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Salute

Cavie umane, quella lunga scia di morti che imbarazza gli Stati Uniti

Un medico inietta del placebo ad alcune cavie di Tuskegee

Una commissione d’inchiesta americana accerta la responsabilità del governo Usa per il decesso di 83 persone in Guatemala, infettate appositamente con virus senza mai essere curate. L’analogia con altre vicende accadute lungo tutto il Novecento

Federico Tulli

Si pensava che con la fine della II Guerra Mondiale orrendi esperimenti come quelli del “dottor” Mengele su cavie umane non avrebbero più trovato una mente perversa capace di pensarli. E forse quanto è emerso dai lavori di una commissione statunitense istituita dal presidente Obama per indagare sull’attività di alcuni scienziati americani svolta nella seconda metà degli Anni 40 è solo parzialmente equiparabile alla crudeltà delle sperimentazioni effettuate dall'”Angelo della morte” nazista sui bambini internati ad Auschwitz. Ma che alcuni esperimenti medici in Guatemala abbiano provocato la morte di almeno 83 persone a cui erano state inoculati agenti patogeni di malattie sessuali trasmissibili, non può lasciare indifferenti. Tanto più se non è la prima volta, come vedremo, che viene alla luce uno scandalo del genere con protagonisti dei medici statunitensi. Andiamo per ordine, partendo da quella che la presidente della commissione, Amy Gutmann, ha definito «una ingiustizia storica» messa in atto nei confronti della popolazione guatemalteca.

La storia ha origine circa un anno fa quando una medica e storica del Wellsey College, Susan Reverbery, trova prove sugli esperimenti del medico Usa John Cutler, scomparso nel 2003. Cutler, tra il 1946 e il 1948, con la connivenza delle autorità sanitarie locali e finanziato dall’Istituto nazionale americano di Sanità, usò come cavie almeno 5.500 guatemaltechi, scelti tra reclusi, pazienti di ospedali psichiatrici, prostitute e orfani. A 1.300 di loro inoculò malattie veneree per sperimentare l’efficacia della penicillina. Di queste solo «700 avevano beneficiato di un qualche trattamento». Il presidente guatmalteco Alvaro Colom dopo le rivelazioni aveva parlato di «crimini contro l’umanità». In risposta il suo collega Obama nel novembre scorso ha istituito una commissione per indagare sulla vicenda. Secondo il rapporto finale reso noto all’inizio di questa settimana dallo stesso presidente americano, a sette donne, pazienti di una clinica psichiatrica, venne inoculata la sifilide con un’iniezione nel collo. Ad un malato terminale venne trasmessa la gonorrea negli occhi. Almeno 83 delle cavie morirono a seguito degli esperimenti.

Il “caso Cutler” richiama alla mente un’altra agghiacciante storia dai contorni piuttosto simili che si è dipanata questa volta in territorio americano tra gli Anni 30 e gli Anni 70. Siamo in Alabama, è qui che nel 1932 ha inizio il famigerato “studio sulla sifilide di Tuskagee”. Un esperimento medico anch’esso eseguito sotto la supervisione dell’Istituto nazionale di sanità Usa, nei confronti della popolazione nera maschile della cittadina di Tuskagee, allo scopo di verificare gli effetti della progressione della sifilide su una persona infetta non sottoposta a cure. Per gli esperimenti, come si legge nel sito governativo del Centers for Disease Control and Prevention, furono reclutati 399 contadini afroamericani malati di sifilide, ai quali i medici coinvolti non iniettarono mai la pennicillina. Nemmeno dopo che nel 1940 fu provata la sua efficacia. Per oltre 30 anni, fino al 1972, a queste persone furono somministrati unicamente dei farmaci-placebo, e nessuno le informò mai. Con la conseguenza inevitabile di un numero elevato di decessi tra le cavie e la trasmissione della sifilide a mogli e nascituri. Solo 22 anni dopo, nel 1994, il presidente Clinton chiede ufficialmente scusa per l’accaduto ai sopravvissuti e tutta la nazione.

In tempi più recenti è stata la volta della Nigeria che ha denunciato il gigante farmaceutico americano Pfizer per aver usato come banco di prova di un medicinale non approvato negli Usa bambini neri malati di meningite. I fatti risalgono al 1996 quando nel grande Paese subsahariano infuriava una epidemia che alla fine fece oltre 15 mila morti. Secondo l’accusa, la multinazionale spedì i suoi esperti in un ospedale da campo di Kano per mettere alla prova un nuovo farmaco, l’antibiotico Trovan, su 200 bambini elezionati da un lazzaretto. A una metà del gruppo – scrisse il Washington post cheper primo riportò la notizia – venne somministrato il Trovan, mentre all’altra metà venne data una dose, che l’azione legale definì pericolosamente bassa, di un altro antibiotico. La Pfizer si difese sostenendo che «lo studio clinico fu condotto eticamente e servì a salvare vite umane» in una epidemia come quella della meningite che ha un alto tasso di mortalità infantile. Secondo il governo nigeriano l’esperimento della Pfizer provocò la morte di un numero imprecisato di piccoli malati e lasciò altri gravemente menomati. Fatto sta che il Trovan non è mai stato approvato dalla Food and Drug Administration per l’uso sui bambini americani. Dopo esser stato autorizzato nel 1997 per la somministrazione sugli adulti, divenne rapidamente uno degli antibiotici più spesso prescritti negli Usa. Nel 1999 tuttavia la Fda ne restrinse severamente la circolazione per effetti collaterali gravi sulla funzionalità epatica e potenzialmente letali. Oggi il farmaco è ancora in vendita negli Stati Uniti, mentre in Europa è stato messo al bando.

(Pubblicato sul quotidiano Terra)

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
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