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Società

La pillola negata

Il farmaco abortivo Ru486 è in commercio da oltre un anno ma l’interruzione volontaria di gravidanza con questa tecnica sicura, efficace e poco invasiva, è garantita solo in 30 ospedali italiani. Ecco la mappa dei disservizi

Lo hanno messo nero su bianco l’Organizzazione mondiale della sanità e la Food and drug administration americana. Lo hanno ribadito prestigiose società scientifiche, compresi il Royal college of obstetricians and gynaecologists, l’Agence nationale d’accreditation et d’evaluation en santé e l’American college of obstetricians and gynecologists. Lo hanno recepito le strutture sanitarie dei Paesi in cui è utilizzata: il ricovero ordinario per la somministrazione della pillola abortiva Ru486- Mifegyne è inutile e l’avvio dell’iter di interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) per via farmacologica può avvenire in regime di day hospital senza che per la donna ci siano particolari rischi o controindicazioni. Un “principio” valido ovunque, non in Italia. Dove le linee guida ministeriali emanate nel 2010 in base alle indicazioni del Consiglio superiore di sanità (organo di nomina governativa) stabiliscono unica modalità di erogazione il ricovero ordinario di tre giorni. Nonostante questo controsenso istituzionale, che comporta sia un costo inutile per il Servizio sanitario nazionale sia la creazione di dannose liste d’attesa per posti letto che potrebbero essere assegnati a chi ne ha più bisogno, quasi tutte amministrazioni locali – competenti a regolare la materia – hanno preferito seguire le indicazioni del governo Berlusconi. Solo Emilia Romagna, Puglia, Toscana e provincia autonoma di Trento hanno stilato protocolli coerenti con le conclusioni dei massimi organismi internazionali. A queste si è aggiunta a fine luglio l’Umbria. Per indicare il percorso terapeutico da seguire, la giunta di centro sinistra guidata da Catiuscia Marini (Pd), sentito il parere del Comitato tecnico scientifico e delle associazioni di utenti, ha deciso che l’erogazione della Ru486 verrà di norma effettuata in day hospital, sempre che non ci siano condizioni cliniche particolari o difficoltà logistiche di accesso alla struttura sanitaria. In questo caso è previsto il regime di ricovero ordinario. Il passo “rivoluzionario” della giunta Marini è l’occasione per fare il punto sull’utilizzo della Ivg farmacologica nel nostro Paese, in alternativa a quella chirurgica. Dopo cinque anni di sperimentazione e con 22 anni di ritardo rispetto a Francia e Cina, solo per fare un esempio, la Ru486 è entrata in commercio il primo aprile 2010. Può essere venduta dalla farmaceutica Exelgyn a qualunque azienda ospedaliera ne faccia richiesta. E qui cominciano i dolori. La capillare presenza sul territorio di medici obiettori, con punte del 100 per cento in alcuni ospedali del Sud e una media nazionale che supera stabilmente il 70 per cento, fa sì che per una donna esercitare il diritto di abortire sia un percorso a ostacoli indegno di un Paese civile. Lo è ancor di più oggi con l’introduzione della “nuova” tecnica di Ivg farmacologica, tanto invisa al movimento antiabortista trasversale alle diverse forze politiche che fanno a gara nel sostenere l’assurda e offensiva tesi secondo cui con una pillola è più «facile abortire». Risultato? «Gli ospedali che forniscono un servizio costante sono poco più di 30, dislocati in sole dieci regioni (vedi box, ndr)» spiega a left la ginecologa Elisabetta Canitano. Non è un caso che al Nord ci sia un intenso via vai verso la Svizzera. Qui la pillola è venduta anche in diversi studi medici privati. «Chi se lo può permettere, dopo aver firmato il consenso informato, paga 600 euro per l’acquisto della confezione e torna in Italia» racconta la presidente di Vita di donna, associazione che svolge consulenza gratuita telefonica e on line sulle problematiche legate all’aborto e alla contraccezione “ordinaria” e d’emergenza.

In questa storia c’è anche una buona notizia. I dati sulla diffusione della Mifegyne dicono che la burocrazia non frena la richiesta da parte delle donne italiane. «Consideriamo che si sta parlando di un medicinale che presenta un rischio di evento fatale pari a 1 su 100mila, cioè quasi 200 volte inferiore rispetto all’aspirina» dice il ginecologo Corrado Melega consigliere comunale a Bologna e fino al 2009 direttore del dipartimento maternoinfantile dell’Asl felsinea. Inoltre, come dimostra uno studio presentato il 16 aprile scorso dal successore di Melega alla Asl, Giorgio Scagliarini, la Mifegyne «evita le complicanze legate all’anestesia e alle manovre chirurgiche, è applicabile a epoche gestazionali precoci e può evitare lunghe attese e interventi indaginosi». Queste osservazioni ci permettono di introdurre il primo bilancio della Ru486 da quando è commercializzata, fornito da Marco Durini, direttore medico di Nordic Pharma, la distributrice in Italia. Al 31 marzo 2011 le procedure di Ivg farmacologica erano 6654 contro le poco più di mille degli anni di sperimentazione. In totale gli aborti sono stati circa 130mila (erano 250mila nel 1978) quindi una donna su venti ha scelto la Ru486. A livello regionale il primato di confezioni acquistate spetta al Piemonte, con 1624, seguito da Toscana (773) e Liguria (735). Staccatissime, Calabria e Abruzzo (15) e Marche (5). Durini si sofferma poi sui casi di Lazio e Lombardia che pur essendo le regioni con il maggior numero di aborti/anno sono quelle dove la Ru486 sembra stentare di più: «In Lombardia su più di 5mila aborti le Ru486 sono state 604, e nel Lazio su oltre 3mila Ivg le Mifegyne sono state solo 142». In realtà sorprende il dato lombardo: l’11 per cento è quasi un record. Nel 2010 in Emilia Romagna, regione con il maggior numero di ospedali “aperti” alla Ru486, «su 10772 Ivg, 1366 sono state farmacologiche» ricorda Melega. Vale a dire il 12,6 per cento. Un solo punto in più rispetto alla regione guidata da Roberto Formigoni, uomo di punta di Comunione e liberazione. Come mai? Forse è stato fiutato l’affare della degenza obbligatoria. In Italia il valore medio di un’erogazione della Ru486 è di 800 euro. In Belgio e in Spagna un ciclo in day hospital costa 70 euro (fonte: Aduc). E se guardiamo alla costosissima sanità privata statunitense, per un’interruzione di gravidanza (visite, test ed esami compresi) si spendono tra i 200 e i 350 dollari. Al cambio, non più di 250 euro. Federico Tulli

Gli ospedali virtuosi

Negli ospedali umbri la Ru486 è ancora assente. Il varo delle linee guida regionali è dunque solo un primo ma importante passo. Ecco l’elenco delle aziende ospedaliere che ne sono provviste: Mangiagalli di Milano (Lombardia); S. Anna di Torino (Piemonte); S. Chiara di Trento (Trentino Alto Adige); Emilia Romagna: Piacenza, Fiorenzuola, Fidenza, S. Maria di Borgotaro, Guastalia, Montecchio, Scandiano, Carpi, Ospedale Maggiore di Bologna, Ospedale Delta di Cento, Bondeno, Ravenna, Lugo, Az. Ospedaliera Parma (solo residenti), Az. Ospedaliera Reggio Emilia, Az. Ospedaliera Modena, Az. Ospedaliera Ferrara; S. Paolo di Savona (Liguria); S. Filippo Neridi Roma (Lazio); Ospedali Riuniti della Valdelsa, Az. Ospedaliera Universitaria Senese, Empoli, Pontedera, Pascia ASL/3 (Toscana); Osp. Universitario di Napoli (Campania); A.O. Osp. Riuniti P.O. Alta Spec. di Ancona (Marche); Osp. Vito Fazzi di Lecce, Policlinico di Bari (Puglia).

Info: www.vitadidonna.it

left 31-32/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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