//
you're reading...
Società

Vedi Zurigo e poi muori

L’eutanasia è legale in Svizzera dal 1942. Qui ogni anno almeno 100 cittadini stranieri decidono di porre fine alla propria esistenza tramite il suicidio assistito da un medico. Un esodo in continua crescita anche dal nostro Paese

Federico Tulli

Partono dall’Italia con un’unica piccola valigia e un obiettivo preciso: non tornare indietro. Destinazione Zurigo o Berna. Può sembrare una storia già vista ma questo nuovo flusso migratorio verso la Svizzera non ha nulla in comune con quello che tra la seconda metà dell’Ottocento e il 1910 portò oltre 200mila connazionali a scegliere il ricco Paese vicino per costruirsi un futuro e una vita dignitosa. E anche i numeri dell’esodo, fortunatamente, non sono gli stessi. Stiamo infatti parlando di eutanasia. Come risulta da un dossier di Exit Italia, il Centro di studi e documentazione sull’eutanasia, nell’ultimo anno al ritmo di 2-3 al mese trenta persone hanno deciso di “approfittare” della legge in vigore oltralpe dal 1942 per porre fine loro condizione di malati terminali con l’aiuto di un medico. Qui da noi la “dolce morte” è un grave reato, assimilato all’omicidio anche quando c’è il consenso del paziente. Nel Paese elvetico, invece, l’intervento medico volto ad abbreviare le sofferenze causate da una patologia irreversibile è permesso. Pagando circa tremila euro a una delle due associazioni specializzate in questo genere di assistenza, e dopo l’accettazione della domanda, il paziente viene ricoverato presso una delle due cliniche “convenzionate”, la Dignitas di Zurigo o la ExInternazional di Berna. L’intervento è di tipo farmacologico. E il medico, solo dopo aver tentato un’ultima vota di far desistere l’assistito, somministra il mix a base di potentissimi barbiturici. Che in tre minuti addormenta ed entro otto minuti provoca l’arresto cardiaco. La Svizzera da anni è il luogo scelto dai cittadini di altri Paesi, non solo europei, per poter porre fine alla loro vita con l’eutanasia. Secondo i dati resi noti da Exit Italia, in 12 anni alla Dignitas sono arrivate circa 1.400 richieste di suicidio assistito da malati terminali stranieri, 1.100 di queste sono state accettate. Lo scorso mese l’Unione democratica federale (Udf), un partito di matrice cristiana, ha indetto un referendum che chiamava i cittadini a pronunciarsi su due iniziative, la prima per proibire l’eutanasia, la seconda almeno per limitarla ai residenti. La prima proposta ha registrato solo il 15 per cento dei consensi, l’altra, che invitava i cittadini a dire «No al turismo della morte nel cantone di Zurigo», ha ottenuto il 20 per cento. Entrambe le proposte sono state ignorate dai principali partiti politici elvetici. Contrariamente a quanto accade in Italia, in molti Paesi occidentali il dibattito pubblico sulla “dolce morte” e il suicidio assistito è estremamente vibrante e in fase avanzata. Lo è negli Stati Uniti, dove la scorsa settimana la Conferenza episcopale locale ha emesso un documento molto duro contro questa pratica permessa da anni in diversi Paesi dell’Unione. E in Gran Bretagna, dove lunedì 20 giugno la Bbc ha mandato in onda un controverso documentario sull’ultimo viaggio di un cittadino inglese di 71 anni, affetto da una malattia terminale del neurone motorio. L’uomo viene aiutato a morire dalla Dignitas con una dose letale di barbiturici. Il film, intitolato Choosing to Die (Scegliere di morire) è stato accolto da giudizi contrastanti e ha diviso l’opinione pubblica fra chi sottolinea il valore della vita in sé e chi pone l’accento sul rispetto della dignità della persona. C’è chi ha accusato la Bbc di fare «propaganda pro-suicidio con i soldi pubblici» (Alistair Thompson portavoce del gruppo di pressione Care Not Killing Alliance) ma – cosa impensabile in Italia – di fronte alle accuse, l’emittente britannica si è difesa affermando che il programma vuole «dare alla gente la possibilità di farsi una propria idea sull’argomento». E chi, come lo scrittore Sir Terry Pratchett, malato di Alzheimer, ha affermato che «dovrebbe essere possibile per qualcuno affetto da una malattia seria e fatale di scegliere di morire in pace con l’aiuto medico invece che soffrire». Pratchett ha poi accusato apertamente il governo di aver deciso di ignorare la questione, schierandosi a favore del suicidio assistito per chiunque sia nell’età del consenso ma senza chiarire se questo per lui significa estendere la possibilità anche a chi è affetto da malattie curabili, ad esempio la depressione. Come un fiume carsico, nel nostro Paese il dibattito sull’eutanasia ogni tanto improvvisamente riaffiora. Spesso in coincidenza di un nuovo (ennesimo) passaggio in parlamento del disegno di legge sul Testamento biologico, che stabilisce le modalità di redazione delle dichiarazioni anticipate di trattamento in caso di malattia terminale. Al pari di tante altre situazioni “politiche” il confronto tra favorevoli e contrari tende a escludere i diretti interessati, cioè i cittadini, riducendosi a un duello a colpi di terminologie spesso inesatte. Quante volte, in proposito, seguendo su queste pagine la vicenda di Eluana Englaro, abbiamo riportato le dichiarazioni del ministro Sacconi, tra i più convinti sostenitori del ddl Calabrò. Chi di certo sa di cosa parla è il deputato Idv Antonio Palagiano, medico e responsabile Sanità del suo partito. Racconta a left Palagiano: «È lo stesso legislatore a creare confusione parlando di inviolabilità e indisponibilità della vita. Poi, per giustificare questo approccio i sostenitori della norma chiamano eutanasia ciò che non lo è». E di sicuro il rifiuto dell’accanimento terapeutico non è eutanasia. Ricorda in conclusione Palagiano: «Se io non voglio prendere un antibiotico, nessuno me lo può imporre. E questa mia decisione può essere fatale quanto quella di una persona che rifiuta la dialisi. Quindi sostituire surrettiziamente il rifiuto della terapia con l’eutanasia è estremamente scorretto».

left 25/2011

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: