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Società

La salute non ha colore

Gran parte dei migranti arriva in Italia in buone condizioni. Molti poi si ammalano perché non conoscono il nostro sistema sanitario. Se ne parla a Giardini Naxos in un convegno internazionale il 17 e 18 giugno

Federico Tulli

«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». Seppur pensata, scritta e promulgata quando l’immigrazione in Italia era un fenomeno sconosciuto, parlando di “individuo” la nostra Costituzione non fa distinzione tra persona e cittadino, tra migrante e residente: in caso di necessità le cure devono essere garantite a chiunque. Un principio di civiltà che valeva nel 1948 – quando, semmai, i migranti eravamo noi – e che a maggior ragione deve valere oggi. Oramai da tre decenni in Italia approda una buona percentuale del flusso migratorio di stranieri che scelgono l’Europa per fuggire dalle zone calde del Pianeta. Un fenomeno costante e che ha radici antiche ma di cui spesso si parla solamente quando assume un carattere emergenziale, come ad esempio è successo nei primi mesi del 2011 con oltre 20mila sbarchi di stranieri nella piccola isola di Lampedusa. Ci si dimentica così che “Lampedusa” non è che la punta di un iceberg. Sono cinque milioni i migranti che risiedono in Italia, oltre alle diverse migliaia di invisibili, persone cioè prive del permesso di soggiorno. Una popolazione nella popolazione che impone l’esistenza di modelli di integrazione sempre più evoluti. Tra questi modelli svolge un ruolo fondamentale quello relativo all’approccio sanitario. Ispirandosi all’articolo 32 (primo comma), l’Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Omceo) di Messina, con il sostegno della Federazione nazionale dell’ordine (Fnomceo), organizza a Giardini Naxos il convegno internazionale dal titolo “Salute e Migranti. Un approccio all’integrazione e alla cooperazione sanitaria nel Mediterraneo”.

L’evento, che si svolge il 17 e 18 giugno prossimi, è un’occasione importante di confronto tra gli specialisti dei diversi Paesi del bacino mediterraneo, e assume una valenza particolare alla luce della spaventosa emergenza umanitaria che si è determinata negli ultimi mesi. Un’emergenza spesso liquidata con cinismo e superficialità dalle istituzioni politiche nazionali, che non è mutata in tragedia dalle proporzioni “epiche” grazie anche alla strenua difesa dei princìpi indicati dall’articolo 32 da parte dei medici chiamati a prestare il primo soccorso ai migranti in difficoltà. In queste pagine left anticipa alcuni dei temi che saranno toccati durante la due giorni siciliana. I numeri, non solo quelli già sciorinati, dicono che c’è molto da lavorare. La maggior parte degli stranieri arriva in Italia senza soffrire di particolari patologie. Si ammalano qui: traumi (25,9 per cento dei ricoveri per gli uomini), malattie dell’apparato digerente (14 per cento), oltre a parti e complicanze della gravidanza e del puerperio per le donne (56,6), sono le cause più frequenti di ricovero. Come mai i migranti che sono in gran parte giovani si ammalano una volta giunti nel nostro Paese nonostante sia dotato di una rete sanitaria di livello superiore alla media? «Nella risposta a questa domanda c’è il senso del convegno che abbiamo organizzato» spiega a left il presidente dell’Omceo di Messina, Giacomo Caudo. «La chiave è nell’assenza di informazioni a disposizione di queste persone riguardo le opportunità di cura e assistenza che l’Italia può e sa fornire. L’atteggiamento più diffuso anche nei confronti degli operatori sanitari è quindi la diffidenza. Stiamo parlando di donne e uomini che nella maggior parte dei casi hanno alle spalle dolorose esperienze vissute sia in patria che durante il viaggio affrontato per arrivare qui. Temono pertanto che in caso di malattia o trauma ricorrere a delle cure possa provocare un rimpatrio. Per non dire che quasi mai sanno se c’è da affrontare anche un costo economico. In sintesi, si confrontano con un mondo nuovo di cui raramente conoscono le reali opportunità che offre». Tutto ciò ha spinto gli organizzatori del convegno a coinvolgere nel confronto sia gli ordini dei medici dei Paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo, sia l’Associazione medici stranieri che opera in Italia sia i rappresentanti della Lega araba in Italia. «L’esperienza ci dice che un capillare lavoro di informazione sociosanitaria va fatto in primo luogo nel Paese d’origine. Il processo di conoscenza, strettamente connesso con quello di integrazione, deve poi proseguire nel Paese di approdo dove operatori italiani adeguatamente formati e operatori stranieri qui residenti si trovano a interagire non più con persone completamente allo sbando». Tutto questo, secondo Caudo, che sta lavorando alla stesura di un progetto condiviso di cooperazione e integrazione da sottoporre alle varie organizzazioni che interverranno al Convegno di Giardini Naxos, può avere ricadute positive sia sullo stato di salute dei migranti che sulla dimensione sociale del fenomeno migratorio: «Proprio il terreno sanitario è, per le sue peculiarità umane, quello più fertile per avviare azioni di scambio, collaborazione e trasferimento di conoscenze, con l’obiettivo di intraprendere percorsi comuni forieri di stabilità e di pace».

***

l’analisi

I nuovi cittadini

Con buona pace di chi ha ideato la legge sull’immigrazione Bossi-Fini e nonostante la propaganda xenofoba alimentata dalla Lega, l’Italia è un luogo dove vivono pacificamente da decenni centinaia di migliaia di cittadini stranieri che provengono proprio da quei Paesi della sponda mediterranea africana dove negli ultimi mesi è divampata la rivolta contro i regimi autoritari. Come rivela l’ultimo Rapporto Ocse-Censis International Migration Outlook, molte di queste persone hanno scelto di rimanere per sempre, sposandosi (in alcuni casi con un partner italiano), mettendo su famiglia, facendo studiare i propri figli nelle nostre scuole, lavorando presso famiglie o aziende, o avviando essi stessi un’attività imprenditoriale. Ad esempio, nel 2010 gli stranieri provenienti dal bacino mediterraneo e regolarmente residenti in Italia sono risultati 675.190, vale a dire il 15,9 per cento dei 4.235.059 stranieri complessivi. Di pari passo con la stabilizzazione, si sono moltiplicati i segnali di integrazione spontanea. Un dato macroscopico, i cui effetti potrebbero essere particolarmente significativi per la creazione di un comune “spirito mediterraneo”, è rappresentato dalla presenza di alunni stranieri nelle scuole italiane, che è in continua crescita. Nell’anno scolastico 2008- 2009 sui banchi delle nostre scuole sedevano 629.360 alunni stranieri, 118.486 dei quali (pari al 18,8 per cento del totale) provenienti da Paesi dell’area mediterranea. Inoltre si sono celebrati oltre tremila unioni tra stranieri e italiani. Ma soprattutto, aumentano anche le nascite. Al punto che la presenza straniera ha permesso di invertire la tendenza del nostro Paese altrimenti destinato al declino demografico. Nel 2008, ultimo anno per cui si dispone di dati disaggregati per nazionalità, in Italia sono nati 12.242 bambini da madre marocchina, 2.650 da madre tunisina e 2.234 da madre egiziana.

left 23/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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