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Ricerca scientifica

Sos biodiversità

Una ricerca in campo aperto condotta in Toscana dall’Istituto di genetica vegetale del Consiglio nazionale delle ricerche evidenzia i rischi connessi all’impiego in agricoltura di specie transgeniche

Federico Tulli

È la diversità dei singoli elementi biologici che compongono un ecosistema a mantenere in vita l’ecosistema stesso. Su un albero della foresta amazzonica vivono 190 specie. Se la pianta muore, con esso scompare sia quello che vive sopra il fusto che sotto le radici. Questo fondamentale principio evoluzionistico spiega l’importanza della salvaguardia degli ecosistemi, all’interno dei quali il bene più prezioso è, appunto, la biodiversità. La storia è nota, i rischi e le conseguenze sono evidenti, ma di questi tempi l’umanità sembra proprio non curarsene. Oggi scompaiono organismi a una velocità mille volte superiore a quella che caratterizzò, ad esempio, l’era dell’estinzione dei dinosauri. Come spiega a left il genetista del dipartimento di Biologia evoluzionistica dell’Università degli Studi di Firenze Marcello Buiatti, «è sempre più diffusa un’impostazione meccanicistica dell’organizzazione della vita. Prevale l’idea, errata, che gli esseri viventi siano indipendenti l’uno dall’altro, come se le singole molecole che li compongono siano indipendenti tra loro e così via. Come se, in definitiva, fossero assemblati come una macchina». La realtà è esattamente il contrario. La vita, fatte le debite distinzioni tra umana, animale e vegetale, «è una gerarchia di reti che interagiscono tra di loro». Dalla rete di cellule, a quelle di microrganismi, di organismi, di ecosistemi, fino alla biosfera, la rete che compone l’intero sistema (solo per citarne alcune), sono tutte integrate tra loro. «Non c’è solo interazione tra gli organismi di una singola rete ma anche tra organismi di due sistemi diversi. Pertanto il cambiamento o la perdita di un singolo elemento inevitabilmente ha delle ricadute sugli altri organismi» conclude Buiatti. Disastri ambientali, saccheggio delle risorse naturali, agricoltura intensiva, deforestazione, industrializzazione estrema di aree un tempo agricole, per scoprire come mai viviamo nell’epoca di massima perdita di biodiversità basta sfogliare poche pagine di un qualsiasi quotidiano.

Per valutare se tra questi fattori di rischio rientri l’introduzione di colture transgeniche nell’ambiente, l’Istituto di genetica vegetale del Consiglio nazionale delle ricerche ha messo a punto una metodologia di monitoraggio della biodiversità. La tecnica è stata realizzata in Toscana (la prima regione italiana ogm-free grazie a una legge di cui Buiatti è il “padre” scientifico), nell’ambito del progetto Demetra, coordinato dall’Igv-Cnr, all’interno del Parco Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli. Nell’area protetta tra le province di Lucca e Pisa, caratterizzata da un’ampia diversificazione degli ecosistemi naturali e da un’elevata compresenza di aree agricole, sono state create tre zone di studio e 44 aree di campionamento per l’analisi di mais, girasole, colza e pioppo. A un anno e mezzo dal suo avvio, i primi risultati del progetto triennale (primo e unico in Italia), presentati a San Rossore nel corso del seminario “Progetto Life Demetra”, sono inequivocabili: tra ogm e agricoltura, il matrimonio non s’ha da fare. «I dati – racconta la ricercatrice Cristina Vettori – indicano un alto livello di biodiversità e flusso genico, dovuto alla dispersione di polline. Quindi una possibile coltivazione di pioppo transgenico potrebbe influenzare la diversità genetica delle aree protette. Ma anche l’alto flusso genico delle pioppete coltivate potrebbe contaminare le popolazioni autoctone. Inoltre – aggiunge – se fossero coltivati pioppi transgenici con caratteristiche nocive per ditteri e lepidotteri, potrebbero influenzare la popolazione di insetti presenti sui pioppi autoctoni nell’area protetta diminuendo il livello di biodiversità ». Tali risultati, seppure preliminari, evidenziano la necessità di approfondire le conoscenze al fine di limitare il rischio connesso all’impiego in agricoltura di specie transgeniche, «consentendo – conclude Vettori – una valutazione approfondita, razionale e fondata scientificamente a garanzia e nell’interesse dei cittadini».

left 29/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
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