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Salute

La legge della cura

La psicoterapia è un atto medico e come tale non può essere esercitata dagli psicoanalisti non abilitati alla professione. Una storica sentenza della Cassazione ribadisce la centralità del metodo finalizzato alla guarigione del paziente mentale

Federico Tulli

La psicoanalisi non è una attività scientifica, tanto meno di cura. Pertanto, nell’ambito del trattamento delle malattie mentali non si può considerare una metodica a sé stante e può essere praticata solo all’interno di una psicoterapia. Solo, quindi, da un medico psichiatra o da chi è abilitato alla professione di psicologo. Altrimenti si compie un reato pericoloso e odioso al tempo stesso: esercizio abusivo della professione medica. Questo fondamentale principio è stato ribadito dalla VI sezione penale dalla Cassazione con la sentenza 14408/2011 depositata l’11 aprile scorso. Una sentenza dalla portata enorme, per certi versi storica, passata però quasi completamente sotto silenzio mediatico fino a quando il tam tam tra gli addetti ai lavori non l’ha portata all’attenzione di left. Ecco una breve sintesi del verdetto, poi insieme al pubblico ministero della Procura di Roma, Francesco Dall’Olio, vedremo perché la 14408/2011 non si “limita” (per così dire) ad affermare il sacrosanto principio per cui chi fa psicoanalisi senza essere psicoterapeuta commette un crimine allo stesso modo di chi cura una polmonite senza essere medico. Tutto ha inizio quando la Corte d’appello di Bologna condanna A. G., psicanalista senza l’abilitazione statale, per «prestazione abusiva della professione di psicologo e psicoterapeuta». Ricorrendo in Cassazione A. G. chiede che la psicoanalisi sia riconosciuta come una disciplina autonoma e che quindi il suo esercizio, svolto tramite «colloqui» con i pazienti non sia da considerarsi all’interno delle professioni di psicologo o di psicoterapeuta ma alternativo a esse. Un’idea che si rifà alla vecchia pretesa freudiana di una “psicoanalisi laica”, «non intrecciata cioè con le istituzioni», che la psicanalista ribadisce nel Manifesto per la difesa della psicoanalisi di cui è referente: «Si può dire – cita il documento – che la psicoanalisi nasce proprio là dove al posto della “terapia”, volta a eliminare un sintomo e ristabilire un ordine, più o meno precedente, di benessere, si inserisce il “cambiamento” e specialmente la “consapevolezza” » della propria malattia. Nel ricorso interviene anche l’Ordine degli psicologi dell’Emilia Romagna, che si costituisce parte civile sostenendo, al contrario, che il «colloquio» è sempre terapia e che per poterlo impiegare come strumento di analisi occorre l’abilitazione alla professione di psicologo o di medico, di conseguenza la scuola di specializzazione quadriennale o la specializzazione in psichiatria. Come peraltro prevede la legge Ossicini 56/89 che ha istituito l’Albo degli psicologi e l’elenco degli psicoterapeuti. Una tesi condivisa dalla Cassazione che dopo aver dichiarato prescritto il reato, comunque commesso da A.G., afferma: «La psicoanalisi, quale quella riferibile alla condotta della ricorrente, è pur sempre una psicoterapia che si distingue dalle altre per i metodi usati per rimuovere disturbi mentali, emotivi e comportamentali. Ne consegue che non è condivisibile la tesi difensiva della ricorrente, posto che l’attività dello psicanalista non è annoverabile fra quelle libere previste dall’articolo 2231 C.c. ma necessita di particolare abilitazione statale». E poi ancora: «Né può ritenersi che il metodo “del colloquio” non rientri in una vera e propria forma di terapia, tipico atto della professione medica, di guisa che non v’è dubbio che tale metodica, collegata funzionalmente alla cennata psicoanalisi, rappresenti un’attività diretta alla guarigione da vere e proprie malattie (ad esempio l’anoressia) il che la inquadra nella professione medica, con conseguente configurabilità del contestato reato ex articolo 348 C.p. in carenza delle condizioni legittimanti tale professione».

Nelle pagine di left, eminenti esperti hanno più volte ribadito il valore scientifico e la centralità del concetto di cura finalizzato alla guarigione del paziente mentale. Ora, dopo decenni in cui ha prevalso l’idea esistenzialista e basagliana di negazione della malattia mentale e di rapporto col malato che al più deve essere di mera assistenza e non terapeutico, la Cassazione evidenzia la dignità giuridica del concetto di cura distinguendo ciò che è legale da ciò che non lo è. I giudici della Corte suprema, osserva Francesco Dall’Olio, in estrema sintesi dicono che «non si può fare psicoterapia liberamente ma occorre essere iscritti negli appositi albi» e ristabiliscono «il fondamento dell’atto medico in psicoterapia». Questo mette la parola fine su una storia che dura dal 1910. Da quando cioè Freud fondò la società di psicoanalisi, «un’associazione di persone che anche in Italia per decenni, prima durante il fascismo e poi nel secondo dopo guerra, ha svolto attività di psicoterapia senza che per esercitarla fosse necessario essere medici». Una prassi che fa il paio con l’esistenzialismo, le idee di Foucault e di Basaglia, per cui la malattia mentale non esiste e se esiste non deve essere curata. Bisogna convincere il malato a convivere con la sua malattia sostengono ancora oggi i seguaci di Basaglia sulla scia della legge 180/78, summa della corrente culturale che ha abolito il concetto di cura, per cui i malati vanno reinseriti nella società perché la società, appunto, deve convivere con la malattia mentale. «La realtà è esattamente l’opposto e questa sentenza dice che per legge lo psichiatra deve intervenire». In tal senso, prosegue il magistrato, «la portata rivoluzionaria della 14408/2011 è nel terzultimo capoverso (laddove dice che la psicoterapia rappresentando un’attività diretta alla guarigione da vere e proprie malattie va inquadrata nella professione medica). La Suprema corte segue una logica giuridica ineccepibile che escluderebbe dall’esercizio della psicoterapia oltre gli psicanalisti anche gli psicologi. Ciò non accade per questi ultimi perché rientrano in una espressa previsione di legge. Ma il discorso è chiaro: la terapia delle malattie mentali finalizzata alla guarigione è solo un atto medico. Inquadrata da un punto di vista generale la precisazione della Cassazione assume un enorme significato di ordine culturale. Essa porta alla luce la contraddizione della legge Ossicini che ha voluto estendere l’attività terapeutica anche a dei non medici. E butta per aria l’impianto della legge Basaglia».

L’equivoco centenario

La Società psicoanalitica italiana (Spi) è un’associazione privata fondata – si legge nel sito – «nominalmente nel 1925 da Marco Levi Bianchini» ma «effettivamente costituita da Edoardo Weiss e da alcuni suoi allievi nel 1932». Sempre durante il Ventennio fascista, nel 1936, la Spi fu riconosciuta dalla Associazione psicoanalitica internazionale (Ipa) fondata nel 1910 da Freud. «A causa delle persecuzioni antisemite, la Spi sparì dalla scena italiana nel 1938 per poi essere ufficialmente ricostruita nel 1947» da Nicola Perrotti, Cesare Musatti ed Emilio Servadio. Dei tre psicoanalisti solo Perrotti era medico.

left 30/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
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