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Ricerca scientifica

Una sfida vitale

Si può prevenire il cancro? Da una ricerca italiana e una europea nuove fondamentali risposte. I pareri del farmacologo Piergiorgio Zuccaro e dell’epidemiologa Cristina Fortes

Federico Tulli

Ci è la lotta contro il singolo nemico e quella a più ampio raggio condotta contro una batteria di patologie importanti. Qualunque sia l’avversario da affrontare, sia esso il cancro ai polmoni o l’intera famiglia dei tumori, per avere buone chance di vittoria un sistema sanitario evoluto non può prescindere dall’esistenza di un efficace sistema di prevenzione. In questo sistema ideale il medico che conosce la malattia e la sua eziopatogenesi non può muoversi da solo. Ci dev’essere anche un’opinione pubblica sensibile alle informazioni degli esperti, che a loro volta devono essere veicolate in maniera corretta dai media. Elementi fondamentali affinchè il singolo cittadino sappia come “regolare” il proprio stile di vita in modo tale da non offrire il proprio organismo in pasto a eventuali agenti patogeni, senza alcuna difesa. Prevenzione dunque. Sì, ma come? Una chiara risposta giunge da due ricerche, una italiana e l’altra europea, che si sono occupate rispettivamente del ruolo del fumo nella diffusione dei tumori al polmone nel nostro Paese, e della protezione che comporta la dieta alimentare mediterranea nei confronti di tutti i tipi di cancro. Per saperne di più left ne ha parlato con due esperti, il professor Piergiorgio Zuccaro, direttore dell’OssFad (Osservatorio fumo, alcol e droga dell’Istituto superiore di sanità), e l’epidemiologa Cristina Fortes. «La vera prevenzione contro il tumore ai polmoni è far smettere di fumare tutti, e quella più efficace e utile va centrata sui giovani. Ma è anche la più difficile» mette subito in chiaro Zuccaro che il 31 maggio scorso, in occasione della Giornata mondiale senza tabacco promossa dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ha presentato a Roma il Rapporto annuale sul fumo 2011 realizzato dall’OssFad. «Se riuscissimo a far smettere di fumare i ragazzi di età tra i 15 e i 20 nel giro di 30 anni l’epidemia sarebbe estinta e il tumore al polmone diventerebbe una malattia rara: nel 9095 per cento dei casi dipende dalle sigarette». Puntare a far smettere, oltre che a impedire di fumare, può essere la soluzione. «Si chiama prevenzione secondaria – spiega Zuccaro -, noi pensiamo di intervenire nei confronti dei 20enni, con messaggi adeguati. Nel nostro Paese si comincia a fumare intorno ai 15 anni ma questa è proprio l’età in cui le parole degli adulti hanno scarsissimo appeal. E anzi di fronte a certe raccomandazioni si tende a fare proprio il contrario». Altro fattore da considerare è che ovviamente anche i più giovani sanno che il fumo fa male ma le conseguenze sulla loro salute non sono immediate. Si sviluppano dopo decenni. «Spesso si prende consapevolezza dei danni da fumo quando oramai la dipendenza è conclamata, ed è più difficile sia smettere che affrontare un’eventuale patologia». Lo dimostrano pure i dati del Rapporto 2010. Dopo alcuni anni, i fumatori in Italia non sono più in diminuzione e sono passati da 11,2 a 11,8 milioni. «La particolarità – spiega Zuccaro – è che questa crescita si è registrata nelle due fasce di età “adulte”, 2544 e 44-64 anni, mentre fino ai 25 anni il numero di fumatori è rimasto pressoché costante». Il paradosso è che ad alimentare il fenomeno potrebbe essere stato lo “stress” da crisi economica che ha spinto molti lavoratori ex fumatori a riprendere in mano l’accendino. Come si interviene in questi casi? L’azione più immediata sebbene sia stata indicata dall’Oms non è di carattere sanitario. «L’Italia fa parte degli otre 170 Paesi che hanno aderito alla Convenzione quadro sul controllo del tabacco, che impegna tutti gli Stati a attuare misure anche di carattere legislativo per contrastare il fumo. Tra queste, la più efficace consiste nell’aumento del prezzo minimo dei pacchetti di sigarette in maniera tale da scoraggiare soprattutto le persone a budget limitato, appunto i più giovani e i lavoratori precari». A New York il sindaco ha imposto il prezzo di 12 dollari, in Francia si parte da 5,50 euro. E in Italia? «Il prezzo minimo è 3,80 euro. Al costo di una buona colazione al bar si possono fumare 20 sigarette». Nel ventaglio di misure preventive contro il cancro da tabagismo rientra a pieno diritto la dieta mediterranea. Non solo.

Un’alimentazione ricca di frutta, verdure, legumi, cereali, noci e nocciole, pesce, un alto rapporto tra grassi insaturi/saturi, un uso moderato di alcool e un basso consumo di carne, latte e loro derivati, racconta l’epidemiologa, Cristina Fortes, «proteggono da tutti i tipi di tumore». E quanto emerge da uno studio finanziato nell’ambito del VII programma quadro dell’Ue, condotto da 23 istituti di ricerca in 10 paesi europei (Italia, Francia, Grecia, Spagna, Germania, Paesi Bassi, Svezia, Regno Unito, Norvegia e Danimarca) coinvolgendo circa 500mila persone di età comprese tra i 25 e i 70 anni. La ricerca, European prospective investigation into cancer and nutrition, coordinata da Elio Riboli dell’Imperiai College di Londra, è stata pubblicata sul British journal of cancer e conferma i risultati di un altro studio condotto nel 2009 in Italia sul melanoma cutaneo, che mostrava l’effetto protettivo della dieta mediterranea per questo tipo di tumore della pelle (vedi left n. 1/2010). Oggi l’ampio campione a disposizione ha consentito di indagare a fondo su tutte le doti di questo genere di alimentazione. «I risultati di questa nuova ricerca sono importantissimi nella lotta contro il cancro» dice senza mezzi termini Fortes. «Paolo Boffetta del Tish Cancer Institute di New York e i suoi colleghi hanno analizzato i dati del suddetto studio e hanno stimato che seguire un modello di dieta mediterranea può evitare il 4,7 percento di tutti i casi di tumore negli uomini e il 2,4 per cento nelle donne. Inoltre, l’effetto protettivo dell’alimentazione mediterranea è stato ancora più evidente per i fumatori e per i tumori associati con il fumo di tabacco, come ad esempio il cancro del polmone, dello stomaco, del colon-retto, dei reni, del pancreas, della vescica e delle alte vie respiratorie». Siamo in presenza «dello studio epidemiologico di popolazione con il campione più ampio mai condotto su questo argomento e con il miglior tipo di disegno epidemiologico a livello osservazionale» conclude la ricercatrice. «I risultati di questa ricerca rinforzano le ultime raccomandazioni del World cancer research fund e dell’American institute for cancer research per quanto riguarda la dieta da seguire: mangiare prevalentemente alimenti di origini vegetale, consumare poca carne e suoi derivati, evitare le bevande zuccherate e limitare gli alcolici». E niente sigaretta a fine pasto.

left 22/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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