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Salute

Pazienti dietro le sbarre

Dimenticati dallo Stato e costretti a vivere in strutture fatiscenti. Circondati da agenti penitenziari invece che da esperti medici e infermieri professionali. Maria Antonietta Farina Coscioni denuncia in un libro le disumane condizioni degli internati nei sei Ospedali psichiatrici giudiziari italiani

Federico Tulli

Il viaggio-inchiesta di Maria Antonietta Farina Coscioni nei sei ospedali psichiatrici giudiziari italiani comincia dalla fine. Dall’ultimo suicidio consumatosi tra le mura dell’Opg di Aversa in Campania. «Il dispaccio dell’agenzia Ansa è secco, neutro; proprio per questo ancora più colpisce e ferisce» scrive la deputata radicale nella premessa al suo libro Matti in libertà uscito il 7 luglio per Editori internazionali riuniti. Nella nota si parla di «ennesima tragedia». La vittima è «un giovane quasi trentenne». Il suo nome non è citato. «Si aggiorna così il triste bollettino del 2011, che registra ben quattro decessi in poco più di quattro mesi, tre dei quali per suicidio». Sono 1.510 gli internati in questi luoghi che costituiscono uno dei più agghiaccianti paradossi di un Paese considerato tra i più “civili” al mondo. Detenuti per aver violato la legge e diagnosticati incapaci di intendere. “Matti”, insomma, responsabili di reati che vanno dall’“esibizionismo” davanti a una scuola, alla rapina simulando la pistola con un dito, all’omicidio. Persone affette da patologie che pertanto non vengono spedite in carcere ma in strutture di contenzione deputate alla cura e all’assistenza. Come emerge dalle testimonianze raccolte da Farina Coscioni la possibilità di essere restituite alla società come persone curate e tornate sane è però un miraggio. La priorità per loro è sopravvivere. Facendo i conti ogni giorno con tutto ciò che può accadere in un luogo dimenticato dallo Stato. «Partendo dal mio lavoro in commissione Affari sociali – spiega a left la deputata radicale – ho pensato di portare a conoscenza della gente comune la realtà di questi luoghi. Pochi immaginano che chi è rinchiuso qui non trova nulla di ciò che ha bisogno. Gli Opg – come descrive anche Staino nelle sei vignette che illustrano il testo – a tutto assomigliano tranne che a ospedali, luoghi cioè di cura. La norma è la carenza di servizi igienici, l’assistenza espletata spesso sotto forma di contenzione (emblematica la foto di copertina che immortala un detenuto incatenato per un piede al proprio letto, ndr), la “cura” essenzialmente farmacologica». Si è portati a credere che negli Opg ci siano solo criminali responsabili dei delitti più efferati. «Certamente ce ne sono. Ma la maggior parte degli internati è lì per aver commesso piccoli reati e soprattutto ci sono cittadini non più socialmente pericolosi che rimangono in “carcere”». Perché? «I motivi possono essere due. Le loro famiglie si rifiutano di accoglierli, oppure la struttura territoriale sanitaria di riferimento non è in grado di seguirli. In questo caso il magistrato proroga la misura di sorveglianza. Sono 389 i “detenuti” che hanno scontato la pena». Ma non sono gli unici a dare la sensazione di essere stati definitivamente esclusi dalla società. C’è un filo comune che lega le storie riportate dall’autrice. L’internato, il secondino, il medico, l’infermiere, tutti sembrano abbandonati a se stessi. «Lo Stato che non si prende carico di questa situazione è ingiustificabile. La soluzione non è chiudere gli Opg, ma questi Opg. Se fossero effettivamente dotati di un sistema finalizzato alla cura e all’assistenza e integrati con strutture di controllo per garantire la sicurezza sociale, non ci sarebbe nulla da eccepire. Invece abbiamo dei luoghi dove sono internati anche gli operatori sanitari e gli agenti di polizia penitenziaria. Costretti per mancanza di risorse economiche e umane a turni massacranti e a svolgere spesso mansioni non di loro competenza». Il cambio del nome da “manicomi criminali” a Opg avviene nel 1975 con la riforma del sistema penitenziario. Da allora poco è cambiato. «La salute mentale di chi ha commesso un reato è stata ignorata dalla politica fino al 2008. Solo allora, con un decreto si è cominciato a parlare di chiusura degli Opg, e solo perché c’è stato il biasimo della Corte europea dei diritti dell’uomo con due sentenze diverse. Ma il punto non è tanto chiuderli. Occorre una assunzione di responsabilità delle istituzioni che ancora oggi evitano di prendere in carico questi cittadini».

***

L’intervista

Ignazio Marino, medico chirurgo, senatore Pd e presidente della Commissione d’inchiesta sul Sistema sanitario nazionale: «L’Ottocento è ancora qui»

Aversa e Napoli, Montelupo fiorentino e Reggio Emilia, Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina, Castiglione delle Stiviere in Lombardia. Sono i sei Ospedali psichiatrici giudiziari italiani, sei luoghi sovraffollati: 1.510 internati, tra cui 94 donne, a fronte di 1.300 posti disponibili, con scarsità di personale sanitario e di controllo. Qui la contenzione prevale sulla cura e quello degli ex manicomi giudiziari – eliminati per legge nel 1975 – non è un ricordo ma una drammatica realtà. Da giugno 2010 la Commissione sul Sistema sanitario presieduta dal senatore Pd Ignazio Marino ha fatto ispezioni a sorpresa trovando internati legati al letto «da cinque giorni», estrema sporcizia, strutture fatiscenti e centinaia di pazienti che avevano finito di scontare la pena ancora detenuti. «Un viaggio nell’Ottocento » lo definì il senatore presentando il primo rapporto. In vista del voto sulla relazione conclusiva che si terrà «entro la metà di luglio», left ha chiesto a Marino di fare il punto sui risultati dell’inchiesta svolta con Michele Saccomanno (Pdl) e Daniele Bosone (Pd), relatori del documento.

Cosa accadrà in caso di approvazione?

Sono certo che il testo sarà approvato a larga maggioranza. Nessuno di noi può tollerare che esistano luoghi in Italia dove le persone vengono dimenticate, costrette a vivere in condizioni disumane per decenni. C’è chi è entrato negli anni 80 poco più che ventenne per aver commesso piccoli reati ed è ancora lì. L’obiettivo è superare gli Opg.

In che modo? Farina Coscioni denuncia la scarsità di risorse statali per la salute mentale. Quando va bene siamo fermi a livelli essenziali di assistenza del 1999.

Le strutture ci sono. Ciò che è mancata fino a ora è stata la volontà politica, l’attenzione a questo tema. La mia proposta è di chiudere gli attuali Opg, venderli, e redistribuire gli internati nei piccoli ospedali “locali” che devono essere dismessi. Sottoponendoli, ovviamente, a una custodia attenuata ben diversa da quella attuale. Ho visto luoghi infernali, rimasti inalterati dai tempi del Codice Rocco del 1930, e cittadini privati del diritto alla cura stabilito dall’articolo 32 della Costituzione.

Tra i “detenuti” ci sono 389 persone per le quali non sussiste più il requisito di pericolosità sociale. I fondi per accoglierli in strutturesanitarie all’esterno ci sono. Perché non li fanno uscire?

Gli stessi magistrati che prorogano la detenzione per mancanza di percorsi alternativi di assistenza definiscono questa condizione “ergastolo bianco”. Dei 5 milioni stanziati solo 3 milioni e 400mila sono stati effettivamente richiesti dalle Regioni. Mancano all’appello Abruzzo, Calabria, Friuli, Lazio, Liguria, Molise, provincia autonoma di Bolzano, Sicilia e Val d’Aosta. Questa settimana ho ricevuto una lettera dal presidente della Campania, Caldoro, in cui si impegna a richiedere i fondi per l’assistenza ai 75 residenti campani che hanno il diritto di lasciare l’Opg. f.t.

left 27/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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