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Salute

La sanità non è un affare privato

Come riportare il Servizio sanitario nazionale al centro del rapporto medico-paziente? Quale futuro per le prestazioni “pubbliche”? L’ obiezione di coscienza va eliminata dalla legge 194? Quale deve essere il ruolo dei consultori? Ecco come rispondono tre specialiste – Elisabetta Canitano, Anna Pompili e Mirella Parachini -, da sempre in prima linea a difendere il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza

Federico Tulli

Intervista a Elisabetta Canitano, ginecologa e presidente di Vita di donna

In Italia l’ assistenza alla gravidanza è, come molte altre questioni di ordine sanitario, diffusa a macchia di leopardo. Accanto a esperienze eccellenti vi sono dati dei quali non ci si può vantare. Ad esempio siamo al primo posto per il numero di cesarei fra i paesi industrializzati, con elevati squilibri tra le diverse regioni: in Campania partorisce con intervento chirurgico oltre il 60% delle donne, in Trentino il 27, a fronte della più alta natalità d’ Italia. Per elaborare un progetto che consenta di incrementare un’ assistenza meno medicalizzata e “difensiva” per le gravidanze a basso rischio e l’ attenzione per quelle ad alto rischio, da parte dei Servizio sanitario nazionale, si svolge a Roma il 24 e 25 giugno, organizzata dall’Associazione Vita di donna, la tavola rotonda “Giornate sull’assistenza ostetrica”. A confronto operatori, esperti e amministratori locali, tra cui Tonino D’Annibale (vicepresidente commissione Lavoro Regione Lazio- Pd) Rocco Berardo (consigliere regionale lista Bonino Pannella), Giulia Rodano (vicepresidente commissione Sanità Regione Lazio-ldv) e Mirella Parachini. Elisabetta Canitano, ginecologa e presidente di Vita di donna, anticipa a left i temi in discussione. «Il convegno – dice – nasce dall’osservazione di un dato di fatto paradossale: in ospedale si impegnano notevoli risorse e vengono seguite con troppe analisi le gravidanze a basso rischio, mentre quelle a rischio spesso non trovano un percorso certo di presa in carico da parte dell’operatore pubblico. Le linee guida invitano a prestare molta attenzione alla storia della donna, ma spesso proprio la prescrizione d numerose analisi rende le gravidanze tutte uguali».

Qual è la matrice di questa “omologazione”?

I punti nevralgici sono due: la cattiva organizzazione del Ssn da un lato, e dall’altro la medicina difensiva, cioè un eccessivo ricorso ad analisi anche quando il rischio di complicanze è basso.

Cosa comporta la disorganizzazione?

Anzitutto incide sulla scarsa differenziazione delle prestazioni. In tutte le sanità che funzionano meglio della nostra c’ è una costante valutazione dell’urgenza della prestazione. E ci sono dei canali preferenziali per le urgenze. In alcune regioni questo accade. In altre – persino in Emilia-, in modo insufficiente. Il più delle volte vanno persi gli appuntamenti disdetti da chi è in lista da molto tempo.

Cosa deve offrire un Ssn efficiente?

Può mettersi in lista di attesa solo chi è sano. Chi è malato ormai va sistematicamente a pagamento. Un Ssn pubblico moderno deve saper decidere cosa dare e quando garantendo la priorità e prestazioni di alta complessità a chi è malato. Il motivo è chiaro: la prestazione a bassa complessità può essere acquistata quasi da chiunque. Quella più complessa no. Ed è qui che lo Stato deve essere presente in modo capillare.

Cosa non funziona nell’ assistenza alla gravidanza?

La cattiva organizzazione nel nostro Paese riguarda sia le gravidanze a basso rischio, che possono essere seguite dalle ostetriche, come in tutta Europa, con poche analisi e tanta attenzione che permette di capire se e quando il rischio si modifica, sia quelle ad alto rischio, sia quelle che vanno incontro a complicanze improvvise. È un tema delicato, la responsabilità delle strutture è fondamentale. Nemmeno le morti materne, che vengono considerate dalla medicina internazionale come “eventi sentinella” che devono condurre riorganizzare l’ assistenza, hanno portato a una modifica delle modalità assistenziali, sebbene ci siano delle leggi. Nel Lazio c’ è un “percorso nascita” nel Piano sanitario regionale, approvato e mai applicato. È poco conosciuto anche nei servizi territoriali, ma soprattutto dalle donne che – come dimostra un’ inchiesta che sarà presentata al convegno – in caso di patologia non sanno a chi rivolgersi, al di là del Pronto Soccorso, che non può attuare una presa in carico stabile.

Ci sono esempi positivi?

Una grande vittoria del servizio pubblico è la legge 194. Lo dicono i dati: gli aborti erano 250mila nel 1978 e sono 130mila oggi. Dietro a questo risultato c’ è un lavoro collettivo degli operatori nei consultori. Qui, a partire dalla proposta di contraccezione viene svolto un capillare e costante servizio pubblico di assistenza. In questo modo le donne ci hanno riconosciuto come medici che operano al loro fianco e non come venditori di una prestazione. Voglio ricordare che lasciare l’ aborto al libero mercato significa interrompere la fortissima pressione sugli ospedali affinché lo garantiscano. Se passa l’ idea che per chi ha fretta basta pagare, questa pressione calerà subito. E ci ritroveremmo con persone che non sanno dove e come ottenere ciò di cui hanno bisogno. L’ aborto non si vende e non si compra. È un gesto di solidarietà garantito dal Ssn, non può diventare un’ attività di mercato. Per il mercato c’ è la chirurgia plastica.

***

Anna Pompili, ginecologa

Sono trascorsi 30 anni dal referendum sulla legge 194, una legge che nasceva dall’impegno appassionato di tanti, che nel nostro Paese ritenevano insopportabile veder morire le donne di aborto clandestino, e che qualcuno speculasse su quelle sofferenze. È stata una battaglia dura, ricordo l’ emozione per l’ arresto di Adele Faccio e Emma Bonino, che si erano autodenunciate per aver procurato aborti. Poi è venuta la legge, e solo tre anni dopo ci sono stati i referendum.  Nel suo articolo del 27 maggio (left n.21/2011), Mirella Parachini afferma che la vittoria del referendum radicale avrebbe significato l’ equiparazione dell’aborto a un qualunque altro atto medico, che avrebbe dunque potuto essere svolto in una struttura pubblica o privata. Ciò avrebbe reso vana l’ obiezione di coscienza, che di fatto ostacola l’ applicazione della legge in quasi tutte le Regioni. Penso che potrebbe essere utile riaprire il dibattito su questi temi.  Sono d’accordo, l’aborto è un atto medico, semplicemente. Ma non posso non pensare a quanto sia stato importante creare una rete di “assistenza”, di collegamento fra ospedali e consultori, una rete che ha permesso di far crescere la cultura della contraccezione e della maternità responsabile. Mi chiedo se, senza questo legame, avremmo avuto gli stessi risultati in termini di riduzione del ricorso all’aborto. Temo ancora, 30 anni dopo, che aprire questo campo alla medicina privata potrebbe fornire un alibi all’assenza e all’incapacità della Sanità pubblica. E che questo potrebbe essere un problema, specie per le donne più deboli, le immigrate e le minorenni. Temo inoltre che l’ avvento del privato in questo campo potrebbe far sparire le necessarie “isole di laicità” dagli ospedali pubblici. Nel 1982, quando Baulieu presentò in Francia la pillola abortiva Ru486, ero da poco iscritta a Medicina. Ero anche iscritta al Pci, avevo lavorato fra le ragazze e con le donne. Ricordo il grande disagio provato di fronte al moralismo che trovava spazio nel dibattito su Noi Donne, ma che era molto forte anche nella sinistra comunista. Questo disagio si è rafforzato quando, da ginecologa, ho cominciato a lavorare nelle strutture di pianificazione familiare, quando ho cominciato a praticare aborti. Ed è lo stesso che provo quando sento dire che con la Ru486 sempre più donne abortiranno perché sarà più facile. Proprio per questo non riesco a pensare a una risposta “privata”. Nonostante tutto, io voglio che questa società cambi, voglio cambiare il modo di pensare, abbattere vecchi luoghi comuni. L’ obiezione di coscienza, addirittura rivendicata dai farmacisti per la pillola del giorno dopo, è una vergogna. Aveva senso quando fu approvata la legge, per tutelare coloro che già lavoravano negli ospedali pubblici. Oggi è uno dei tanti strumenti per ostacolare l’ applicazione della 194, che premia gli ossequiosi alle direttive del Vaticano. Perché, allora, non proporre di eliminarla? Si tratta di un diritto quando vi sia un obbligo per i cittadini, non lo è più quando ostacola impedisce l’ esercizio di diritti per altri. Nessun ginecologo è obbligato a lavorare negli ospedali pubblici, dove si dovrebbero rispettare e applicare le leggi dello Stato: se un medico assunto dalla struttura pubblica viene folgorato dalla crisi di coscienza, ne tragga le conseguenze, si licenzi e vada a lavorare negli ospedali confessionali o nei consultori cattolici. Non credo che “privatizzare” l’ aborto sia la strada, perché credo che la Sanità pubblica abbia un dovere nei confronti dei cittadini, e non possa lavarsene le mani, scaricando il “lavoro sporco” al privato. lo credo che sia tempo che questa società, nella quale decidere del proprio corpo e della propria vita non è un diritto, ma solo un male minore, cambi. lo credo che sia tempo che questa società, che tollera che una donna possa abortire, purché si senta in colpa, cambi. Lo credo che sia tempo che una donna che decide di interrompere una gravidanza non sia costretta ad andare in una struttura privata, perché la Sanità pubblica la giudica e la condanna. lo credo che sia tempo di abbattere il pensiero che ritiene che le donne che abortiscono debbano soffrire, perché, in fondo, sono assassine.

***

La replica di Mirella Parachini, ginecologa e presidente della presidente della Fiapac (Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione)

Anna Pompili nel suo intervento torna sul referendum radicale di modifica della 194 del 1981 e manifesta il persistere del timore che l’apertura al “privato” dell’applicazione della legge, quale sarebbe stato con la vittoria del referendum, avrebbe rappresentato una riduzione, anziché un miglioramento, all’accessibilità per le donne ai servizi di IVG (interruzione volontaria della gravidanza) . Mi sono andata a risentire nell’archivio di Radio Radicale un dibattito del 1981 “La liberalizzazione della donna e l’aborto”(*) in cui Nilde Jotti, allora Presidente della Camera dei Deputati, sosteneva che essendo troppo recente l’approvazione della legge, la poca esperienza non consentiva di valutare il buon funzionamento della legge. Io credo che oggi, a 30 anni da quel referendum quel bilancio possa, anzi debba essere fatto e che l’onestà intellettuale ci debba far riconoscere che le preoccupazioni che allora ne impedirono la vittoria erano infondate. Uno degli argomenti per non toccare la legge era la convinzione che solo il settore pubblico avrebbe potuto “garantire” l’assistenza necessaria alle donne che richiedono l’IVG. Invece oggi vediamo che il numero degli obiettori di coscienza tra gli operatori degli ospedali pubblici è in costante aumento, e che questo non ha determinato alcun provvedimento da parte delle istituzioni, in barba alla legge che prevede che gli ospedali sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure. La legge, anche da questo punto di vista, da più di trent’anni viene puntualmente disattesa e l’obbligo ad eseguire gli interventi di interruzione di gravidanza in sedi estremamente limitate, cosa che non avviene per nessuna altra operazione e nemmeno per il parto, provoca il non funzionamento della legge. Riguardo al legame tra consultorio e struttura dove viene praticata la IVG, che la dott.ssa Pompili evoca a garanzia della riduzione del ricorso all’aborto, cosa vieta, in un sistema sanitario ben funzionante, di mantenerlo comunque e ovunque venga praticato l’intervento? Il vero risultato che va registrato è quello del desolante ricorso all’IVG nel nostro paese in un epoca oltre la ottava settimana, che riguarda più della metà degli interventi, come attesta la relazione annuale del ministro della Salute. Le immigrate e le minorenni, emblematicamnte evocate come riprova della necessità dell’aborto “di stato”, oggi sono le donne più penalizzate dall’applicazione della legge. La tesi che “l’avvento della medicina privata in questo campo potrebbe far sparire le necessarie “isole di laicità” dagli ospedali pubblici”, su cosa si basa? In Spagna la maggior parte degli interventi si svolge in regime di assistenza privata (con rimborso statale) e non per questo le donne spagnole sono abbandonate a sé stesse. E non parliamo dell’opzione dell’aborto medico, in alternativa all’aborto chirurgico, che richiede un counselling appropriato e una struttura adeguata, non disponibile nella maggior parte delle strutture italiane destinate alle IVG.

(*) http://www.radioradicale.it/scheda/56940/57006-la-liberalizzazione-della-donna-e-laborto

left 24/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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