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Vaticano

I mercanti nel tempio

Tra ottopermille, esenzioni e riduzioni d’imposta, Santa Sede e Conferenza episcopale italiana incassano o risparmiano diversi miliardi l’anno. Monta l’indignazione tra i cittadini tartassati ma un asse politico bipartisan difende i privilegi della Chiesa.  Il radicale Maurizio Turco: «Questi benefici violano il diritto a un equo trattamento fiscale per tutti i soggetti sociali. Entro il 2011 Bruxelles si pronuncerà contro lo Stato italiano»

Federico Tulli

«Le cifre dell’evasione fiscale sono impressionanti. Bisogna fare appello alla coscienza di tutti perché anche questo dovere possa essere assolto da tutti per la propria giusta parte. Se tutti compissero il proprio dovere, le cose sarebbero risolte». Quando si è immersi di una drammatica crisi economica senza tante vie d’uscita, anche i più incalliti fautori della laicità dello Stato chiudono un occhio di fronte a questa ennesima incursione del presidente della Conferenza episcopale, Angelo Bagnasco, nel dibattito politico italiano. Il suo ragionamento non fa una grinza e, dato anche il pulpito, tiene banco da giorni. La Chiesa non evade, ma seguendo il filo della reprimenda di Bagnasco una domanda è sorta spontaneamente: deve o non deve la Cei dare il buon esempio e rinunciare ai privilegi fiscali di cui gode? A scagliare la prima pietra è stato Mario Staderini, segretario di Radicali italiani, il quale sostiene, in soldoni, che non hanno più ragione di esistere i bonus elargiti al Vaticano (e agli enti che fanno capo a esso) sulla base dell’articolo 29 del Concordato stipulato con Mussolini nel 1929, ribaditi dall’asse Craxi-Tremonti nel 1984 prima e da provvedimenti emanati da governi di ogni colore negli anni successivi. La sua denuncia è stata raccolta dagli indignados di casa nostra e rilanciata su Facebook con un movimento che conta in pochi giorni quasi 150mila adesioni. Eloquente il nome che si è dato: “Vaticano pagaci tu la manovra finanziaria”.

Dall’altra parte della barricata si pone un asse bipartisan – che va dalla presidente del Partito democratico, Rosy Bindi, alla sottosegretaria Pdl alla Salute, Eugenia Roccella – eretto a difesa dell’esenzione, in virtù della «carità» offerta ai bisognosi nei luoghi e dalle persone additati da chi guida la rivolta. Su una posizione più sfumata, peraltro, si è poi posto ufficialmente il Pd sulla base della contromanovra presentata lo scorso 24 agosto da Pier Luigi Bersani: «Esenzione per tutte le risorse collegate alla missione e alle finalità della Chiesa. Tassazione di tutte le attività propriamente commerciali. Dopo di che i singoli casi vanno visti nel dettaglio» ha precisato il segretario. E poi, riferendosi all’attività di assistenza: «Prima di discutere bisognerebbe fare un giro istruttivo nelle Caritas diocesane, per capire bene come è messo il Paese e cosa sta facendo la Chiesa». Presto detto. «Si tratta di una carità – racconta a left Maurizio Turco, deputato radicale e presidente di Anticlericale.net – elargita in strutture Ici-esenti, in esclusiva, cioè senza bando pubblico, e finanziata dalle tasse degli italiani». Ma tant’è. Ecco in sintesi gli oggetti della contesa che fanno leva sul principio stabilito dal Concordato secondo cui gli enti ecclesiastici vanno equiparati sotto il profilo tributario agli enti di beneficenza: riduzione del 50 per cento dell’imposta sul reddito delle persone giuridiche (Ires), esenzione Imposta comunale immobili (Ici) sui redditi dei fabbricati di proprietà della Santa sede; esenzione dell’Iva per le prestazioni rese da enti di beneficenza, ospedali, scuole e ricoveri cattolici; esenzione Irap sulle retribuzioni corrisposte ai sacerdoti; esonero Irpef per gli impiegati e salariati della Santa Sede; esenzioni da diritti doganali e daziari per merci estere dirette a Città del Vaticano o a istituti della Santa Sede ovunque situati.

A tutto questo si aggiunge il gettito derivante dall’ottopermille che finisce nelle casse della Cei e che si aggira mediamente intorno al miliardo di euro annuo. È questa l’unica cifra certa relativa ai privilegi di cui gode la triade Vaticano-Santa Sede-Cei in terra italiana. Ad esempio, prendiamo il capitolo Ici centrale in tutta questa vicenda. «La stima che si legge spesso, secondo cui il 20 per cento del patrimonio immobiliare italiano sarebbe di proprietà della Chiesa è da prendere con le molle» osserva Turco. «Non esiste un dato ufficiale e il motivo è semplice: nessun Comune nonostante le nostre sollecitazioni ha mai censito gli immobili ecclesiastici iscritti nei registri catastali. Per questo la battaglia non va fatta contro il Vaticano ma contro l’Anci, Associazione dei comuni italiani, che evita di approfondire la questione». Un’inerzia inspiegabile tanto più oggi se si pensa che la manovra rischia di abbattersi in maniera particolare sui servizi di carattere sociale offerti dalle amministrazioni locali. Turco invita comunque a non inseguire sul campo dei numeri «la lobby politico-ecclesiastica che difende, come è ovvio che faccia, privilegi acquisiti per legge». «Certo – dice – fanno scalpore i circa 50 milioni i “turisti” smistati ogni anno dall’Opera romana pellegrinaggi nelle strutture di proprietà vaticana. Ma si rischia di perdere di vista il punto cardine. E cioè la violazione “legalizzata” dei diritti di cittadini, imprese, associazioni che non godono dello stesso trattamento tributario riconosciuto dallo Stato al Vaticano o che vedono la propria attività frenata da zavorre fiscali che altri non hanno».

È qui che s’incardina la denuncia presentata in Commissione europea dai Radicali nel 2006 per violazione delle Direttive Ue sulla concorrenza da parte dello Stato italiano. I cui esiti si potrebbero conoscere già a fine anno. La vicenda comincia nel 2004 quando la legge del 1992 sulle esenzioni dall’Ici viene giudicata illegittima dalla Cassazione ed è così corretta: sono esenti solo gli immobili che non svolgono anche attività commerciale. La sentenza, come la precedente esenzione, si applica a tutti i soggetti interessati: proprietà ecclesiastiche, cattoliche e non, Onlus, sindacati, partiti, associazioni sportive. Ma l’unica che protesta pesantemente è la Cei di Camillo Ruini: «Una sentenza folle». Perché? «Forse perché è l’unico fra i soggetti interessati a possedere un impero commerciale: alberghi, ristoranti, cinema, teatri, librerie, negozi» scrive nell’ottobre del 2007 l’autore de La questua, Curzio Maltese, in un memorabile articolo su Repubblica redatto in collaborazione con Turco e Carlo Pontesilli (segretario di Anticlericale.net). La sentenza della Cassazione “regge” un anno. A fine 2005 viene cancellata con un decreto di Berlusconi che ripristina l’esenzione totale dall’Ici per le proprietà ecclesiastiche, «a prescindere» da ogni eventuale uso commerciale. Poi Berlusconi cade e nel 2006 il secondo governo Prodi si trova a dover giustificare la norma con Bruxelles. Incalzato dalla Commissione europea, l’esecutivo di Prodi risolve la questione all’italiana. Con un comma inserito nei “decreti Bersani” si esentano dall’Ici gli immobili che abbiano uso «non esclusivamente commerciale». In pratica, circa il 95 per cento delle proprietà ecclesiastiche continua a non pagare. «Da allora – racconta il deputato radicale – su pressione dei governi italiani e del Vaticano l’allora commissaria alla Concorrenza Ue Neelie Kroes ha archiviato il dossier per due volte. Ma lo scorso anno ci siamo rivolti alla Corte di giustizia Ue e il commissario Almunia ha avviato una nuova procedura. Si pronuncerà entro la fine del 2011. Se l’esenzione Ici sarà giudicata contraria alle norme Ue, la legge va cambiata. A prescindere dalla manovra».

left 33/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
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