma le ricerche più avanzate si trovano ancora nella fase di sperimentazione animale. Pertanto prima di dieci anni non è possibile pensare a un nuovo vaccino efficace anche sull’uomo.

**

Viaggio al centro del corpo umano

I guardiani della vita, firmato dall’immunologo e direttore scientifico dell’Istituto clinico Humanitas, Alberto Mantovani, è il secondo volume della nuova collana di Dalai editore dedicata alla divulgazione della cultura scientifica. Dopo I nipoti di Galileo. Storie di scienziati italiani di successo in varie discipline del giornalista Pietro Greco, ecco un quadro esaustivo sulle scoperte e le prospettive dell’immunologia prossima ventura. Dai vaccini, alla diagnostica, alla cura dei tumori Mantovani spiega con un linguaggio semplice e diretto i segreti delle difese del nostro corpo. E risponde da immunologo tra i più autorevoli e citati nella letteratura scientifica mondiale a domande cruciali. Perché rigettiamo i trapianti? Perché le nostre difese a volte sbagliano bersaglio e ci aggrediscono? Perché e come compaiono malattie prima sconosciute (Aids e nuovi virus influenzali)? L’autore ripercorre così la storia delle più importanti scoperte e battaglie nel campo dell’immunologia che hanno avuto un impatto profondo sulle conoscenze scientifiche in generale e sulla medicina in particolare, provocando radicali cambiamenti in diversi settori: genomica, diagnostica, terapia e prevenzione. Usando la chiave della metafora e arricchendo la narrazione con aneddoti ed episodi storici, Mantovani propone un libro di scienza e sulla scienza che rappresenta un indispensabile strumento per chiunque voglia conoscere e capire quali incredibili vicende accadono dentro il corpo umano, e gli scenari che si aprono alla medicina del Terzo millennio. I guardiani della vita è in libreria dal 20 settembre.

Left 36/2011

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: