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Società

«Emanuela Orlandi è ancora viva»

Ferdinando Imposimato

Ferdinando Imposimato, il magistrato che per primo interrogò Ali Agca, e il giornalista Sandro Provvisionato, firmano il libro inchiesta Attentato al Papa. Basato su documenti ufficiali, tra cui molti inediti dagli archivi dei servizi segreti d’Oltrecortina

Federico Tulli

Il 13 maggio 1981 alcuni spari riecheggiano in piazza San Pietro a Città del Vaticano. Ad accasciarsi sotto i colpi di un attentatore è Giovanni Paolo II. Ferito gravemente viene subito portato sotto i ferri del chirurgo. Che gli salverà la vita. Siamo nel pieno della “guerra fredda”. L’impero sovietico, che crollerà nel 1989, vacilla già da alcuni anni. Wojtyla è polacco ed è molto legato al sindacato Solidarnosc che sta guidando la rivolta popolare contro il governo di Varsavia. Dà molto fastidio, per questo va eliminato. Attentato al Papa, firmato per Chiarelettere dall’ex magistrato, oggi avvocato della famiglia di Emanuela Orlandi, Ferdinando Imposimato, e dal giornalista Sandro Provvisionato è una dettagliata inchiesta che attraversa 30 anni di storia di numerosi Paesi, occidentali e non. Basato su documenti ufficiali, di cui molti inediti e provenienti dagli archivi della Stasi, i servizi segreti dell’ex Germania est, il libro riannoda i fili del più ingarbugliato intrigo internazionale dell’era contemporanea. La verità sull’attentato non crea agitazione solo nei Paesi dell’Est coinvolti nella sua organizzazione. Anche a occidente c’è chi preferisce che notizie imbarazzanti restino segrete. E poi c’è il Vaticano. Il muro di gomma parte da qui. Per anni nessuno parla di questa storia. Fino a quando, nel 1998, all’interno delle mura Leonine si consuma un triplice delitto. Le vittime sono Alois Estermann, comandante delle Guardie svizzere, sua moglie e una seconda guardia, Cedric Tornay. La versione ufficiale del Vaticano è omicidio-suicidio compiuto da Tornay. Ma convince poco: Estermann, è anche un uomo della Stasi. Left ha rivolto a Imposimato alcune domande per rimettere insieme tutti questi tasselli.

L’attentato a Wojtyla non è stato l’atto isolato di un pazzo. In quale contesto va inquadrata l’azione di Ali Agca?

È accertato che non fu l’opera di un fanatico solitario, ma un complotto ordito dal Kgb sovietico, che si servì dei servizi bulgari, per organizzare l’attentato, e dei Lupi grigi turchi per l’esecuzione, al fine di orientare le indagini sulla pista islamico-destra-Cia nel caso di arresto dell’esecutore materiale. La presenza di Agca al Vitosha di Sofia dai primi di luglio a fine agosto 1980, le sue precise dichiarazioni sul Tir giunto da Sofia il giorno prima dell’attentato, la precisa descrizione delle abitazioni e delle persone dei diplomatici bulgari a Roma, i dettagli sulle auto dei diplomatici bulgari (modello, colore, cilindrata), la conoscenza dei telefoni riservati dei diplomatici bulgari a Roma, dimostrano la verità delle iniziali ammissioni di Agca rese a me e al collega Ilario Martella dal 2 maggio 1982 fino al giorno del sequestro di Emanuela Orlandi, avvenuto il 22 giugno 1983.

Perché secondo lei la “pista bulgara” è la più attendibile?

La pista bulgara-Kgb venne rivelata dallo Sdece – il controspionaggio francese – attraverso i due funzionari Maurice Becceau e Valentin Cavenago, alla Segreteria di Stato del Vaticano, fin dal maggio 1979, alla vigilia del viaggio in Polonia del 2 giugno 19879. Lo scopo era quello di bloccare l’azione di mobilitazione del popolo polacco alla rivolta contro il regime, che era iniziata fin da prima dell’elezione del Papa. Documenti della Stasi dimostrano è un caso che due agenti del Kgb fossero penetrati in Vaticano fin dal 1980, e che alcuni di essi fossero nell’entourage del Papa, come emerge chiaramente dal dossier Mitrokhin. Le prove del complotto emergono sia dalla presenza di almeno due terroristi in piazza San Pietro il 13 maggio 1981, come risulta dalle foto scattate e dai colpi sparati, che ferirono due volte il Papa e due turiste americane, sia da quella di Ivanov Antonov, fotografato da un turista. Gli stessi giudici bulgari ne erano così convinti che nel dicembre 1983, dopo che le prove divennero molto robuste, cercarono di convincere Antonov a confessare di avere partecipato all’attentato, dichiarando però di avere agito solo per fini privati e non come emissario dello Stato bulgaro. L’attentatore smette di parlare quando la Orlandi viene rapita.

Lei scrive che il sequestro è stato il segnale per dire ad Agca di prepararsi a uno scambio di prigionieri. Può approfondire questo punto? Chi ha rapito Emanuela?

Emauela Orlandi è stata un obiettivo di ripiego. Fu scelta solo dopo che fallirono i tentativi di rapire altre ragazze vaticane, Raffaella Gugel e Flaviana Gugel, figlie dell’aiutante di camera del Papa, Angelo Gugel, persona molto vicina a Giovanni Paolo II, e la figlia di Camillo Cibin, capo della vigilanza vaticana, che abitavano dentro i confini della Santa sede. Addirittura le due Gugel vivevano nello stesso palazzo della Orlandi. La spia che seguiva le ragazze era un monaco benedettino Eugen Brammertz, agente della Stasi, molto amico del cardinale Agostino Casaroli (segretario di Stato vaticano, ndr). Lavorava all’Osservatore Romano e aveva una finestra che dava sul largo Sant’Egidio, dove passavano la Orlandi e le altre ragazze.

Qual è la sua ipotesi sulla sorte della donna?

La ragazza, secondo me, è viva e vive in Medio Oriente con uno dei suoi rapitori.

Lei nel 2002 ha ricevuto una lettera anonima in cui la esortano a «continuare a scavare nel pozzo di San Pietro, dove troverà il filo rosso che collega tra loro tutti i misteri vaticani». Quale ruolo ha la Santa Sede in questo giallo?

In Vaticano esisteva una rete di spie dell’Est, tra queste c’erano Eugen Brammertz e due agenti del Kgb che frequentavano l’abitazione del cardinale Casaroli. Ci sono due figure chiave nella storia, Estermann e il boss della mala romana Enrico De Pedis.

Cosa hanno a che fare l’esercito del Papa e la banda della Magliana con l’attentato a Wojtyla?

Due telefonisti che si facevano chiamare Mario e Pierluigi erano italiani. Potevano essere della banda della Magliana, ma non mi risulta che siano stati individuati. Potrebbero essere anche appartenenti alla destra, come disse Claire Sterling (giornalista statunitense autrice di Autonomia di un attentato, Cde ed., 1984, ndr). Estermann era un agente della Stasi a conoscenza di molti segreti vaticani. E per questo potrebbe essere stato ucciso. Aveva dei dossier che gli furono rubati nel 1997, un anno prima della sua.

Al Salone del Libro di Torino lei ha descritto le enormi “difficoltà” incontrate dalle autorità italiane nelle indagini sull’omicidio Estermann. Anche durante l’inchiesta sull’attentato non hanno mai potuto analizzare i proiettili che hanno colpito Wojtyla. È d’accordo con chi sostiene che il Vaticano agisca sovente al di fuori e al di sopra delle leggi internazionali? Penso al modo di gestire finanza e beni immobili (con l’Istituto opere religiose e Propaganda fide) oppure alle “coperture” garantite dai vescovi ai preti pedofili.

(A quest’ultima domanda il dottor Imposimato ha preferito non rispondere, ndr).

left22/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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