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Società

Se ventotto vi sembran pochi

Emanuela Orlandi

Un intrigo internazionale senza soluzione da quasi tre decenni. Il rapimento di Emanuela Orlandi, i retroscena, i depistaggi e nuove clamorose rivelazioni in un libro inchiesta firmato da suo fratello Pietro e da Fabrizio Peronaci

Federico Tulli

Il 22 giugno 1983 una giovane cittadina vaticana scompare nel nulla. La sua famiglia non è ricca e sui giornali compaiono le ipotesi più disparate: fuga volontaria, “tratta delle bianche”, rapimento a scopo di violenza sessuale. Ma Emanuela Orlandi, che all’epoca ha 15 anni, non è una ragazza come tante altre. Il padre Ercole è un impiegato della Segreteria di Stato e con la famiglia (moglie e cinque figli: Natalina, Federica, Emanuela, Cristina e Pietro) vive all’interno delle mura Leonine. A 28 anni da quel tragico giorno di inizio estate sulla vicenda di Emanuela non ancora è stata messa la parola fine. Chi l’ha rapita e perché? Una risposta certa potrebbe aiutare a risolvere altri enigmi. È stata uccisa? È ancora viva? Dove si trova? Nel libro Mia sorella Emanuela (Ed. Anordest), scritto a quattro mani da Pietro Orlandi e dal giornalista del Corriere della Sera Fabrizio Peronaci, per la prima volta il fratello della ragazza scomparsa e mai più ritrovata racconta lo strazio dell’infinita attesa di Emanuela e di notizie vere sulla sua sorte. Rivelando clamorose novità. A cominciare dalla “pista di Bolzano”, un lembo d’inchiesta secondo i due autori mai indagato a fondo nonostante una sentenza di proscioglimento delle cinque persone chiamate in causa da alcuni testimoni. Dagli atti giudiziari, racconta a left Peronaci, emergono prove sulla sopravvivenza della ragazza un mese e mezzo dopo la scomparsa. «Fu vista entrare in un appartamento di un paese vicino Bolzano trasandata e deperita. Ebbene, quell’abitazione apparteneva a un parente di un uomo del Sismi (il servizio segreto militare) ». Lo stesso agente è segnalato alcuni giorni dopo sul posto in compagnia della ragazza, e secondo Pietro Orlandi la descrizione di un girocollo indossato da Emanuela corrisponde al nastrino di colore giallorosso che lei portava per festeggiare lo scudetto conquistato dalla Roma poche settimane prima. Ma i giudici credettero alla versione del Sismi: l’agente in quegli stessi giorni si trovava altrove. Precisamente a Monaco in Germania. Pochi chilometri più a nord. «È bastato veramente poco a spostare i riflettori altrove» commenta Peronaci. Lasciando sfumare nell’ombra (e nell’oblio dell’opinione pubblica) l’idea che dietro il rapimento ci siano pezzi di servizi segreti sia italiani sia stranieri, sia del Vaticano. E che la storia sia da inquadrare nell’ambito dei giochi politici e militari responsabili di un’altra tragedia, questa volta sfiorata: l’attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981. Emanuela è stata rapita per fare pressioni sul papa e impedirgli di deviare il corso della storia.

 

L’intervista

Pietro Orlandi: «Il dovere della verità»

La speranza che Emanuela sia ancora viva, il tormento, la disillusione, la rabbia per le ciniche bugie delle istituzioni italiane e vaticane, lo sdegno nei confronti degli sciacalli e dei finti amici. Ogni volta che in casa Orlandi squilla il telefono le emozioni che si risvegliano sono laceranti. Ciò che non viene mai intaccata è la dignità. Pietro, l’unico maschio in mezzo a quattro sorelle, ha deciso di prendere il testimone lasciato dal padre Ercole morto nel 2004 senza riuscire ad avere notizie certe sulla sorte della figlia. Vuole sapere cosa è successo e perché, il 22 giugno 1983. «È una storia che non riguarda solo la mia famiglia. I silenzi, le ambiguità, l’intralcio alla giustizia, le zone oscure in cui si muovono uomini dello Stato, sono temi che riguardano tutti i cittadini». E che un mistero irrisolto da 28 anni non possa essere solo una questione di famiglia, glielo dicono in tanti. «Soprattutto i giovani. Sono i ventenni di oggi quelli più scettici nei confronti delle presunte verità ufficiali», racconta a left. «A centinaia mi contattano su facebook per sapere, per avanzare ipotesi. Per non dimenticare». È anche per loro, dice, che insieme a Fabrizio Peronaci del Corriere della Sera si è messo a studiare gli atti di tutte le inchieste che si sono occupate del rapimento di sua sorella. Dal groviglio di soggetti a vario titolo coinvolti – terrorismo turco, governi e servizi segreti dell’Est, Cia, intelligence italiana, Vaticano, potentati finanziari, banda della Magliana – Pietro ha afferrato i pochi fili a disposizione e li tiene ben stretti. Non vuole farsi sfuggire le prove già acquisite.

Orlandi, perché avete scritto questo libro. Soprattutto, perché oggi e non ad esempio dopo la sentenza del 1997 sulla “pista” di Bolzano?

Deve servire a fare il punto e a sollecitare la magistratura italiana a proseguire nelle indagini, ma è indispensabile una maggiore collaborazione anche da parte del Vaticano. Inoltre volevo dare un’immagine realistica di Emanuela e della nostra famiglia, troppo spesso incrinata anche da pubblicazioni recenti. Il punto è che da quando nel 2008 sono spuntate le dichiarazioni di Sabrina Minardi, a suo dire ex amante del boss della Banda della Magliana Renato De Pedis, è come se fosse stata cancellata tutta la storia precedente. E ha cominciato a circolare come verità una storia che rientra esclusivamente nei rapporti tra la malavita romana e lo Ior di Marcinkus. Ma non c’è nulla di dimostrato. A cominciare dal fatto che sia stata rapita, uccisa e fatta sparire da De Pedis. Che guarda caso è defunto, come Marcikus.

Lei che idea si è fatto?

Io penso che Emanuela sia stata messa sulla bilancia di vari interessi e che il suo rapimento sia da porre in relazione con l’attentato a Giovanni Paolo II di due anni prima. Un’idea che non è solo una sensazione. Quando il papa il 24 dicembre 1983 è stato in visita privata a casa nostra ci disse, quasi gli sfuggì di bocca, che “ci sono due tipi di terrorismo, interno e internazionale. Il vostro è un caso di terrorismo internazionale”. Questa cosa detta da lui rende forte l’ipotesi di essere di fronte a un ricatto o comunque a un intrigo legato alla politica della Santa Sede. Non dimentichiamo che all’inizio del suo pontificato Wojtyla era fortemente inviso alla corrente di cardinali italiani favorevoli più al dialogo tra Ovest ed Est che allo smantellamento del blocco comunista. La cosa significativa è che leggendo le carte giudiziarie abbiamo scoperto che mai nessun magistrato, in Italia o in Vaticano, ha posto l’attenzione su quelle dichiarazioni. E sono finite nel dimenticatoio.

Il 22 giugno, un uomo ha telefonato alla trasmissione Chi l’ha visto?. Dopo aver detto di essere un agente segreto e di chiamarsi “Lupo solitario” ha dichiarato che Emanuela sarebbe viva, si troverebbe a Londra in un manicomio, costantemente sedata.

Ovviamente sono subito andato Londra per verificare. Non posso restare col dubbio, devo sempre andare. Presto sapremo se si è trattato dell’ennesimo mitomane. Di positivo c’è che la magistratura di Bolzano ha convocato questa persona che ha indicato la presenza di Emanuela a Londra. Questo dimostra che se c’è pressione le cose si muovono. Da quel che ho capito “Lupo solitario” è stato nel Sismi, forse è un ex carabiniere. Ora si tratta di vedere se è completamente attendibile. Non sembra un mitomane, la pista che ha indicato per seguire le tracce di Emanuela porta in Germania e Francia. E corrisponde con altre informazioni già in possesso della magistratura che partono dalla casa di Bolzano. f.t.

left 26/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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