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Ricerca scientifica

La donna che diventò immortale

Henrietta Lake

Henrietta Lake, povera e nera, morì di cancro e le sue cellule fecero ricca la ricerca americana. Arriva in Italia la coraggiosa biografia firmata da Rebecca Skloot. L’autrice ospite al Festivaletteratura di Mantova. La figlia Debora: «Se le cellule di nostra madre hanno fatto tanto per la medicina, come mai la sua famiglia non può permettersi un dottore?»

Federico Tulli

HeLa per chi opera nel campo biomedico è una chiave che apre quasi tutte le porte. Sigla, che denota una linea cellulare di vitale importanza nelle ricerche sul cancro e su molte altre gravi malattie, è stata coniata negli Anni 50 per individuare un tipo di cellule speciali, tanto resistenti da essere praticamente immortali. Da allora questi preziosi “strumenti” di ricerca sono venduti e comprati nei laboratori di tutto il mondo. Hanno volato nello spazio, sono servite a testare un nuovo vaccino antipolio, la chemioterapia, la clonazione, l’inseminazione in provetta, per studiare l’herpes e la leucemia. Dietro queste quattro lettere c’è anche un’altra storia non proprio a lieto fine. HeLa sono le iniziali del nome di Henrietta Lacks una donna morta a 31 anni nel 1951, lasciando cinque figli. Henrietta lavorava nei campi di tabacco della Virginia, così come i suoi antenati schiavi. Quando muore per un tumore, i medici, senza preoccuparsi di chiedere alcun consenso, prelevano un campione dei suoi tessuti e si accorgono ben presto di un fenomeno sbalorditivo, mai registrato prima nella storia della medicina: le cellule tumorali continuano a crescere fuori dal corpo, in laboratorio. Da qui alla commercializzazione il passo è breve, ma passeranno vent’anni prima che i familiari scoprano una verità non meno incredibile che traumatizzante. Non solo è come se biologicamente Henrietta fosse immortale, ma grazie all’“eredità” delle sue cellule l’industria del farmaco ha guadagnato miliardi. Paradosso per paradosso i suoi resti sono sepolti in una tomba senza lapide e i suoi discendenti sono così poveri che molti non possono neppure pagarsi l’assicurazione sanitaria privata. Fino a pochi anni fa la storia di HeLa ed Henrietta erano sconosciute al grande pubblico, poi, nel 2010, dopo circa dieci anni di ricerche meticolose quanto difficili la giornalista Rebecca Skloot è riuscita a pubblicare negli Stati Uniti il primo libro su di lei. La versione italiana dal titolo Le cellule immortali di Henrietta Lacks, edita da Adelphi, è in uscita in questi giorni con la traduzione di Luigi Civalleri. Superando diffidenze e ostilità l’autrice è riuscita a entrare in contatto con i Lacks guadagnandosi l’amicizia della figlia di Henrietta, Deborah che con lei si confida: «Se le cellule di nostra madre hanno fatto tanto per la medicina, come mai la sua famiglia non può permettersi di vedere un dottore?». È nato così un libro appassionante, che ci conduce da un reparto riservato ai neri del Johns Hopkins Hospital di Baltimora (Maryland) agli asettici laboratori dove i congelatori custodiscono le cellule HeLa, dalle baracche di Clover, villaggio popolato di schiavi e guaritori, alla Baltimora di oggi. Ma i riflettori sono puntati anche su altre storie agghiaccianti della medicina negli Stati Uniti, come quella dei neri sifilitici dell’esperimento Tuskagee, condannati a morire di una morte dolorosa e prevedibile da ricercatori che non gli somministravano, mentendo, la penicillina salvavita. Un libro dunque che indaga in un recente passato mai troppo approfondito ma che ha anche una sua notevole cifra di attualità se si pensa alle difficoltà che il presidente Usa, Barack Obama, sta incontrando per far digerire alle lobby farmaceutiche e assicurative la “sua” riforma sanitaria improntata all’equità.

Sabato 10 settembre (ore 11) Le cellule immortali di Henrietta Lacks sarà presentato al Festivaletteratura di Mantova (7-11 settembre) alla presenza dell’autrice e del filosofo e responsabile del supplemento culturale Il Sole-24 Ore Domenica, Armando Massarenti.

left 33/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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